Apollineo e Dionisiaco

I recenti accadimenti politici mi inducono a condividere con il lettore di questo mio blog alcune spontanee riflessioni.

Innanzitutto premetto che io non ho un rigido ‘credo’ politico. Sono stata educata in una famiglia tradizionalista, con un papà militante missino, al quale, pur non condividendone pedissequamente le idee, riconosco due grandi meriti: il primo è quello di aver fatto politica (rischiando anche la vita) in nome di un convincimento ideale e non per becero interesse ed il secondo è quello di non avermi mai imposto le sue idee, ma di aver accolto anche con un certo comprensibile disappunto le critiche che andavo muovendogli in merito alle posizioni assunte nel corso della storia da lui e dalla sua parte politica. La prima, e forse più importante delle quali, è quella di aver posto, da cattolico quale è sempre stato, la fede politica al di sopra della fede religiosa. Questa è una impostazione che io, da credente, non posso condividere. Al di là di questo, lui mi ha raccontato la sua versione della storia del Fascismo, dai libri di Storia ho appreso la versione codificata e nel complesso mi sono fatta l’idea che, come tutti i fenomeni umani, questo ha certamente avuto le sue pecche (alcune anche non trascurabili) ma ha avuto anche dei meriti, che una analisi condotta con onestà intellettuale non può disconoscere. Senza dubbio è stata una dittatura, ma l’epoca presente credo ci abbia portati ad una dittatura di gran lunga peggiore. Questa premessa mi sembrava doverosa per chiarire che io cerco di condurre un’analisi quanto più possibile obiettiva, scevra da condizionamenti ideologici, tesa ad un fine costruttivo, più che semplicemente distruttivo.

Ora vengo al nocciolo della questione.

La storia Italiana degli ultimi vent’anni, che io ho vissuto in prima persona perché ha coinciso con gli anni della mia giovinezza, mi sembra essersi chiusa in un vicolo cieco. Vent’anni fa dopo la caduta del muro di Berlino finalmente si riunificavano le due Germanie e noi giovani vedevamo in questo evento di portata storica un segno di speranza, come è naturale che sia. Intanto nei nostri confini si faceva largo un movimento allora ritenuto risibile, a confronto con le granitiche macchine elettorali del C.A.F., ma la cui funesta capacità di radicamento mi era stata purtroppo immediatamente chiara: la Lega Nord. Ricordo che la prima volta che mi recai alle urne mi sembrò ridicolo che un movimento che teorizzava la Secessione del Nord dall’Italia si presentasse nel collegio elettorale della Sicilia Centrale. Qualche anno più tardi questo particolare assunse la sua obiettiva rilevanza: come tutti gli altri partiti contro i quali scagliava le proprie invettive, il partito del becero Senatùr, pur di raccattare voti, si presentava nel collegio elettorale della moglie, siciliana (per l’esattezza ‘carrapipana’: in futuro scriverò anche su questo….).

Neanche il tempo di gioire per l’ebbrezza della ritrovata libertà del popolo Tedesco, che la mafia inizia a farsi prepotentemente largo nella cronaca quotidiana. L’assassinio del giudice Livatino è il primo di quegli odiosi attacchi ai servitori dello Stato, che culminerà con la Strage di via d’Amelio del 19 Luglio 1992.

Intanto, curiosamente, fra l’uno e l’altro degli episodi delittuosi compiuti da Cosa Nostra si incunea un avvenimento sulle prime insignificante: è il 17 febbraio 1992 e scoppia il Caso del Pio Albergo Trivulzio, capostipite dei processi di Tangentopoli. Il fenomeno Tangentopoli in breve dilaga a macchia d’olio, e investe pian piano tutta la classe politica, in particolare la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista ed i partiti minori che alle spalle di questi avevano sempre vivacchiato. Risulta chiaro l’intento di quella che è una indubbia ‘regia occulta’: rovesciare una nomenclatura che per motivi che non sembrano ancora del tutto chiari è divenuta desueta, non più rispondente alle esigenze dei ‘poteri superiori’ che l’hanno fino a quel momento foraggiata.

