Femminilità è assenza?

Un’immagine ieri sera ha colpito la mia attenzione e mi ha fatto maturare questa riflessione: qual è il valore semantico che la società odierna attribuisce al sostantivo femminilità?
L’immagine in questione era una inquadratura televisiva di un noto personaggio, tale Vladimir Luxuria, che sembra essersi guadagnato (o guadagnata?) con ferrea determinazione in anni di avvedute battaglie semiserie il diritto al riconoscimento di una sua presunta ‘naturale’ femminilità.
Premetto di non aver la benché minima intenzione di mostrare indifferenza nei confronti di quello che può essere vissuto come un forte disagio psicologico da parte di chi non riesce a trovare la giusta armonia fra la componente fisica e la componente psicologica del proprio essere. Sono vicina a chiunque viva questo disagio perché da qualche tempo a questa parte per tutt’altri motivi (una recente condizione patologica che ha indotto nel mio fisico cambiamenti che faccio fatica ad accettare) esso mi è noto: la mia natura sensibile mi induce una scontata partecipazione empatica alle sofferenze psicologiche che inevitabilmente accompagnano queste situazioni estreme. Tuttavia una riflessione matura in me spontaneamente: cos’è la femminilità? O meglio, qual è il significato che noi, oggi, nel XXI secolo, attribuiamo al termine ‘femminilità’?
Femminilità è ASSENZA? Non mi riferisco soltanto alla mera privazione di un attributo fisico e di tutti i caratteri secondari che da questo sono regolati, ma anche, e soprattutto, all’immagine che viene presentata come ‘vincente’ del modello femminile.
Sembra che l’universo femminile, dopo anni di battaglie a mio avviso non sempre illuminate, si sia quasi accasciato su se stesso, rassegnato quasi a soccombere al modello che per secoli è stato imposto dalla componente maschile del genere umano a proprio esclusivo uso e consumo.
Vi sono pochissime parentesi storiche nelle quali alla donna sia stato riconosciuto un ruolo più che decorativo nel consesso sociale: una di queste, curiosamente, per quel poco che ne sappiamo, è rappresentata dalla breve esperienza della scuola pitagorica. Il Pitagorismo, corrente filosofica illuminata, curiosamente non impediva alle donne l’accesso alle segrete stanze della conoscenza, e pitagorica fu Ipazia, la maggiore (o forse l’unica?) filosofa dell’antichità post-classica, le cui intuizioni poderose avrebbero consentito un balzo in avanti di diversi secoli al progresso della Ricerca Matematica. Eppure numerosissimi e molto brillanti sono gli esempi di donne che siano riuscite a distinguersi nei più svariati ambiti dello scibile umano. Dalla poetessa Saffo (che purtroppo è spesso ricordata solo per le famigerate illazioni sui suoi costumi sessuali), alla stessa Ipazia, alle matematiche Emily Noether e Maria Gaetana Agnesi, alla scienziata Marie Curie, alla nostra contemporanea Rita Levi Montalcini, le donne hanno dimostrato in tutte le epoche storiche di non temere il confronto con l’intelletto maschile. Anzi, si da il caso che spesso il contributo femminile all’attività culturale sia stato spesso più fecondo e determinante di quanto non venga universalmente riconosciuto.
Per secoli ha invece prevalso il modello della ‘donna cortigiana’. Un simpatico scherzo circola da qualche tempo nella Rete: si elencano una serie di sostantivi maschili e si confrontano i loro significati con la corrispondente versione femminile. Curiosamente, laddove la declinazione maschile ha un accezione ricca di sfumature, il corrispondente femminile ha un valore semantico francamente poco onorevole. Un esempio lampante, che non credo necessiti di particolari approfondimenti, è il termine ‘cortigiano’. Al di là della trovata umoristica, reputo interessante lo spunto che da questo scherzo si può trarre. Il modello oggi universalmente dominante vede la donna relegata ad un ruolo marginale, di puro elemento decorativo, questo almeno nella migliore delle ipotesi, o, peggio, di oggetto di abuso (non solo fisico, ma anche verbale ed intellettuale).
A questo punto mi pare evidente l’ineluttabile connessione che la società di oggi ha ribadito fra i sostantivi FEMMINILITA’ ed ASSENZA, legandoli nell’abbraccio di un’equazione mortale per la dignità muliebre.
Assenza di parola, assenza di istruzione, assenza di cultura, certamente: ma soprattutto, assenza di diritti, anche in merito ai propri gusti, bisogni e necessità.
La donna di oggi, o almeno il modello che viene riconosciuto vincente, deve puntare ad enfatizzare la componente estetica del proprio essere, ma con tale pervicace ed esasperata ostinazione, da arrivare anche a far violenza a se stessa. Alla donna non è consentito invecchiare: ma attenzione, non è consentito invecchiare nemmeno all’uomo, che in questo eccesso di superficialità mostra il fianco ad una ‘debolezza’ sospetta. Apro qui una parentesi a proposito di recenti polemiche su certe affermazioni burlesquonesche (chiedo scusa per il cacologismo, ma mi sembrava simpatico): non credo che si possa autoincensare la mascolinità dall’alto di un pulpito che cede periodicamente alla personale debolezza del ricorso alla chirurgia estetica per conservare dei tratti somatici che potrebbero come tutto il resto mostrare maggiore dignità se fossero lasciati alle provvidenziali cure di Madre Natura.
