Quando la crisi scuote la pancia è il momento di azionare il cervello…

E’ ormai una questione annosa. In un mio precedente articolo ho illustrato il mio personale percorso civico. Parlo di ‘percorso civico’ e non politico, perché ritengo che all’ambito della sfera civica attenga una coscienza morale ed una assunzione di responsabilità che è un elemento prioritario rispetto all’impegno politico. In altre parole: l’ambito squisitamente politico è un ambito ‘operativo’, del fare e del pensare in relazione al fare, rivolto alla gestione dei rapporti dell’individuo con la collettività; l’ambito civico coinvolge invece la sfera ben più ampia delle proprie convinzioni personali, dei propri principi e valori. Da questo punto di vista, tra il contesto politico e quello civico, a mio parere, passa la medesima differenza che sussiste fra un evento fisico come può essere la dinamica delle popolazioni e la sua astratta modellizzazione matematica. Il modello matematico tende a ridurre le variabili in gioco per individuare gli elementi cardine ed i percorsi essenziali che regolano lo sviluppo del fenomeno, mentre l’analisi dei dati fisici, dovendo tener conto delle condizioni particolari e degli eventuali fenomeni di disturbo è certo più verosimile, ma meno precisa.
Ho sempre ritenuto che fosse utile cercare di formarsi una coscienza prima di tutto civica e solo secondariamente politica: questo in quanto io voglio relazionarmi non solo con coloro che la pensano come me, ma con tutto il genere umano. Rispetto le differenze, ma nello stesso tempo intendo portare avanti le mie convinzioni. Appunto per questo motivo ritengo, oggi più che mai, che sia diventata di scottante attualità la questione ideale. Sì, proprio oggi che la crisi impazza sui mercati planetari e che la gente vede fallire gli Stati e perde il lavoro. Perché questo? Perché, in Italia come in Grecia, Irlanda, Portogallo e negli Stati Uniti, ma anche in Russia e negli altri paesi che pagano lo scotto di un passaggio troppo disinvolto dal modello comunista al modello capitalista, la causa dei problemi finanziari ed economici è a mio avviso solo una: la mancanza di moralità e di etica nella conduzione della Cosa Pubblica.
Se facciamo una brevissima panoramica a cavallo della Storia moderna, possiamo notare che mai, dalla Rivoluzione Francese ad oggi, si è assistito ad una tale omogeneizzazione delle linee di pensiero come accade ai nostri giorni. In epoche illustri, si era sempre manifestata una forte contrapposizione fra istanze opposte: una impostazione Materialista (non necessariamente assunta dalla parte più debole del tessuto economico-produttivo) ed una impostazione Ideale (non necessariamente appannaggio delle classi sociali più elevate). Oggi invece c’è una sorta di pericoloso ‘livellamento’. Dall’operaio al grande imprenditore, tutti obbediscono ad un solo, unico e sterile principio: l’opportunità. Si fanno le scelte non sulla base di convinzioni o ‘credo’ politici (il che, anche se il credo fosse discutibile, sarebbe comunque un atteggiamento eticamente rispettabile) ma sulla base di transitori opportunismi. Questo atteggiamento, se all’inizio può portare dei vantaggi immediati sul piano pratico, alla lunga si rivela pericolosamente fallimentare.
Un esempio illuminante: di fronte alla mozione presentata dall’Italia dei Valori lo scorso Settembre per l’abolizione dei vitalizi dei parlamentari, tutti i membri della Camera, di destra o di sinistra che fossero, hanno votato contro. Da notare che:
i personaggi di spicco della maggioranza ed alcuni centristi hanno trovato l’utile escamotage di risultare impegnati in missione o assenti pur di non partecipare al voto;
gli esponenti più in vista dell’opposizione, a parte i deputati del gruppo proponente, se presenti, hanno espresso parere decisamente contrario.
Questo cosa vuol dire? Che non si teme il giudizio del popolo (la cui coscienza civica è ormai troppo annebbiata dal pattume diffuso dai mezzi di comunicazione di massa) ma soprattutto che non si teme una cosa ancora più importante: NON SI TEME IL GIUDIZIO DELLA STORIA!
Si vive giorno per giorno, all’insegna di una gretta declinazione del ben più alto moto del CARPE DIEM di oraziana memoria. Ma se il credo di Orazio esprimeva la necessità di evitare di rimanere ancorati ad un passato che non si può modificare e di affidarsi ad un futuro di cui non si possiedono le chiavi di lettura, ed in quanto tale risulta un monito senza dubbio razionalmente apprezzabile, l’accezione in cui i nostri politicanti lo mettono in opera è senza dubbio, dal punto di vista etico, la peggiore che mente umana possa concepire.
E non mi si tacci di pronunciare affermazioni retoriche. Intendo mostrare le ragioni per cui il crollo dei riferimenti ideali, e dunque la svalutazione della morale, è la causa ultima della paralisi del progresso, anche nelle attuali condizioni di sviluppo scientifico, apparentemente favorevoli. I proclami decennali di certa cultura di sinistra, radical-chic, (questi sì autenticamente retorici!) hanno diffuso la convinzione generale che questioni come l’attaccamento alla Patria ed ai Valori fossero pratiche vergognose, appannaggio di un concezione ‘fascista’ dell’impegno civico della persona. In luogo di tali valori, mandando in missione la ‘mosca cocchiera’ Pannella, hanno spostato l’attenzione su temi che loro ritenevano di più alto interesse come la questione del divorzio e dell’aborto, e recentemenhte di tutte le battaglie di presunta ‘civiltà’ da queste scaturite. Ora io mi permetto di osservare:
1. Senza dubbio apprezzabile e condivisibile è il convincimento che la pace fra gli Stati vada tutelata con ogni mezzo, e che anzi sia auspicabile il ricorso ad una fattiva cooperazione nel reciproco sostegno e supporto, finalizzata ad un paritario sviluppo. Tuttavia tale obiettivo non può essere realizzato sconfessando nei cittadini il senso di appartenenza. E’ una prerogativa umana la creazione di raggruppamenti sociali. L’uomo è un animale politico, nel senso che non può esimersi dal creare raggruppamenti socialmente strutturati, tenuti insieme e corroborati da un comune sentire, che spesso si identifica nel ‘senso di appartenenza’. Ora: se si abolisce l’Amor Patrio come valore ubiquamente riconosciuto, il rischio è che si formino delle aggregazioni che prendono altri valori come parametri di riferimento, o che scelgano un diverso criterio di appartenenza per incanalare le medesime pulsioni naturali. Così ci si aggrega non sotto una Bandiera, ma sotto il simbolo di una Parte (politica, ma anche sportiva, religiosa, o, peggio, settaria, o massonica). Ma