Quell’elenco vago di buoni propositi spacciato per ‘lista di Valori’…

Devo fare autocritica: confesso di non conoscere ancora la produzione letteraria di Saviano, il che mi dispiace. Ho intenzione di colmare al più presto questa lacuna, anche per precisare un giudizio che altrimenti non potrebbe essere, come è giusto che sia, sufficientemente obiettivo sulle sue posizioni politiche e soprattutto sociali.
Forse anche per questo ho atteso diversi giorni prima di commentare l’evento televisivo dell’anno, la trasmissione del duo Fazio-Saviano, che ha avuto il lodevolissimo ed incontestabile merito di scalzare dal podio più alto dell’Auditel (si chiama ancora così?) l’attuale ‘oppio dei popoli’, quella macchina per il consolidamento dell’imbecillità, creata da menti furbe (non certo intelligenti) e destinata ad una platea imbecille, che ama vedere insultata qualunque residua traccia di intelligenza le si possa attribuire, con il trionfo della cosiddetta ‘tv spazzatura’. Mi riferisco, come è evidente, a quel manifesto del degrado culturale delle masse in cui si incarna la platea dell’odierno panorama televisivo, che risponde al nome di ‘Grande Fratello’.
La prima puntata della trasmissione mi è piaciuta particolarmente. Ho apprezzato l’intervento del sempre fine e sagace Benigni, l’ironia di alcune note di Fazio, ma quel che mi ha impressionato in maniera particolarmente positiva è stato il contributo di Saviano. Plaudo alla corretta rilettura del trattamento riservato in vita ad un eroe come il Giudice Giovanni Falcone (anche se io avrei completato il quadro illustrando anche le sottili manovre burocratiche utilizzate ai danni della figura ancor più eroica del Giudice Paolo Borsellino, forse ancora più emblematiche ai fini della descrizione del meccanismo della ‘macchina del fango’) ma soprattutto plaudo alla scelta coreografica e scenografica di ‘indossare il Tricolore’ per riportare alla nostra memoria oggi fin troppo distratta ed annebbiata dalle idiozie che ci ammanniscono i vari aspiranti ‘padroni’ del nostro bello italico suolo, il vero significato delle lotte Risorgimentali, oggi più che mai attuali.
Confesso di essermi commossa al richiamo di quei Valori che hanno animato svariati secoli di eroici sacrifici e per aver finalmente trovato una voce che proclamasse senza timore di scontate accuse di retorica e qualunquismo l’attualità del giuramento della Giovine Italia. Sono sempre stata convinta che, al di là della sterile contrapposizione che ha avvelenato il dibattito politico del Dopoguerra prima fra fascisti ed antifascisti, poi fra comunisti e cattolici, oggi fra liberalisti e ‘democratici’, il vero nocciolo della questione, l’argomento di fondo che dovrebbe permeare l’agone politico italiano, è una corretta difesa dell’Unità Nazionale, operata in un’ottica nuova, che, più che promuovere la solidarietà a fondo perduto, inciti allo sviluppo delle singole peculiarità territoriali in funzione di un progresso armonico ed omogeneo di tutto il tessuto del Paese: dalle Alpi a Lampedusa, da Otranto a Saint Vincent, da Palermo a Mestre. In seno ad un panorama europeo che cerca faticosamente di additare la via di una Unità continentale oggi aspramente messa alla prova dalla dura crisi economica planetaria, il dibattito Nazionale dovrebbe mirare a rendere effettivamente operativi tutti i vantaggi di una Unità che era sicuramente attuale e proficua in era Risorgimentale, ma che possiede tuttora delle potenzialità che non sono state sufficientemente messe in atto.
Oggi invece assistiamo ad un vero e proprio brancolamento nel buio. La verità è che la Destra si è appiattita sulle tesi capitalistiche propagandate per becero interesse personale da un ‘utilizzatore finale’ ormai in fase di declino, mentre la Sinistra si ritrova, suo malgrado, solo per raccattare i voti degli oppositori della Lega, ad indossare panni che per troppo tempo ha rigettato e che le vestono stretti, propugnando un richiamo a dei valori patri che certo non fanno parte del suo pur rispettabile patrimonio culturale.