Anche donne bellissime, col passare degli anni, si tramutano in mostri inquietanti, con lineamenti del viso ridotti ad un modello standard. Si mutilano i corpi, si annebbiano le coscienze, si annullano i diritti, si cancellano le peculiarità.
Ad una donna è consentito, come si suol dire, ‘fare carriera’, ma per farlo essa deve scegliere: o la carriera, o la famiglia. E’ recente la notizia che in Iran si chiede alle donne di rinunciare agli studi universitari, in nome di una non meglio precisata difesa dei diritti della famiglia. Nel civilissimo Occidente, una donna può decidere di fare un figlio, ma deve essere consapevole che farlo significa essere tagliata fuori dal mondo del lavoro. In Cina viene addirittura costretta ad abortire se incinta del secondo figlio, in nome di una criminale politica di controllo delle nascite. Sono tutte condizioni di ASSENZA o, peggio, di PRIVAZIONE.
Sulla scorta di una tale disposizione fattuale, è chiaro che la condizione di assenza fisica del membro maschile possa legittimare una femminilità che a mio avviso non è e non ha ragione di essere.
Lo ribadisco: non è insensibilità che mi porta a maturare un giudizio talmente severo, quanto piuttosto un rispetto della realtà dell’essere femminile che mi sembra al giorno d’oggi misconosciuto.
Una donna E’.
Intendo dire che una donna non deve aver bisogno di essere cortigiana per essere DONNA. Ricordiamo l’origine etimologica che riveste il termine del riferimento cortese alla condizione di ‘domina’, signora, ma non solo della propria casa, bensì delll’universo di affetti e di conoscenze con il quale viene ad interagire. Ma ciò non vuol dire che per essere DONNA in questo senso più completo e totale debba necessariamente rinunciare alla cura del proprio aspetto o sacrificare le proprie sacrosante aspirazioni sociali o affettive. Ricordo ancora quanto mi ferì l’affermazione di un mio docente al quale continua pur ad andare tutta la mia stima: un importante risultato era stato prodotto da ‘una femminuccia’ che lavorava nel gruppo di ricerca di un noto matematico ottocentesco. Il sarcasmo che aveva accompagnato una tale affermazione mi indusse a riflettere sul ruolo ineluttabilmente secondario che la comunità scientifica era ancora disposta a riconoscere al contributo dell’ingegno femminile.
Il riconoscimento di una dignità femminile a soggetti ‘ibridi’, che pretendono di definirsi ‘donne’ solo perché si sono sottoposti ad un intervento di automutilazione, mi pare che non faccia altro che ribadire uno stereotipo che nell’equazione FEMMINILITA’=ASSENZA umilia ancora una volta la dignità della donna.
La femminilità a mio avviso è invece RICCHEZZA. E mi riferisco non ad una ricchezza intesa come territorio da depredare, bensì ad una ricchezza come patrimonio di ingegno, di peculiarità e di sensibilità COMPLEMENTARI e non succubi ai loro equivalenti maschili. Tale ricchezza è frutto di eterogenei fattori: senzsa dubbio di ordine culturale, ma anche e soprattutto di ordine BIOLOGICO. Una donna nata tale ha un patrimonio cromosomico che non può essere riprodotto in condizioni asettiche di laboratorio, e tale patrimonio condiziona inevitabilmente il suo futuro sviluppo, sia fisico che intellettuale, che emotivo.
Non possiamo disconoscerlo. Questa ricchezza deve essere protetta, ed il suo impiego consapevole ed autogratificante per la donna incentivato, piuttosto che misconosciuto ed umiliato. Oggi arriviamo invece al paradosso che una donna si sente veramente tale solo quando umilia la propria femminilità riducendola a merce di scambio e baratto, ad oggetto di soddisfazione sessuale per il suo alter ego maschile.
Sento pertanto il bisogno di richiamare l’attenzione ad un modello di donna che HA IN SE’ i semi della propria dignità, che non possono essere asetticamente plasmati in sala chirurgica, ma le appartengono per ‘diritto’ di nascita. Lo stesso discorso potrei ripetere per la peculiare dignità maschile, che non può essere conquistata a prezzo di bombardamenti ormonali e risibili pratiche chirurgiche.
LA DONNA E’, SEMPLICEMENTE, E’.
Pertanto ritengo che l’impegno dei movimenti autenticamente promotori di una difesa dei diritti della condizione femminile (che non necessita di risibili concretizzazioni in ministeri per PARI OPPORTUNITA’ creati ad hoc proprio in quell’ottica di ‘funzione di scambio’ che offende la dignità dell’universo muliebre) debba d’ora in avanti indirizzarsi ad una cancellazione speriamo definitiva di questa temibile equazione, ribadendo ogni volta che lo si ritenga necessario questo semplice concetto:
FEMMINILITA’ NON E’ ASSENZA!

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