mentre la Bandiera Nazionale è il simbolo di lotte i cui attori esibiscono modelli eticamente positivi, e come tali anche apprezzabili per il loro valore educativo, il simbolo di parte crea conflitti destinati prima o poi a nuocere alle organizzazioni statali e quindi in ultima analisi agli stessi ‘adepti’. Solo a titolo di esempio, se io non attribuisco alcuna valenza ideale al fatto di essere Italiano, non mi importerà particolarmente che la mia Nazione sia vilipesa e ferita con ogni sorta di mezzo, non solo dallo straniero che la attacca, ma anche e soprattutto dall’inetto che la governa. Ma, così facendo, dimostro di non aver rispetto prima di tutto di me stessa. In fondo, gli americani che noi giudichiamo pittoreschi nel loro strenuo attaccamento alla Bandiera a Stelle e Strisce, non fanno altro che difendere gli interessi dei singoli. A loro basta fare riferimento ad una Guerra di Indipendenza che è durata pochi anni per rinsaldare il sentimento nazionale. Perché a noi non basta un percorso di lotte durato diversi secoli per ottenere il medesimo effetto? E’ questo il punto: noi abbiamo abdicato ad un senso di appartenenza nazionale in nome di una aberrante interpretazione di certa impostazione marxista, mentre tutto il resto del mondo s’è guardato bene dal farlo. Il risultato è che noi ci comportiamo come terra di conquista, dando la possibilità a gente bassa, rozza e volgare di occuparsi della gestione della Res Publica solo per il proprio interesse personale (che nel migliore dei casi consiste nell’assicurarsi un vitalizio sicuro) sotto il ricatto delle pressioni lobbistiche interne ed esterne. Gli altri Stati Europei, invece, per non parlare degli Stati Uniti o della Cina, ma anche degli stessi Paesi del Sudamerica, non si sognano minimamente di rinnegare le comuni radici come vincolo di appartenenza. E’ per questo che dal mio punto di vista, l’affermazione di Fini LA PATRIA, DA QUALCHE TEMPO, NON E’ PIU’ SOLO LA TERRA DEI PADRI è un vero e proprio obbrobbrio. La Patria è, e non può che essere, la terra dei padri. Poi la Patria può assumere comportamenti eticamente meritevoli come quello di investire sullo sviluppo delle risorse degli Stati economicamente più fragili, ma questo solo se nell’ordine: non nuoce ai suoi figli, riesce a rendere le operazioni di sostegno alle economie altrui un’opportunità di crescita anche per la propria, incentiva lo sviluppo autoctono e non costringe i popoli che pretende di aiutare ad una infamante diaspora. Diversamente non si tratta di Patria, ma di feudo personale, utile a far man bassa di un consenso che è solo la ratifica legale di una attribuzione di prebende e privilegi moralmente esecrabili.
2. Troppo spesso si tende a dimenticare che tutte le grandi organizzazioni politiche del passato, e molte del presente, avevano come ultimo fine il Giudizio della Storia. I Romani costruivano monumenti per lasciare un segno indelebile della loro presenza: il declino dell’Impero iniziò appunto quando si smise di attribuire la giusta valenza a questa variabile che poco ha a che vedere con la Pancia, ma ben più col Cuore e col Cervello. Federico II, grandissimo statista, ha disseminato il Meridione di segni della sua Signoria. Questo atteggiamento è il segno esteriore di un principio guida nella conduzione della Cosa Pubblica. Le decisioni vengono prese non in nome di un momentaneo interesse particolare, ma di un perdurante interesse universale. Le decisioni possono anche essere ingiuste, e quindi passibili di modifica, ma se lo Spirito che le anima è il perseguimento di un fine diverso dal passeggero lucro del singolo soggetto che ratifica la decisione, risultano obiettivamente molto meno nocive. Quindi, il Giudizio della Storia, troppo spesso truffaldinamente aggirato, è una variabile discriminante utilissima, perché induce un freno nell’assunzione di comportamenti spregiudicati potenzialmente e anche fattivamente deleteri.
3. Il cosiddetto ‘atteggiamento relativista’ in base al quale tutto è legittimo se attiene alla sfera delle libertà del singolo individuo è uno dei mali silenti della nostra società. In questo atteggiamento tutto viene giustificato, per cui si realizzano comportamenti eticamente aberranti, in nome di una difesa della libera determinazione dell’individuo. Ma l’individuo non è una realtà soprannaturale ed invincibile. L’individuo ha una sua fragile umanità che va sempre e comunque tutelata, anche dalla propria personale possibilità di errore. Questo non vuol dire imporre all’individuo dei veti o condizionarne le scelte, ma senza dubbio far sì che su certi punti base, umanamente e soprattutto naturalmente non sindacabili, come il diritto alla Vita, si fissino dei limiti, a garanzia dell’individuo stesso. E’ certo questione non banale individuare a chi spetti il compito di fissare tali limiti. Se ad una autorità religiosa, o politica, o etica. A mio parere, nel legittimo rispetto per le convinzioni religiose e politiche di tutti, sarebbe utile un confronto quanto più possibile ampio, nello spirito dell’universalità che aveva ispirato il lavoro degli estensori delle varie Dichiarazioni dei Diritti illuministe. Non che se ne conservi le modalità, ma che se ne segua lo spirito universale, purtroppo poi trasceso nella sua applicazione pratica, a causa del perenne ‘scollamento’ forse difficile ma non impossibile da recuperare, fra intenti teorici e loro attuazione nella compagine sociale.
Per concludere mi permetto di riassumere così il senso del mio intervento: il crollo dei Valori, primo fra tutti per noi in Italia l’attaccamento al sentimento nazionale, ha gettato la nostra Nazione in mano a meschini individui che non hanno voluto nè saputo proteggerla dalla crisi planetaria. La crisi planetaria è frutto di speculazioni affaristiche in cui i pochi (capitalisti agguerriti, non necessariamente perché ricchi, quanto perché individui senza scrupoli, allettati dal facile guadagno) perseguono l’obiettivo dell’arricchimento facile, a scapito dei molti che pagano lo scotto dell’azzardo dei primi. Agire senza obbedire ad alcun imperativo di ordine morale da parte dei governi significa affossare le economie e dunque affamare i popoli. Da ciò conseguono flussi migratori che offendono sia la dignità dei Paesi migranti che di quelli accoglienti ed un ulteriore tracollo delle singole economie. Se vogliamo risollevarci, anche economicamente, rendiamoci conto che non può essere la Politica serva dell’Economia, ma che la Politica deve fissare delle linee guida operative rispondendo a dictat imposti dall’Etica del Bene Comune per gli Stati e quindi per i singoli individui.