In questo triste panorama, il tanto discusso intervento del duo Bersani-Fini mi sembra abbia dato una paradigmatica manifestazione di quello che è il vuoto politico in cui ci muoviamo.
La lista di Bersani era un elenco di buone intenzioni. Da spettatrice spassionata, ma con un proprio indirizzo etico e morale da cui scaturisce un proprio personale giudizio politico, posso dire di averne condiviso i due terzi. Rivendico la facoltà di osservare che il diritto alla vita è prioritario e che non può essere sacrificato nemmeno sull’altare del diritto alla libera determinazione personale. Io sono un essere umano, ed in quanto tale limitato, non posso sapere oggi quale sarà la mia reazione di fronte ad una condizione vegetativa in cui potrei versare domani. Rispetto il dolore e la sofferenza che hanno accompagnato le esperienze umane di Welby e della famiglia Englaro, ma rivendico il diritto di dissentire dalle loro scelte. Non sono d’accordo ad uccidere la speranza, nemmeno se la Scienza ha tentato infruttuosamente tutte le vie. Credo in una Via Soprannaturale e desidero affidarmi a quella: non impongo ad altri di abbracciare il mio convincimento, ma ritengo che non si debba cadere nell’errore opposto, cancellandone la possibilità come potrebbe capitare in una società che promuove la fin troppo semplice via della ‘fuga’. Ho versato in un letto d’ospedale in preda ad atroci dolori dopo un’operazione cui mi ero dovuta sottoporre senza poter far uso di antidolorifici, quindi sono consapevole del fatto che la sofferenza conduca a posizioni radicali, che magari non si assumerebbero in condizioni di serenità. Al contempo ricordo lo strenuo attaccamento alla vita di mia madre, che in condizioni terminali, anche se consumata da dolori inenarrabili, non faceva che sperare in un possibile recupero ed in un almeno parziale ritorno ad una condizione di normalità. Esattamente per questo ritengo che il diritto all’autodeterminazione sia corretto nel momento in cui non lede il primo e più importante valore dell’Essere Umano: il Diritto alla Vita, in tutti i contesti ed in tutte le sue accezioni. Pertanto se essere di Sinistra vuol dire ammettere l’aborto e l’eutanasia e favorire la fecondazione assistita, devo candidamente ammettere che io non sono di Sinistra: non ritengo che sia in mio esclusivo possesso un miracolo così bello e così strabiliante come quello della Vita e desidero che esso sia tutelato in ogni modo, anche contravvenendo ad una mia personale e transitoria volontà. Per il resto, devo dire che almeno due terzi di quell’elenco costituivano un insieme di affermazioni trasversalmente condivisibili, ma non molto incisive sul piano politico. In realtà sarebbe stato sufficiente, ma forse avrebbe avuto scarsa presa sul grande pubblico, illustrare solo l’indirizzo ideale che si intende conferire alle politiche etiche, economiche e sociali che costituiscono in buona sostanza l’operatività dell’aspirante intervento governativo. La Sinistra intende porre l’Uomo al centro del suo Universo? Ma quale Uomo? Un Uomo che ha solo dei bisogni materiali da soddisfare o diversamente un Uomo che ambisce a coltivare una sua componente ideale che travalichi lo scarno meccanismo delle lotte sociali fra padroni e