In questo ‘baillamme’ ognuno cerca di sopravvivere come può: mantenere a galla l’ancient regime diventa però ogni giorno che passa un’impresa sempre più titanica. Così il vecchio apparato si sfalda, i suoi componenti si lanciano accuse l’un l’altro e ‘nasce’ la cosiddetta ‘Seconda Repubblica’. Intanto, come buon auspicio, il Presidente della Repubblica viene eletto sotto il ricatto della Strage di Capaci, mentre, dato non trascurabile per quanto in seguito aggiungerò, il Movimento Sociale presenta Paolo Borsellino come proprio candidato di bandiera (il quale, da persona onesta, prende atto, ringrazia, asserisce di essere lusingato dall’attestazione di stima, e cortesemente ma fermamente declina la candidatura). Due mesi dopo, alle sue esequie, il telegiornale di un ancora imprudente Fede, trasmette le immagini delle più alte cariche dello Stato maldestramente strattonate da una popolazione inviperita per il livello di tracotanza raggiunto dalla criminalità mafiosa e l’incapacità reattiva dello Stato.

Crolla la Democrazia Cristiana, crolla il Partito Socialista; il Partito Comunista, che intanto per allinearsi con i venti di cambiamento che hanno visto il crollo dell’Unione Sovietica ha cambiato look, viene coinvolto esso stesso negli scandali di Tangentopoli e perde la voce in capitolo per ergersi quale alternativa scontata al vecchio assetto politico. Nascono formazioni politiche nuove (in realtà sono pezzi di vecchio sistema che tenta di riciclarsi) e vecchi movimenti, fino ad allora considerati estremisti, riempiono quello che giorno dopo giorno viene sempre più avvertito come un ‘vuoto di potere’.

In questa atmosfera confusa sembrano essere favoriti quei partiti che non hanno avuto occasione di lucrare perché relegati dalla loro storia ad un ruolo marginale nell’agone politico, oppure perché appena costituiti, in primo luogo il Movimento Sociale e la Lega Nord. Ma la politica italiana continua ancora ad essere gestita dai poteri occulti, che hanno idee chiarissime e non favoriscono certo il sovvertimento dell’ordine costituito in nome di un ipotetico quanto utopistico richiamo alla dirittura morale.

Hanno bisogno di un nuovo referente: un bel faccione rassicurante da sostituire ai volti ormai impresentabili della vecchia classe politica. Ed ecco che arriva lui: quello che si è fatto da sé. Alla luce degli ultimi fatti di cronaca non siamo in grado di dire se questo non fosse un lugubre quanto osceno e laido presagio, ma per carità di Patria (la nostra, per l’appunto!) facciamo finta di non cogliere un troppo gratuito riferimento a certe future pruriginose abitudini…

L’opinione pubblica, almeno quella in buona fede, conquistata da una linea editoriale televisiva fino a quel momento azzeccata, fa una semplice quanto puerile equazione: ha saputo creare dal nulla un impero televisivo fornendoci programmi di ‘buona’ qualità (su questo sarebbe il caso di opinare, ma in altra sede), sarà in grado di risollevare le sorti del Paese.

Il problema però è che non ci si accorge che l’Unto, per costruire la sua potente macchina bellica, sfrutta la piattaforma del già esistente, raccattando la propria nomenclatura nelle maglie del peggio delle vecchie formazioni politiche: come un grande passatutto, raccoglie democristiani, socialisti, repubblicani, socialdemocratici, liberali e persino ex comunisti o, come si diceva allora, post-comunisti, che di punto in bianco passano fra le file di Forza Italia. Sono soggetti della provenienza più variegata, uniti da un unico comun denominatore: essere il peggio del peggio, ciascuno della propria parte, ma non aver ancora raggiunto quella visibilità che come tale potrebbe farlo riconoscere. Poi naturalmente ci sono le varie vedette dello spettacolo, ma per loro vale il medesimo ragionamento: i veri professionisti, come Corrado, Vianello & Mondaini (che Dio li abbia in gloria!) e lo stesso Mike Bongiorno (anche se quest’ultimo con qualche caduta) continuano a fare seriamente il proprio lavoro, non disdegnando ‘stoccate’ formidabili (Telegatto 1994, Corrado: “Quest’estate, in occasione dei Mondiali di calcio, grideremo tutti… ITALIA, FORZA!, a scanso di equivoci!), mentre i parvenu vedono nel movimento berlusconiano niente di più che una ‘vetrina’ ed un utile investimento per la pensione.