Quell’elenco vago di buoni propositi spacciato per ‘lista di Valori’…

Devo fare autocritica: confesso di non conoscere ancora la produzione letteraria di Saviano, il che mi dispiace. Ho intenzione di colmare al più presto questa lacuna, anche per precisare un giudizio che altrimenti non potrebbe essere, come è giusto che sia, sufficientemente obiettivo sulle sue posizioni politiche e soprattutto sociali.
Forse anche per questo ho atteso diversi giorni prima di commentare l’evento televisivo dell’anno, la trasmissione del duo Fazio-Saviano, che ha avuto il lodevolissimo ed incontestabile merito di scalzare dal podio più alto dell’Auditel (si chiama ancora così?) l’attuale ‘oppio dei popoli’, quella macchina per il consolidamento dell’imbecillità, creata da menti furbe (non certo intelligenti) e destinata ad una platea imbecille, che ama vedere insultata qualunque residua traccia di intelligenza le si possa attribuire, con il trionfo della cosiddetta ‘tv spazzatura’. Mi riferisco, come è evidente, a quel manifesto del degrado culturale delle masse in cui si incarna la platea dell’odierno panorama televisivo, che risponde al nome di ‘Grande Fratello’.
La prima puntata della trasmissione mi è piaciuta particolarmente. Ho apprezzato l’intervento del sempre fine e sagace Benigni, l’ironia di alcune note di Fazio, ma quel che mi ha impressionato in maniera particolarmente positiva è stato il contributo di Saviano. Plaudo alla corretta rilettura del trattamento riservato in vita ad un eroe come il Giudice Giovanni Falcone (anche se io avrei completato il quadro illustrando anche le sottili manovre burocratiche utilizzate ai danni della figura ancor più eroica del Giudice Paolo Borsellino, forse ancora più emblematiche ai fini della descrizione del meccanismo della ‘macchina del fango’) ma soprattutto plaudo alla scelta coreografica e scenografica di ‘indossare il Tricolore’ per riportare alla nostra memoria oggi fin troppo distratta ed annebbiata dalle idiozie che ci ammanniscono i vari aspiranti ‘padroni’ del nostro bello italico suolo, il vero significato delle lotte Risorgimentali, oggi più che mai attuali.
Confesso di essermi commossa al richiamo di quei Valori che hanno animato svariati secoli di eroici sacrifici e per aver finalmente trovato una voce che proclamasse senza timore di scontate accuse di retorica e qualunquismo l’attualità del giuramento della Giovine Italia. Sono sempre stata convinta che, al di là della sterile contrapposizione che ha avvelenato il dibattito politico del Dopoguerra prima fra fascisti ed antifascisti, poi fra comunisti e cattolici, oggi fra liberalisti e ‘democratici’, il vero nocciolo della questione, l’argomento di fondo che dovrebbe permeare l’agone politico italiano, è una corretta difesa dell’Unità Nazionale, operata in un’ottica nuova, che, più che promuovere la solidarietà a fondo perduto, inciti allo sviluppo delle singole peculiarità territoriali in funzione di un progresso armonico ed omogeneo di tutto il tessuto del Paese: dalle Alpi a Lampedusa, da Otranto a Saint Vincent, da Palermo a Mestre. In seno ad un panorama europeo che cerca faticosamente di additare la via di una Unità continentale oggi aspramente messa alla prova dalla dura crisi economica planetaria, il dibattito Nazionale dovrebbe mirare a rendere effettivamente operativi tutti i vantaggi di una Unità che era sicuramente attuale e proficua in era Risorgimentale, ma che possiede tuttora delle potenzialità che non sono state sufficientemente messe in atto.
Oggi invece assistiamo ad un vero e proprio brancolamento nel buio. La verità è che la Destra si è appiattita sulle tesi capitalistiche propagandate per becero interesse personale da un ‘utilizzatore finale’ ormai in fase di declino, mentre la Sinistra si ritrova, suo malgrado, solo per raccattare i voti degli oppositori della Lega, ad indossare panni che per troppo tempo ha rigettato e che le vestono stretti, propugnando un richiamo a dei valori patri che certo non fanno parte del suo pur rispettabile patrimonio culturale.
In questo triste panorama, il tanto discusso intervento del duo Bersani-Fini mi sembra abbia dato una paradigmatica manifestazione di quello che è il vuoto politico in cui ci muoviamo.
La lista di Bersani era un elenco di buone intenzioni. Da spettatrice spassionata, ma con un proprio indirizzo etico e morale da cui scaturisce un proprio personale giudizio politico, posso dire di averne condiviso i due terzi. Rivendico la facoltà di osservare che il diritto alla vita è prioritario e che non può essere sacrificato nemmeno sull’altare del diritto alla libera determinazione personale. Io sono un essere umano, ed in quanto tale limitato, non posso sapere oggi quale sarà la mia reazione di fronte ad una condizione vegetativa in cui potrei versare domani. Rispetto il dolore e la sofferenza che hanno accompagnato le esperienze umane di Welby e della famiglia Englaro, ma rivendico il diritto di dissentire dalle loro scelte. Non sono d’accordo ad uccidere la speranza, nemmeno se la Scienza ha tentato infruttuosamente tutte le vie. Credo in una Via Soprannaturale e desidero affidarmi a quella: non impongo ad altri di abbracciare il mio convincimento, ma ritengo che non si debba cadere nell’errore opposto, cancellandone la possibilità come potrebbe capitare in una società che promuove la fin troppo semplice via della ‘fuga’. Ho versato in un letto d’ospedale in preda ad atroci dolori dopo un’operazione cui mi ero dovuta sottoporre senza poter far uso di antidolorifici, quindi sono consapevole del fatto che la sofferenza conduca a posizioni radicali, che magari non si assumerebbero in condizioni di serenità. Al contempo ricordo lo strenuo attaccamento alla vita di mia madre, che in condizioni terminali, anche se consumata da dolori inenarrabili, non faceva che sperare in un possibile recupero ed in un almeno parziale ritorno ad una condizione di normalità. Esattamente per questo ritengo che il diritto all’autodeterminazione sia corretto nel momento in cui non lede il primo e più importante valore dell’Essere Umano: il Diritto alla Vita, in tutti i contesti ed in tutte le sue accezioni. Pertanto se essere di Sinistra vuol dire ammettere l’aborto e l’eutanasia e favorire la fecondazione assistita, devo candidamente ammettere che io non sono di Sinistra: non ritengo che sia in mio esclusivo possesso un miracolo così bello e così strabiliante come quello della Vita e desidero che esso sia tutelato in ogni modo, anche contravvenendo ad una mia personale e transitoria volontà. Per il resto, devo dire che almeno due terzi di quell’elenco costituivano un insieme di affermazioni trasversalmente condivisibili, ma non molto incisive sul piano politico. In realtà sarebbe stato sufficiente, ma forse avrebbe avuto scarsa presa sul grande pubblico, illustrare solo l’indirizzo ideale che si intende conferire alle politiche etiche, economiche e sociali che costituiscono in buona sostanza l’operatività dell’aspirante intervento governativo. La Sinistra intende porre l’Uomo al centro del suo Universo? Ma quale Uomo? Un Uomo che ha solo dei bisogni materiali da soddisfare o diversamente un Uomo che ambisce a coltivare una sua componente ideale che travalichi lo scarno meccanismo delle lotte sociali fra padroni e servi della gleba? Intendiamoci: noblissima l’intenzione di appoggiare questi ultimi in una sempre troppo ingiusta contrapposizione, ma è la soluzione proposta che, come la Storia ha dimostrato, si è rivelata fallimentare. Oggi la Sinistra, per reagire a quel fallimento annunciato, non vede di meglio che farsi paladina delle ‘nuove istanze di giustizia sociale’: i diritti degli omosessuali, i diritti dei trans, i diritti dei malati terminali, i diritti delle donne che compiono la dolorosa scelta dell’aborto. Ora, posto che dal mio punto di vista non è legittima nessuna discriminazione nei confronti di nessuna ‘categoria’, anzi che non mi piace nemmeno l’utilizzo della locuzione ‘categoria’, di per sè già discriminante, io osservo che le posizioni assunte dalla Sinistra in merito a tali questioni siano il prodotto di una impostazione materialista, per la quale l’Uomo non ha altri riferimenti