servi della gleba? Intendiamoci: noblissima l’intenzione di appoggiare questi ultimi in una sempre troppo ingiusta contrapposizione, ma è la soluzione proposta che, come la Storia ha dimostrato, si è rivelata fallimentare. Oggi la Sinistra, per reagire a quel fallimento annunciato, non vede di meglio che farsi paladina delle ‘nuove istanze di giustizia sociale’: i diritti degli omosessuali, i diritti dei trans, i diritti dei malati terminali, i diritti delle donne che compiono la dolorosa scelta dell’aborto. Ora, posto che dal mio punto di vista non è legittima nessuna discriminazione nei confronti di nessuna ‘categoria’, anzi che non mi piace nemmeno l’utilizzo della locuzione ‘categoria’, di per sè già discriminante, io osservo che le posizioni assunte dalla Sinistra in merito a tali questioni siano il prodotto di una impostazione materialista, per la quale l’Uomo non ha altri riferimenti fuori di sè (e mi sembra alquanto imbarazzante, dal punto di vista ideologico, la condizione dei cosiddetti ‘laici cattolici’, come Vendola, al quale va tutto il mio rispetto umano, ma non politico) e quindi ha il pieno diritto di decidere della vita propria ed altrui. Questa impostazione, da un punto di vista strettamente politico, ha visto maturare le sue sconfitte nel crollo dell’Impero Comunista. La fase attuativa del Comunismo ha previsto un semplicistico, seppur giustificato dalle condizioni storiche, capovolgimento dei ruoli: il potere e la proprietà passavano dal vertice alla base della piramide sociale, con un meccanismo automatico, non sempre felicemente posto in essere. A parte la facile ma profondamente pregna di significati battuta che ricordo nel ‘dottor Zivago’, quando il potente defraudato della sua proprietà, nell’atto di tornare a prenderne forzoso possesso risponde alle obiezioni altrui asserendo ‘Faccio parte del Popolo anch’io!’, osservo come una impostazione esclusivamente materialistica, privi l’Uomo di quella che è la più grande delle sue ricchezze: la Speranza di costruirsi da solo un Futuro Migliore. Non è un’affermazione retorica la mia, ma è una semplice constatazione: i nostri emigranti hanno sempre lottato per conquistare una stabilità economica che consentisse loro di costruire un futuro personale più roseo nella madrepatria (migliaia di nostri connazionali, anche in tempi recenti, hanno investito i frutti di anni di duro lavoro nelle fabbriche Tedesche nella madrepatria, non solo per costruirsi una casa, ma anche per intraprendere un’attività lavorativa con maggiori prospettive di realizzazione). Non si sono mai accontentati del semplice assistenzialismo centralizzato di tipica impostazione comunista, ma hanno sempre voluto ‘costruire’ con le proprie mani il proprio futuro. Questo istintivo atteggiamento costituisce una significativa testimonianza della non secondaria importanza che è da attribuire alla componente ‘spirituale’ dell’agire umano. L’uomo agisce sulla spinta di gratificazioni ideali che non sono altro che il modo in cui si coniuga il suo bisogno di essere ‘saziato’ nei suoi bisogni. Perché esistono bisogni fisici, di cui è corretto riconoscere la dignità, ma esistono anche bisogni di natura ‘ultracorporea’, i cui effetti sarebbe sciocco sottovalutare.