Naturalmente l’Unto, in un’Italia dove esiste ancora una non trascurabile percentuale di gente in grado di ragionare prima di apporre una croce su un simbolo elettorale, non può avere la pretesa di ‘farsi da sé’ anche in campo politico, ha bisogno di opportuni ‘puntelli’: questi ‘puntelli’ divengono la Lega Nord, che cavalca lo sdegno per il ladrocinio di Tangentopoli e la voglia di autodeterminazione, unita al razzismo antimeridionalista che ha sempre dimorato nelle valli alpine e che da queste facilmente dilaga, e al Sud Alleanza Nazionale, che nasce come araba fenice dalle ceneri del vecchio Movimento Sociale, troppo presto orfano del suo storico ‘mentore’, nonché pregevole guida, Giorgio Almirante (mi pare non sia un mistero per nessuno il fatto che anche gli avversari politici lo abbiano sempre considerato un vero signore).

Umberto Bossi e Gianfranco Fini diventano così i pilastri cui si appoggia il Silvio Nazionale. L’uno, il bagaglio culturale che può fornire la frequentazione della Scuola Radio Elettra. L’altro, senza dubbio acculturato, ma meschinamente affetto da una ‘fame di potere’ che lo spinge nel corso degli anni a rinnegare tutte le declinazioni del credo della sua base elettorale, pur di conquistare una ‘verginità politica’ minacciata dall’accusa di post-fascismo. A ben vedere, si tratta della stessa operazione che compie d’Alema per liberarsi del peso ingombrante di Togliatti e soprattutto di Stalin e Lenin, ma Fini la conduce con una apparenza molto più spregiudicata: è evidente a tutti che muore dalla voglia di cancellare quella che era stato il suo trampolino di lancio: la parvenza di (post)fascista. Naturalmente deve salvare capra e cavoli, e così va in giro a decantare una strenua difesa dei valori nazionali, salvo poi allearsi con l’alleato della Lega e deprecare Bossi solo nel momento in cui questo, allettato dalle lusinghe delle sirene di sinistra, ritira la fiducia, causando la caduta del Primo governo Berlusconi (lo ricordo ancora dire indignato: noi non potremo mai più allearci con un traditore come Bossi!). 

Nasce così la nuova Triade della politica italiana: al vecchio C.A.F. si sostituisce il B.B.F. Cambiano le iniziali, ma il nocciolo della questione è lo stesso. Come la Democrazia Cristiana non aveva avuto remore ad allearsi con partiti ‘laici’, un nazionalista (apparente) come Fini non ha difficoltà a governare con un secessionista come Bossi: l’uno in nome di una Unità Nazionale che l’altro si industria in tutti i modi per cancellare. Paradossi, cui il Popolo Italiano, ammorbato dal Grande Fratello che intanto l’Unto non fa che propagandare dalle sue reti televisive, non da più nessun peso.

Dall’altra parte, a difesa (peraltro doverosa) degli attacchi alla Magistratura che l’Unto chiede come controvalore per il proprio attivismo politico, si erge una sinistra quantomai debole, e un personaggio pittoresco, che del suo mandato di ‘becchino della Prima Repubblica’ riceve così la moneta: esaurito il proprio compito di facciata, il Tonino Nazionale conquista una visibilità politica che gli assicura una serena vecchiaia.

Pian piano siamo arrivati al giorno d’oggi.

L’Unto si è rivelato per quello che era: solo un ‘piede di porco’ (in senso quasi letterale), un utensile, manovrato insieme ai suoi alter ego B&F ai fini del raggiungimento di un concreto obiettivo: riportare le lancette dell’orologio indietro di un paio di secoli. Seguendo lo stesso disegno con cui le grandi potenze imperiali di inizio Ottocento si erano accordate per la Restaurazione, oggi assistiamo ad una precisa volontà superiore di restaurare un assetto politico che preveda il ritorno ad una frammentazione dello stato Italiano, la cui pervicacia risulta quanto meno sospetta. Sarebbe troppo semplicistico riconoscere a Bossi il merito di un tale successo. Bossi & company sono solo un’accozzaglia di ignoranti profittatori: il disegno è molto più ampio, e ha avuto bisogno di un ventennio di sforzi per dare i primi frutti. Ne sono stati strumento i tre pilastri del B.B.F., ma anche di Pietro, chè se davvero fosse stato un temibile magistrato, avrebbe fatto la fine di Falcone e Borsellino e non sarebbe certo riuscito a fondare un movimento politico. Chi sia il regista occulto ancora non ci è dato sapere, o forse può essere evidente se si conduce l’analisi sul piano della reale convenienza economica, secondo il sempre efficace insegnamento latino: CUI PRODEST?