fuori di sè (e mi sembra alquanto imbarazzante, dal punto di vista ideologico, la condizione dei cosiddetti ‘laici cattolici’, come Vendola, al quale va tutto il mio rispetto umano, ma non politico) e quindi ha il pieno diritto di decidere della vita propria ed altrui. Questa impostazione, da un punto di vista strettamente politico, ha visto maturare le sue sconfitte nel crollo dell’Impero Comunista. La fase attuativa del Comunismo ha previsto un semplicistico, seppur giustificato dalle condizioni storiche, capovolgimento dei ruoli: il potere e la proprietà passavano dal vertice alla base della piramide sociale, con un meccanismo automatico, non sempre felicemente posto in essere. A parte la facile ma profondamente pregna di significati battuta che ricordo nel ‘dottor Zivago’, quando il potente defraudato della sua proprietà, nell’atto di tornare a prenderne forzoso possesso risponde alle obiezioni altrui asserendo ‘Faccio parte del Popolo anch’io!’, osservo come una impostazione esclusivamente materialistica, privi l’Uomo di quella che è la più grande delle sue ricchezze: la Speranza di costruirsi da solo un Futuro Migliore. Non è un’affermazione retorica la mia, ma è una semplice constatazione: i nostri emigranti hanno sempre lottato per conquistare una stabilità economica che consentisse loro di costruire un futuro personale più roseo nella madrepatria (migliaia di nostri connazionali, anche in tempi recenti, hanno investito i frutti di anni di duro lavoro nelle fabbriche Tedesche nella madrepatria, non solo per costruirsi una casa, ma anche per intraprendere un’attività lavorativa con maggiori prospettive di realizzazione). Non si sono mai accontentati del semplice assistenzialismo centralizzato di tipica impostazione comunista, ma hanno sempre voluto ‘costruire’ con le proprie mani il proprio futuro. Questo istintivo atteggiamento costituisce una significativa testimonianza della non secondaria importanza che è da attribuire alla componente ‘spirituale’ dell’agire umano. L’uomo agisce sulla spinta di gratificazioni ideali che non sono altro che il modo in cui si coniuga il suo bisogno di essere ‘saziato’ nei suoi bisogni. Perché esistono bisogni fisici, di cui è corretto riconoscere la dignità, ma esistono anche bisogni di natura ‘ultracorporea’, i cui effetti sarebbe sciocco sottovalutare.
Per contro, la lista dei ‘Valori della Destra’, declamata dall’attuale Presidente della Camera dei Deputati, Gianfranco Fini, è stato uno scialbo proclama propagandistico, nel tentativo sempre goffo di raffazzonare una ‘legittimità politica’ che egli stesso per primo sente di non avere. Ho incontrato personalmente l’onorevole Gianfranco Fini alla fine degli anni Ottanta ad Acireale, dove mio padre nei lontani anni della sua gioventù aveva profuso tutte le sue forze civiche nella militanza in seno alla formazione politica allora perseguita come ‘accolita di folli, esaltati, colpevoli del reato di apologia del fascismo’. Fu grazie anche all’impegno civico suo e di coloro che come lui agivano in assoluta buonafede che, in una Sicilia in cui dietro ad un successo politico si nascondeva sempre la ‘longa manus’ della speculazione mafiosa, la non certo misera cittadina di Acireale poteva vantare il privilegio di possedere un seggio senatoriale conquistato per reali meriti politici e non per voto di scambio: il Senatore Cristoforo Filetti, uomo di solidi principi etici e morali, dotato di un ammirevole senso del dovere e di un altrettanto ammirevole senso dello Stato Nazionale e delle Istituzioni, oltre che persona di altissimo spessore culturale, dal fine senso dell’umorismo e dalle indubbie capacità professionali, che ho avuto il sommo onore ed il grande privilegio di frequentare sin dagli anni della mia più tenera età, e che ha costituito uno dei miei più solidi modelli di riferimento per la mia formazione umana, non aveva necessità di contrattare con la lercia criminalità organizzata un consenso elettorale che, senza il trionfo del marciume democristiano, ritengo sarebbe stato addirittura plebiscitario. Prova ne sia il fatto che, ad 84 anni, sotto il condizionamento emotivo di tangentopoli, fu eletto per il primo dei suoi due mandati consecutivi da Primo Cittadino della ‘sua’ Aci. Ricordo dunque un comizio, nella fase di transizione in cui il Movimento Sociale iniziava ad affidarsi alla conduzione di un allora ‘politicamente imberbe’ delfino di Almirante, nella mia vetusta cittadina, alla quale l’allora oscuro onorevole Fini sentì l’obbligo di partecipare, per curare un collegio elettorale da sempre favorito. In quella circostanza gli strinsi la mano e lo ascoltai esprimere, da bravo dirigente di partito, la linea allora di battaglia in seno al movimento. Come ho già avuto occasione di fare, preciso che non ho mai condiviso ‘in toto’ le idee di mio padre. Sarebbe sciocco rinnegare quello che è un dato di fatto, e cioè che il suo impegno politico si è indirizzato in quella che all’epoca della sua giovinezza era una direzione minoritaria, e non ho intenzione di farlo. Ritengo altresì di aver avuto un’opportunità che a molti è mancata: quella di potermi plasmare un’opinione personale più ‘completa’, proprio per aver avuto la possibilità di sentire non solo la ‘campana dominante’, ma anche la sua diretta antagonista. Molti sono stati i punti controversi sui quali ho apertamente manifestato il mio dissenso, ma non sono mancati gli spunti che ho ritenuto positivi, soprattutto nell’ambito delle politiche sociali. Il più forte fra questi ritengo che sia l’idea del Corporativismo, della Meritocrazia, e l’Umanesimo del lavoro di gentiliana memoria. Basterebbe già questo, nell’ottica attuale a bollarmi come ‘fascista’, e so che molti lo fanno. Io però non mi sento tale. Io sono prima di tutto Italiana, ed orgogliosa di esserlo, ma non ritengo che l’orgoglio di esserlo appartenga necessariamente in esclusiva ad una parte politica. Io sono orgogliosa di un Paese che ha una tradizione culturale ed artistica seconda forse soltanto all’antica Grecia, ma che può dire di aver superato questa per aver avuto la fortuna di una fertilità del proprio genio creativo che si è spalmata nell’arco di un paio di millenni, mentre l’isola felice della grecità è tramontata subito dopo l’era ellenistica. Io sono consapevole che l’Italiano è un popolo di gente straordinariamente capace, non solo nel lavoro fisico (chi ha la migliore capacità al mondo di lavorare i prodotti della terra, chi è capace delle migliori intuizioni nel campo della Scienza e della Tecnologia?) ma anche e soprattutto nella produzione intellettuale (chi può vantare la nostra produzione letteraria? chi ha avuto Dante, Manzoni, Leopardi, Foscolo, Pirandello, Vico, Croce, Gentile?) ed artistica (chi ha avuto Leonardo, Michelangelo, Caravaggio, Bernini, Giotto, Cimabue, Brunelleschi, Donatello e chi più ne ha più ne metta?) Basterebbe fare un giro in Santa Croce, dove riposano fra gli altri anche i resti mortali di Galileo, Vittorio Alfieri e Ugo Foscolo per sentire tutto l’orgoglio di una appartenenza che non è certo di trascurabile rilevanza. In quanto Italiana, apprezzo tutti i prodotti del ‘genio’ italiano e sento l’obbligo di favorirne in tutti i modi leciti l’affermazione in seno al consesso mondiale dei Paesi maggiormente ‘civilizzati’. L’idea che, da quanto mi è stato dato capire, è alla base dell’ideale corporativo non ha nulla a che vedere con il meccanismo oscuro di controllo delle cosiddette ‘lobbies’ che guidano la politica statunitense, ma è l’assunto secondo il quale ciascuna categoria produttiva possiede le chiavi per individuare al proprio interno le figure che possono meglio rappresentarla nell’agone politico. Come si sta palesando sempre più in questo periodo di crisi stringente, il Paese non si può più accontentare delle macchinose elucubrazioni di quelli che vengono da più parte definiti i ‘professionisti della politica’: il Paese, a me piace dire la Nazione, ha problemi concreti, cui vanno date delle risposte concrete. Ora io mi muovo nell’ambito di una categoria produttiva X, ad esempio il mondo del Commercio: se mi muovo in quell’ambito saprò fare un corretto discernimento sul migliore rappresentante della mia categoria. Sta poi alla mia coscienza se opero la scelta sulla base di condivisibili valori etici o spinto da gretto e vile opportunismo. Rivendico allora il mio diritto ad una partecipazione democratica, ma insisto che questa partecipazione sia condotta fino alla sua compiuta attuazione: voglio poter decidere sulla base di elementi che mi sono familiari, che fanno parte della mia attività e che posso con cognizione di causa discernere. Se, come nel mio caso personale, ho svolto la mia attività lavorativa nel mondo della Scuola e dell’Università, sarò in grado di individuare i migliori rappresentanti di quella realtà e magari come Ministro della Pubblica Istruzione potrei scegliere una figura di alto spessore culturale (non necessariamente un filosofo, il che peraltro non guasterebbe) invece che una oscura ‘signora’ dotata di competenze ben più triviali che una conoscenza diretta delle problematiche dell’educazione. Quindi punto numero uno: a mio parere il Corporativismo, inteso in quest’ottica non è il Male Assoluto, anzi una forma ben più compiuta e consapevole di democrazia. Punto numero due: su quale base opero la mia scelta democratica? Quali sono i criteri che mi suggeriscono di preferire Caio a Sempronio, entrambi esponenti della mia categoria produttiva? Ecco che fa capolino il secondo valore di riferimento di cui intendo richiamare l’importanza: la meritocrazia. Fra il Professor Di Bella ed il Professor Veronesi preferisco il primo perché non solo non ha mai tratto alcun profitto personale dalle sue ricerche, ma soprattutto perché le ha condotte con il più alto rigore e fedeltà al ‘metodo scientifico’ di galileiana memoria, senza essere mai passibile di critiche per aver favorito con le sue posizioni i giochi delle multinazionali della farmacologia. Meritocrazia intesa come primato di coloro che sono veramente meritevoli e non di quelli che opportunisticamente propugnano le tesi più care agli interessi dei grandi gruppi di potere capitalistici. E qui torna l’importanza della costruzione di un sistema scolastico efficiente, laddove l’efficienza non si misura nel numero dei diplomi o della cartaccia prodotta nell’unità di tempo, ma dalla levatura della produzione scientifica e umanistica. Troppo spesso dimentichiamo che un sistema scolastico oggi dilaniato nelle sue fondamenta ha donato alla nostra Nazione l’orgoglio di cervelli pluripremiati in ogni campo dello scibile. Personalmente, vista la mia formazione universitaria, non posso non menzionare le figure dei due più grandi Matematici del Secolo, Ennio de Giorgi (che ho conosciuto personalmente con grande onore) e Gaetano Fichera (della cui omonimia e lontanissima parentela vado orgogliosa): de Giorgi, ingegno precocissimo, a soli 28 anni aveva già risolto uno dei famosi ‘problemi di Hilbert’, che per gli addetti ai lavori costituivano una delle sfide più alte del Ventesimo Secolo nel campo della Matematica. Oggi invece la scuola è diventata ‘azienda’ ed ha il triste compito di ‘sfornare’ diplomi, alla base dei quali però molto spesso non si trova alcuna reale solidità di contenuti. La scuola dovrebbe invece formare degli uomini, sui quali in un secondo momento innestare le competenze che faranno di loro dei tecnici competitivi. Perché saranno quegli uomini ad avere le potenzialità di selezionare sulla base di corretti criteri meritocratici, le migliori rappresentative cui delegare in maniera autenticamente democratica perché consapevole, il mandato della gestione e della amministrazione della cosa pubblica. Ma lo saranno nella misura nella quale riterranno che la gratificazione dell’Uomo vada di pari passo con il successo del suo impegno personale, onesto e disinteressato. Lo saranno nella misura in cui al Lavoro venga assegnata quella funzione catartica che ne fa una attività dalla dirompente potenza creatrice. Il lavoro nobilita l’Uomo: mai nessuna affermazione fu più scontata, eppure così vera. Ma il Lavoro nobilita l’uomo quando l’uomo non si sente sfruttato, quando l’uomo percepisce di essere un soggetto attivo nelle dinamiche produttive, e non una pedina facilmente sostituibile con una macchina. Il Lavoro nobilita l’Uomo quando l’uomo sa che un suo impegno diretto vedrà un riscontro sufficientemente immediato, quando l’utile di un’impresa viene soddisfacentemente e responsabilmente condiviso con le forze produttive che tale utile hanno contribuito a realizzare: quando gli operai partecipano in misura accettabile dei dividendi dell’impresa che li ha assunti. Queste dovrebbero essere le vere istanze sindacali, e non la strenua lotta per la riduzione dell’orario di lavoro, per certi versi legittima, ma non esaustiva. Certo se si lavora meno nell’immediato si può contenere la disoccupazione, ma bisogna mirare anche ad incentivare la produzione, per risollevare l’economia e guarire l’annosa questione del deficit.
Di tutte queste proposte ‘concrete’, che pure facevano parte del bagaglio culturale non tanto della Destra che oggi si definisce tale, quanto di quel Movimento Sociale vituperato erede del Partito Nazionale Fascista, nel proclama-elenco di Fini non ho trovato traccia. Sinceramente non speravo di trovarne, visto che da diverso tempo costui ha smesso di avere il mio rispetto politico che invece va a Bertinotti, di cui apprezzo la coerenza, ma ho voluto concedergli un ennesimo beneficio del dubbio che egli ha prontamente deluso, come di consueto. Ricordo ancora l’atteggiamento fortemente critico con cui mio padre accolse la cosiddetta ‘svolta di Fiuggi’. Devo dire che allora non compresi la sua netta opposizione, giudicandola come una manifestazione di estremismo fuori tempo, ma oggi devo dargli ragione. In proposito segnalo un suo scritto reperibile in rete all’indirizzo http://tabularasa.altervista.org/ dal titolo Grazie, Presidente! L’opportunista Fini ha descritto una parabola politica veramente ‘sui generis’, funzionale sicuramente alle sue ambizioni personali, ma a ben vedere sterile anche nell’ottica di tale egoistica prospettiva. Se l’appoggio esterno ad un governo masso-secessionista come il Primo Berlusconi fosse arrivato nel 1994, quando la nomenclatura missina godeva ancora di una ‘verginità politica’ che oggi più non appartiene ai residui della diaspora di Alleanza Nazionale, oggi, in un periodo di crisi economica e morale, la parte politica che Fini vorrebbe rappresentare godrebbe di un consenso popolare indubbiamente molto più forte, ed avrebbe delle capacità propositive che mancano ad una Sinistra zoppicante, incerta sui valori da proporre al proprio elettorato. In tali condizioni la cupidigia di colui che è passato dal definire Mussolini il più grande statista del Novecento al descriverlo come uno dei più grandi criminali del Secolo appena trascorso, ne avrebbe tratto molto maggiore profitto. Perché qualunque abiura Fini faccia, lui (come del resto anche La Russa e Gasparri che gli hanno preferito il più remunerativo magnate della finanza) agli occhi della gente non si libererà mai di quella macchia che viene da tutti percepita come una traccia di ‘peccato originale’, a meno che non abbiano il coraggio che gli manca di guardare il mostro in faccia e spiegare le reali ragioni di una impostazione ideale che ha ancora delle risposte da dare ai problemi concreti della Nazione. Ma per farlo, bisogna amare l’Italia più della propria poltrona, e soprattutto più delle proprie pretese pensionistiche, cosa che i parlamentari di tutti gli schieramenti (eletti sotto il condizionamento di una democrazia incompiuta perché non pienamente consapevole) non hanno alcuna intenzione di fare.
Pertanto respingo come inconcludenti, sia l’uno che l’altro elenco: sarei portata ad essere più indulgente con il primo, visto che riconosco l’obiettiva difficoltà dei suoi estensori, privi di solidi riferimenti ideali. Per quanto riguarda il secondo, non gli riconosco la dignità di elenco, nè tantomeno quello di Lista di Valori, perché si mostra come un’evidente accozzaglia di opportunismi politici: per strizzare l’occhio ad un governicchio di transizione non si può chiosare dicendo che LA PATRIA, DA QUALCHE TEMPO, NON E’ PIU’ SOLTANTO LA TERRA DEI PADRI!