In seno a questa strategia occulta si innesta l’odierno scandalo sessual-politico.

E’ senza dubbio doveroso, per chi abbia ancora senso della dignità, esecrare determinati comportamenti, soprattutto se posti in essere da chi dovrebbe rappresentare di fronte al mondo il buon nome di una Nazione: però che per farlo si indulga in un eccesso di spettacolarizzazione degli stessi mi sembra sbagliato.

Al giorno d’oggi mi pare che la contestazione si muova prevalentemente nel solco di una esasperazione dell’esecrabile, della quale io contesto l’opportunità. Sono d’accordo che questa sia una dittatura dell’assurdo, con accenti osceni che davvero sono diventati intollerabili ma, piuttosto che inneggiare ad opere d’arte il cui valore personalmente ritengo discutibile come la produzione cinematografica dell’ultimo Pasolini, preferirei che gli avversari poltici dell’ Unto perseguissero con altri mezzi ed altri accenti un richiamo ad una maggiore limpidezza di costumi.

Non sono convinta che una descrizione truculenta di beceri decadimenti morali sia produttiva ai fini di una sana educazione della popolazione, anzi la ritengo controproducente: è noto che l’effetto immediato di una imposizione negativa è l’attitudine ad infrangerla.

La natura umana coltiva in sè due aspetti, come ci hanno insegnato i Padri Greci: l’Apollineo e il Dionisiaco. L’equilibrio nasce da una corretto dosaggio dei due. Se è vero che non si può soffocare l’elemento dionisiaco impunemente, perché ciò determina come conseguenza un’eruzione devastante dello stesso, è anche vero che nemmeno l’elemento apollineo può essere del tutto soffocato.

Quindi, nel criticare quanto c’è di marcio e lercio nell’odierna conduzione della cosa pubblica, non mi sembra buona norma dipingere un ritratto più fosco del reale, omettendo di proporre una valida alternativa apollinea, laddove apollinea in questo caso sta per costruttiva, positiva.

Io proporrei una analisi obiettiva (o almeno il più possibile tale), accompagnata dal riferimento a quei valori positivi che pure hanno riempito le cornache della storia Patria, e che dovremmo pur richiamare alla memoria in questi giorni in cui si celebrano i 150 anni della nostra unificazione (io mi azzardo a dire i primi 150 anni).

Pertanto, se la cronaca ci mostra un Papy impegnato a spacciare per parenti di capi di stato esteri le varie Ruby (attirandoci lo scherno del mondo intero), impegnamoci a ricordare prima di tutto a noi stessi che la nostra Storia è stata fatta dai fratelli Bandiera, da Carlo Pisacane, da Enrico Toti, da Cesare Battisti, e da tutti gli eroi del nostro Risorgimento, che dalla fine del Settecento alla Prima Guerra Mondiale hanno dato la vita per l’Unità della Patria.

Sarebbe un bel bagno di dignità, dal quale usciremmo rinati, e con una voglia di rivalsa questa sì pericolosa per le oscure trame dei nemici della Nazione. Perché, se ne dica quel che si voglia, è questa la superiorità dell’apollineo sul dionisiaco: l’apollineo è costruttivo, stimola la positività, mentre il dionisiaco reprime la voglia di riscatto e precipita ancor più nel baratro dell’impotenza anche chi sarebbe naturalmente portato alla reazione.

Questo è il contributo che mi piacerebbe portare nel mio piccolo alla causa della salvaguardia della dignità di una Nazione che è nata a prezzo di inauditi spargimenti di sangue nobile, non per nobiltà di natali, ma perché portatore di una nobiltà vera: quella che nasce da un animo fiero che sprezza il pericolo e disprezza il vile e basso decadimento morale.

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