Femminilità è assenza?

Un’immagine ieri sera ha colpito la mia attenzione e mi ha fatto maturare questa riflessione: qual è il valore semantico che la società odierna attribuisce al sostantivo femminilità?
L’immagine in questione era una inquadratura televisiva di un noto personaggio, tale Vladimir Luxuria, che sembra essersi guadagnato (o guadagnata?) con ferrea determinazione in anni di avvedute battaglie semiserie il diritto al riconoscimento di una sua presunta ‘naturale’ femminilità.
Premetto di non aver la benché minima intenzione di mostrare indifferenza nei confronti di quello che può essere vissuto come un forte disagio psicologico da parte di chi non riesce a trovare la giusta armonia fra la componente fisica e la componente psicologica del proprio essere. Sono vicina a chiunque viva questo disagio perché da qualche tempo a questa parte per tutt’altri motivi (una recente condizione patologica che ha indotto nel mio fisico cambiamenti che faccio fatica ad accettare) esso mi è noto: la mia natura sensibile mi induce una scontata partecipazione empatica alle sofferenze psicologiche che inevitabilmente accompagnano queste situazioni estreme. Tuttavia una riflessione matura in me spontaneamente: cos’è la femminilità? O meglio, qual è il significato che noi, oggi, nel XXI secolo, attribuiamo al termine ‘femminilità’?
Femminilità è ASSENZA? Non mi riferisco soltanto alla mera privazione di un attributo fisico e di tutti i caratteri secondari che da questo sono regolati, ma anche, e soprattutto, all’immagine che viene presentata come ‘vincente’ del modello femminile.
Sembra che l’universo femminile, dopo anni di battaglie a mio avviso non sempre illuminate, si sia quasi accasciato su se stesso, rassegnato quasi a soccombere al modello che per secoli è stato imposto dalla componente maschile del genere umano a proprio esclusivo uso e consumo.
Vi sono pochissime parentesi storiche nelle quali alla donna sia stato riconosciuto un ruolo più che decorativo nel consesso sociale: una di queste, curiosamente, per quel poco che ne sappiamo, è rappresentata dalla breve esperienza della scuola pitagorica. Il Pitagorismo, corrente filosofica illuminata, curiosamente non impediva alle donne l’accesso alle segrete stanze della conoscenza, e pitagorica fu Ipazia, la maggiore (o forse l’unica?) filosofa dell’antichità post-classica, le cui intuizioni poderose avrebbero consentito un balzo in avanti di diversi secoli al progresso della Ricerca Matematica. Eppure numerosissimi e molto brillanti sono gli esempi di donne che siano riuscite a distinguersi nei più svariati ambiti dello scibile umano. Dalla poetessa Saffo (che purtroppo è spesso ricordata solo per le famigerate illazioni sui suoi costumi sessuali), alla stessa Ipazia, alle matematiche Emily Noether e Maria Gaetana Agnesi, alla scienziata Marie Curie, alla nostra contemporanea Rita Levi Montalcini, le donne hanno dimostrato in tutte le epoche storiche di non temere il confronto con l’intelletto maschile. Anzi, si da il caso che spesso il contributo femminile all’attività culturale sia stato spesso più fecondo e determinante di quanto non venga universalmente riconosciuto.
Per secoli ha invece prevalso il modello della ‘donna cortigiana’. Un simpatico scherzo circola da qualche tempo nella Rete: si elencano una serie di sostantivi maschili e si confrontano i loro significati con la corrispondente versione femminile. Curiosamente, laddove la declinazione maschile ha un accezione ricca di sfumature, il corrispondente femminile ha un valore semantico francamente poco onorevole. Un esempio lampante, che non credo necessiti di particolari approfondimenti, è il termine ‘cortigiano’. Al di là della trovata umoristica, reputo interessante lo spunto che da questo scherzo si può trarre. Il modello oggi universalmente dominante vede la donna relegata ad un ruolo marginale, di puro elemento decorativo, questo almeno nella migliore delle ipotesi, o, peggio, di oggetto di abuso (non solo fisico, ma anche verbale ed intellettuale).
A questo punto mi pare evidente l’ineluttabile connessione che la società di oggi ha ribadito fra i sostantivi FEMMINILITA’ ed ASSENZA, legandoli nell’abbraccio di un’equazione mortale per la dignità muliebre.
Assenza di parola, assenza di istruzione, assenza di cultura, certamente: ma soprattutto, assenza di diritti, anche in merito ai propri gusti, bisogni e necessità.
La donna di oggi, o almeno il modello che viene riconosciuto vincente, deve puntare ad enfatizzare la componente estetica del proprio essere, ma con tale pervicace ed esasperata ostinazione, da arrivare anche a far violenza a se stessa. Alla donna non è consentito invecchiare: ma attenzione, non è consentito invecchiare nemmeno all’uomo, che in questo eccesso di superficialità mostra il fianco ad una ‘debolezza’ sospetta. Apro qui una parentesi a proposito di recenti polemiche su certe affermazioni burlesquonesche (chiedo scusa per il cacologismo, ma mi sembrava simpatico): non credo che si possa autoincensare la mascolinità dall’alto di un pulpito che cede periodicamente alla personale debolezza del ricorso alla chirurgia estetica per conservare dei tratti somatici che potrebbero come tutto il resto mostrare maggiore dignità se fossero lasciati alle provvidenziali cure di Madre Natura.
Anche donne bellissime, col passare degli anni, si tramutano in mostri inquietanti, con lineamenti del viso ridotti ad un modello standard. Si mutilano i corpi, si annebbiano le coscienze, si annullano i diritti, si cancellano le peculiarità.
Ad una donna è consentito, come si suol dire, ‘fare carriera’, ma per farlo essa deve scegliere: o la carriera, o la famiglia. E’ recente la notizia che in Iran si chiede alle donne di rinunciare agli studi universitari, in nome di una non meglio precisata difesa dei diritti della famiglia. Nel civilissimo Occidente, una donna può decidere di fare un figlio, ma deve essere consapevole che farlo significa essere tagliata fuori dal mondo del lavoro. In Cina viene addirittura costretta ad abortire se incinta del secondo figlio, in nome di una criminale politica di controllo delle nascite. Sono tutte condizioni di ASSENZA o, peggio, di PRIVAZIONE.
Sulla scorta di una tale disposizione fattuale, è chiaro che la condizione di assenza fisica del membro maschile possa legittimare una femminilità che a mio avviso non è e non ha ragione di essere.
Lo ribadisco: non è insensibilità che mi porta a maturare un giudizio talmente severo, quanto piuttosto un rispetto della realtà dell’essere femminile che mi sembra al giorno d’oggi misconosciuto.
Una donna E’.
Intendo dire che una donna non deve aver bisogno di essere cortigiana per essere DONNA. Ricordiamo l’origine etimologica che riveste il termine del riferimento cortese alla condizione di ‘domina’, signora, ma non solo della propria casa, bensì delll’universo di affetti e di conoscenze con il quale viene ad interagire. Ma ciò non vuol dire che per essere DONNA in questo senso più completo e totale debba necessariamente rinunciare alla cura del proprio aspetto o sacrificare le proprie sacrosante aspirazioni sociali o affettive. Ricordo ancora quanto mi ferì l’affermazione di un mio docente al quale continua pur ad andare tutta la mia stima: un importante risultato era stato prodotto da ‘una femminuccia’ che lavorava nel gruppo di ricerca di un noto matematico ottocentesco. Il sarcasmo che aveva accompagnato una tale affermazione mi indusse a riflettere sul ruolo ineluttabilmente secondario che la comunità scientifica era ancora disposta a riconoscere al contributo dell’ingegno femminile.
Il riconoscimento di una dignità femminile a soggetti ‘ibridi’, che pretendono di definirsi ‘donne’ solo perché si sono sottoposti ad un intervento di automutilazione, mi pare che non faccia altro che ribadire uno stereotipo che nell’equazione FEMMINILITA’=ASSENZA umilia ancora una volta la dignità della donna.
La femminilità a mio avviso è invece RICCHEZZA. E mi riferisco non ad una ricchezza intesa come territorio da depredare, bensì ad una ricchezza come patrimonio di ingegno, di peculiarità e di sensibilità COMPLEMENTARI e non succubi ai loro equivalenti maschili. Tale ricchezza è frutto di eterogenei fattori: senzsa dubbio di ordine culturale, ma anche e soprattutto di ordine BIOLOGICO. Una donna nata tale ha un patrimonio cromosomico che non può essere riprodotto in condizioni asettiche di laboratorio, e tale patrimonio condiziona inevitabilmente il suo futuro sviluppo, sia fisico che intellettuale, che emotivo.
Non possiamo disconoscerlo. Questa ricchezza deve essere protetta, ed il suo impiego consapevole ed autogratificante per la donna incentivato, piuttosto che misconosciuto ed umiliato. Oggi arriviamo invece al paradosso che una donna si sente veramente tale solo quando umilia la propria femminilità riducendola a merce di scambio e baratto, ad oggetto di soddisfazione sessuale per il suo alter ego maschile.
Sento pertanto il bisogno di richiamare l’attenzione ad un modello di donna che HA IN SE’ i semi della propria dignità, che non possono essere asetticamente plasmati in sala chirurgica, ma le appartengono per ‘diritto’ di nascita. Lo stesso discorso potrei ripetere per la peculiare dignità maschile, che non può essere conquistata a prezzo di bombardamenti ormonali e risibili pratiche chirurgiche.
LA DONNA E’, SEMPLICEMENTE, E’.
Pertanto ritengo che l’impegno dei movimenti autenticamente promotori di una difesa dei diritti della condizione femminile (che non necessita di risibili concretizzazioni in ministeri per PARI OPPORTUNITA’ creati ad hoc proprio in quell’ottica di ‘funzione di scambio’ che offende la dignità dell’universo muliebre) debba d’ora in avanti indirizzarsi ad una cancellazione speriamo definitiva di questa temibile equazione, ribadendo ogni volta che lo si ritenga necessario questo semplice concetto:
FEMMINILITA’ NON E’ ASSENZA!

Apollineo e Dionisiaco

I recenti accadimenti politici mi inducono a condividere con il lettore di questo mio blog alcune spontanee riflessioni.

Innanzitutto premetto che io non ho un rigido ‘credo’ politico. Sono stata educata in una famiglia tradizionalista, con un papà militante missino, al quale, pur non condividendone pedissequamente le idee, riconosco due grandi meriti: il primo è quello di aver fatto politica (rischiando anche la vita) in nome di un convincimento ideale e non per becero interesse ed il secondo è quello di non avermi mai imposto le sue idee, ma di aver accolto anche con un certo comprensibile disappunto le critiche che andavo muovendogli in merito alle posizioni assunte nel corso della storia da lui e dalla sua parte politica. La prima, e forse più importante delle quali, è quella di aver posto, da cattolico quale è sempre stato, la fede politica al di sopra della fede religiosa. Questa è una impostazione che io, da credente, non posso condividere. Al di là di questo, lui mi ha raccontato la sua versione della storia del Fascismo, dai libri di Storia ho appreso la versione codificata e nel complesso mi sono fatta l’idea che, come tutti i fenomeni umani, questo ha certamente avuto le sue pecche (alcune anche non trascurabili) ma ha avuto anche dei meriti, che una analisi condotta con onestà intellettuale non può disconoscere. Senza dubbio è stata una dittatura, ma l’epoca presente credo ci abbia portati ad una dittatura di gran lunga peggiore. Questa premessa mi sembrava doverosa per chiarire che io cerco di condurre un’analisi quanto più possibile obiettiva, scevra da condizionamenti ideologici, tesa ad un fine costruttivo, più che semplicemente distruttivo.

Ora vengo al nocciolo della questione.

La storia Italiana degli ultimi vent’anni, che io ho vissuto in prima persona perché ha coinciso con gli anni della mia giovinezza, mi sembra essersi chiusa in un vicolo cieco. Vent’anni fa dopo la caduta del muro di Berlino finalmente si riunificavano le due Germanie e noi giovani vedevamo in questo evento di portata storica un segno di speranza, come è naturale che sia. Intanto nei nostri confini si faceva largo un movimento allora ritenuto risibile, a confronto con le granitiche macchine elettorali del C.A.F., ma la cui funesta capacità di radicamento mi era stata purtroppo immediatamente chiara: la Lega Nord. Ricordo che la prima volta che mi recai alle urne mi sembrò ridicolo che un movimento che teorizzava la Secessione del Nord dall’Italia si presentasse nel collegio elettorale della Sicilia Centrale. Qualche anno più tardi questo particolare assunse la sua obiettiva rilevanza: come tutti gli altri partiti contro i quali scagliava le proprie invettive, il partito del becero Senatùr, pur di raccattare voti, si presentava nel collegio elettorale della moglie, siciliana (per l’esattezza ‘carrapipana’: in futuro scriverò anche su questo….).

Neanche il tempo di gioire per l’ebbrezza della ritrovata libertà del popolo Tedesco, che la mafia inizia a farsi prepotentemente largo nella cronaca quotidiana. L’assassinio del giudice Livatino è il primo di quegli odiosi attacchi ai servitori dello Stato, che culminerà con la Strage di via d’Amelio del 19 Luglio 1992.

Intanto, curiosamente, fra l’uno e l’altro degli episodi delittuosi compiuti da Cosa Nostra si incunea un avvenimento sulle prime insignificante: è il 17 febbraio 1992 e scoppia il Caso del Pio Albergo Trivulzio, capostipite dei processi di Tangentopoli. Il fenomeno Tangentopoli in breve dilaga a macchia d’olio, e investe pian piano tutta la classe politica, in particolare la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista ed i partiti minori che alle spalle di questi avevano sempre vivacchiato. Risulta chiaro l’intento di quella che è una indubbia ‘regia occulta’: rovesciare una nomenclatura che per motivi che non sembrano ancora del tutto chiari è divenuta desueta, non più rispondente alle esigenze dei ‘poteri superiori’ che l’hanno fino a quel momento foraggiata.

In questo ‘baillamme’ ognuno cerca di sopravvivere come può: mantenere a galla l’ancient regime diventa però ogni giorno che passa un’impresa sempre più titanica. Così il vecchio apparato si sfalda, i suoi componenti si lanciano accuse l’un l’altro e ‘nasce’ la cosiddetta ‘Seconda Repubblica’. Intanto, come buon auspicio, il Presidente della Repubblica viene eletto sotto il ricatto della Strage di Capaci, mentre, dato non trascurabile per quanto in seguito aggiungerò, il Movimento Sociale presenta Paolo Borsellino come proprio candidato di bandiera (il quale, da persona onesta, prende atto, ringrazia, asserisce di essere lusingato dall’attestazione di stima, e cortesemente ma fermamente declina la candidatura). Due mesi dopo, alle sue esequie, il telegiornale di un ancora imprudente Fede, trasmette le immagini delle più alte cariche dello Stato maldestramente strattonate da una popolazione inviperita per il livello di tracotanza raggiunto dalla criminalità mafiosa e l’incapacità reattiva dello Stato.

Crolla la Democrazia Cristiana, crolla il Partito Socialista; il Partito Comunista, che intanto per allinearsi con i venti di cambiamento che hanno visto il crollo dell’Unione Sovietica ha cambiato look, viene coinvolto esso stesso negli scandali di Tangentopoli e perde la voce in capitolo per ergersi quale alternativa scontata al vecchio assetto politico. Nascono formazioni politiche nuove (in realtà sono pezzi di vecchio sistema che tenta di riciclarsi) e vecchi movimenti, fino ad allora considerati estremisti, riempiono quello che giorno dopo giorno viene sempre più avvertito come un ‘vuoto di potere’.

In questa atmosfera confusa sembrano essere favoriti quei partiti che non hanno avuto occasione di lucrare perché relegati dalla loro storia ad un ruolo marginale nell’agone politico, oppure perché appena costituiti, in primo luogo il Movimento Sociale e la Lega Nord. Ma la politica italiana continua ancora ad essere gestita dai poteri occulti, che hanno idee chiarissime e non favoriscono certo il sovvertimento dell’ordine costituito in nome di un ipotetico quanto utopistico richiamo alla dirittura morale.

Hanno bisogno di un nuovo referente: un bel faccione rassicurante da sostituire ai volti ormai impresentabili della vecchia classe politica. Ed ecco che arriva lui: quello che si è fatto da sé. Alla luce degli ultimi fatti di cronaca non siamo in grado di dire se questo non fosse un lugubre quanto osceno e laido presagio, ma per carità di Patria (la nostra, per l’appunto!) facciamo finta di non cogliere un troppo gratuito riferimento a certe future pruriginose abitudini…

L’opinione pubblica, almeno quella in buona fede, conquistata da una linea editoriale televisiva fino a quel momento azzeccata, fa una semplice quanto puerile equazione: ha saputo creare dal nulla un impero televisivo fornendoci programmi di ‘buona’ qualità (su questo sarebbe il caso di opinare, ma in altra sede), sarà in grado di risollevare le sorti del Paese.

Il problema però è che non ci si accorge che l’Unto, per costruire la sua potente macchina bellica, sfrutta la piattaforma del già esistente, raccattando la propria nomenclatura nelle maglie del peggio delle vecchie formazioni politiche: come un grande passatutto, raccoglie democristiani, socialisti, repubblicani, socialdemocratici, liberali e persino ex comunisti o, come si diceva allora, post-comunisti, che di punto in bianco passano fra le file di Forza Italia. Sono soggetti della provenienza più variegata, uniti da un unico comun denominatore: essere il peggio del peggio, ciascuno della propria parte, ma non aver ancora raggiunto quella visibilità che come tale potrebbe farlo riconoscere. Poi naturalmente ci sono le varie vedette dello spettacolo, ma per loro vale il medesimo ragionamento: i veri professionisti, come Corrado, Vianello & Mondaini (che Dio li abbia in gloria!) e lo stesso Mike Bongiorno (anche se quest’ultimo con qualche caduta) continuano a fare seriamente il proprio lavoro, non disdegnando ‘stoccate’ formidabili (Telegatto 1994, Corrado: “Quest’estate, in occasione dei Mondiali di calcio, grideremo tutti… ITALIA, FORZA!, a scanso di equivoci!), mentre i parvenu vedono nel movimento berlusconiano niente di più che una ‘vetrina’ ed un utile investimento per la pensione.

Naturalmente l’Unto, in un’Italia dove esiste ancora una non trascurabile percentuale di gente in grado di ragionare prima di apporre una croce su un simbolo elettorale, non può avere la pretesa di ‘farsi da sé’ anche in campo politico, ha bisogno di opportuni ‘puntelli’: questi ‘puntelli’ divengono la Lega Nord, che cavalca lo sdegno per il ladrocinio di Tangentopoli e la voglia di autodeterminazione, unita al razzismo antimeridionalista che ha sempre dimorato nelle valli alpine e che da queste facilmente dilaga, e al Sud Alleanza Nazionale, che nasce come araba fenice dalle ceneri del vecchio Movimento Sociale, troppo presto orfano del suo storico ‘mentore’, nonché pregevole guida, Giorgio Almirante (mi pare non sia un mistero per nessuno il fatto che anche gli avversari politici lo abbiano sempre considerato un vero signore).

Umberto Bossi e Gianfranco Fini diventano così i pilastri cui si appoggia il Silvio Nazionale. L’uno, il bagaglio culturale che può fornire la frequentazione della Scuola Radio Elettra. L’altro, senza dubbio acculturato, ma meschinamente affetto da una ‘fame di potere’ che lo spinge nel corso degli anni a rinnegare tutte le declinazioni del credo della sua base elettorale, pur di conquistare una ‘verginità politica’ minacciata dall’accusa di post-fascismo. A ben vedere, si tratta della stessa operazione che compie d’Alema per liberarsi del peso ingombrante di Togliatti e soprattutto di Stalin e Lenin, ma Fini la conduce con una apparenza molto più spregiudicata: è evidente a tutti che muore dalla voglia di cancellare quella che era stato il suo trampolino di lancio: la parvenza di (post)fascista. Naturalmente deve salvare capra e cavoli, e così va in giro a decantare una strenua difesa dei valori nazionali, salvo poi allearsi con l’alleato della Lega e deprecare Bossi solo nel momento in cui questo, allettato dalle lusinghe delle sirene di sinistra, ritira la fiducia, causando la caduta del Primo governo Berlusconi (lo ricordo ancora dire indignato: noi non potremo mai più allearci con un traditore come Bossi!). 

Nasce così la nuova Triade della politica italiana: al vecchio C.A.F. si sostituisce il B.B.F. Cambiano le iniziali, ma il nocciolo della questione è lo stesso. Come la Democrazia Cristiana non aveva avuto remore ad allearsi con partiti ‘laici’, un nazionalista (apparente) come Fini non ha difficoltà a governare con un secessionista come Bossi: l’uno in nome di una Unità Nazionale che l’altro si industria in tutti i modi per cancellare. Paradossi, cui il Popolo Italiano, ammorbato dal Grande Fratello che intanto l’Unto non fa che propagandare dalle sue reti televisive, non da più nessun peso.

Dall’altra parte, a difesa (peraltro doverosa) degli attacchi alla Magistratura che l’Unto chiede come controvalore per il proprio attivismo politico, si erge una sinistra quantomai debole, e un personaggio pittoresco, che del suo mandato di ‘becchino della Prima Repubblica’ riceve così la moneta: esaurito il proprio compito di facciata, il Tonino Nazionale conquista una visibilità politica che gli assicura una serena vecchiaia.

Pian piano siamo arrivati al giorno d’oggi.

L’Unto si è rivelato per quello che era: solo un ‘piede di porco’ (in senso quasi letterale), un utensile, manovrato insieme ai suoi alter ego B&F ai fini del raggiungimento di un concreto obiettivo: riportare le lancette dell’orologio indietro di un paio di secoli. Seguendo lo stesso disegno con cui le grandi potenze imperiali di inizio Ottocento si erano accordate per la Restaurazione, oggi assistiamo ad una precisa volontà superiore di restaurare un assetto politico che preveda il ritorno ad una frammentazione dello stato Italiano, la cui pervicacia risulta quanto meno sospetta. Sarebbe troppo semplicistico riconoscere a Bossi il merito di un tale successo. Bossi & company sono solo un’accozzaglia di ignoranti profittatori: il disegno è molto più ampio, e ha avuto bisogno di un ventennio di sforzi per dare i primi frutti. Ne sono stati strumento i tre pilastri del B.B.F., ma anche di Pietro, chè se davvero fosse stato un temibile magistrato, avrebbe fatto la fine di Falcone e Borsellino e non sarebbe certo riuscito a fondare un movimento politico. Chi sia il regista occulto ancora non ci è dato sapere, o forse può essere evidente se si conduce l’analisi sul piano della reale convenienza economica, secondo il sempre efficace insegnamento latino: CUI PRODEST?

In seno a questa strategia occulta si innesta l’odierno scandalo sessual-politico.

E’ senza dubbio doveroso, per chi abbia ancora senso della dignità, esecrare determinati comportamenti, soprattutto se posti in essere da chi dovrebbe rappresentare di fronte al mondo il buon nome di una Nazione: però che per farlo si indulga in un eccesso di spettacolarizzazione degli stessi mi sembra sbagliato.

Al giorno d’oggi mi pare che la contestazione si muova prevalentemente nel solco di una esasperazione dell’esecrabile, della quale io contesto l’opportunità. Sono d’accordo che questa sia una dittatura dell’assurdo, con accenti osceni che davvero sono diventati intollerabili ma, piuttosto che inneggiare ad opere d’arte il cui valore personalmente ritengo discutibile come la produzione cinematografica dell’ultimo Pasolini, preferirei che gli avversari poltici dell’ Unto perseguissero con altri mezzi ed altri accenti un richiamo ad una maggiore limpidezza di costumi.

Non sono convinta che una descrizione truculenta di beceri decadimenti morali sia produttiva ai fini di una sana educazione della popolazione, anzi la ritengo controproducente: è noto che l’effetto immediato di una imposizione negativa è l’attitudine ad infrangerla.

La natura umana coltiva in sè due aspetti, come ci hanno insegnato i Padri Greci: l’Apollineo e il Dionisiaco. L’equilibrio nasce da una corretto dosaggio dei due. Se è vero che non si può soffocare l’elemento dionisiaco impunemente, perché ciò determina come conseguenza un’eruzione devastante dello stesso, è anche vero che nemmeno l’elemento apollineo può essere del tutto soffocato.

Quindi, nel criticare quanto c’è di marcio e lercio nell’odierna conduzione della cosa pubblica, non mi sembra buona norma dipingere un ritratto più fosco del reale, omettendo di proporre una valida alternativa apollinea, laddove apollinea in questo caso sta per costruttiva, positiva.

Io proporrei una analisi obiettiva (o almeno il più possibile tale), accompagnata dal riferimento a quei valori positivi che pure hanno riempito le cornache della storia Patria, e che dovremmo pur richiamare alla memoria in questi giorni in cui si celebrano i 150 anni della nostra unificazione (io mi azzardo a dire i primi 150 anni).

Pertanto, se la cronaca ci mostra un Papy impegnato a spacciare per parenti di capi di stato esteri le varie Ruby (attirandoci lo scherno del mondo intero), impegnamoci a ricordare prima di tutto a noi stessi che la nostra Storia è stata fatta dai fratelli Bandiera, da Carlo Pisacane, da Enrico Toti, da Cesare Battisti, e da tutti gli eroi del nostro Risorgimento, che dalla fine del Settecento alla Prima Guerra Mondiale hanno dato la vita per l’Unità della Patria.

Sarebbe un bel bagno di dignità, dal quale usciremmo rinati, e con una voglia di rivalsa questa sì pericolosa per le oscure trame dei nemici della Nazione. Perché, se ne dica quel che si voglia, è questa la superiorità dell’apollineo sul dionisiaco: l’apollineo è costruttivo, stimola la positività, mentre il dionisiaco reprime la voglia di riscatto e precipita ancor più nel baratro dell’impotenza anche chi sarebbe naturalmente portato alla reazione.

Questo è il contributo che mi piacerebbe portare nel mio piccolo alla causa della salvaguardia della dignità di una Nazione che è nata a prezzo di inauditi spargimenti di sangue nobile, non per nobiltà di natali, ma perché portatore di una nobiltà vera: quella che nasce da un animo fiero che sprezza il pericolo e disprezza il vile e basso decadimento morale.