Per contro, la lista dei ‘Valori della Destra’, declamata dall’attuale Presidente della Camera dei Deputati, Gianfranco Fini, è stato uno scialbo proclama propagandistico, nel tentativo sempre goffo di raffazzonare una ‘legittimità politica’ che egli stesso per primo sente di non avere. Ho incontrato personalmente l’onorevole Gianfranco Fini alla fine degli anni Ottanta ad Acireale, dove mio padre nei lontani anni della sua gioventù aveva profuso tutte le sue forze civiche nella militanza in seno alla formazione politica allora perseguita come ‘accolita di folli, esaltati, colpevoli del reato di apologia del fascismo’. Fu grazie anche all’impegno civico suo e di coloro che come lui agivano in assoluta buonafede che, in una Sicilia in cui dietro ad un successo politico si nascondeva sempre la ‘longa manus’ della speculazione mafiosa, la non certo misera cittadina di Acireale poteva vantare il privilegio di possedere un seggio senatoriale conquistato per reali meriti politici e non per voto di scambio: il Senatore Cristoforo Filetti, uomo di solidi principi etici e morali, dotato di un ammirevole senso del dovere e di un altrettanto ammirevole senso dello Stato Nazionale e delle Istituzioni, oltre che persona di altissimo spessore culturale, dal fine senso dell’umorismo e dalle indubbie capacità professionali, che ho avuto il sommo onore ed il grande privilegio di frequentare sin dagli anni della mia più tenera età, e che ha costituito uno dei miei più solidi modelli di riferimento per la mia formazione umana, non aveva necessità di contrattare con la lercia criminalità organizzata un consenso elettorale che, senza il trionfo del marciume democristiano, ritengo sarebbe stato addirittura plebiscitario. Prova ne sia il fatto che, ad 84 anni, sotto il condizionamento emotivo di tangentopoli, fu eletto per il primo dei suoi due mandati consecutivi da Primo Cittadino della ‘sua’ Aci. Ricordo dunque un comizio, nella fase di transizione in cui il Movimento Sociale iniziava ad affidarsi alla conduzione di un allora ‘politicamente imberbe’ delfino di Almirante, nella mia vetusta cittadina, alla quale l’allora oscuro onorevole Fini sentì l’obbligo di partecipare, per curare un collegio elettorale da sempre favorito. In quella circostanza gli strinsi la mano e lo ascoltai esprimere, da bravo dirigente di partito, la linea allora di battaglia in seno al movimento. Come ho già avuto occasione di fare, preciso che non ho mai condiviso ‘in toto’ le idee di mio padre. Sarebbe sciocco rinnegare quello che è un dato di fatto, e cioè che il suo impegno politico si è indirizzato in quella che all’epoca della sua giovinezza era una direzione minoritaria, e non ho intenzione di farlo. Ritengo altresì di aver avuto un’opportunità che a molti è mancata: quella di potermi plasmare un’opinione personale più ‘completa’, proprio per aver avuto la possibilità di sentire non solo la ‘campana dominante’, ma anche la sua diretta antagonista. Molti sono stati i punti controversi sui quali ho apertamente manifestato il mio dissenso, ma non sono mancati gli spunti che ho ritenuto positivi, soprattutto nell’ambito delle politiche sociali. Il più forte fra questi ritengo che sia l’idea del Corporativismo, della Meritocrazia, e l’Umanesimo del lavoro di gentiliana memoria. Basterebbe già questo, nell’ottica attuale a bollarmi come ‘fascista’, e so che molti lo fanno. Io però non mi sento tale. Io sono prima di tutto Italiana, ed orgogliosa di esserlo, ma non ritengo che l’orgoglio di esserlo appartenga necessariamente in esclusiva ad una parte politica. Io sono orgogliosa di un Paese che ha una tradizione culturale ed artistica seconda forse soltanto all’antica Grecia, ma che può dire di aver superato questa per aver avuto la fortuna di una fertilità del proprio genio creativo che si è spalmata nell’arco di un paio di millenni, mentre l’isola felice della grecità è tramontata subito dopo l’era ellenistica. Io sono consapevole che l’Italiano è un popolo di gente straordinariamente capace, non solo nel lavoro fisico (chi ha la migliore capacità al mondo di lavorare i prodotti della terra, chi è capace delle migliori intuizioni nel campo della Scienza e della Tecnologia?) ma anche e soprattutto nella produzione intellettuale (chi può vantare la nostra produzione letteraria? chi ha avuto Dante, Manzoni, Leopardi, Foscolo, Pirandello, Vico, Croce, Gentile?) ed artistica (chi ha avuto Leonardo, Michelangelo, Caravaggio, Bernini, Giotto, Cimabue, Brunelleschi, Donatello e chi più ne ha più ne metta?) Basterebbe fare un giro in Santa Croce, dove riposano fra gli altri anche i resti mortali di Galileo, Vittorio Alfieri e Ugo Foscolo per sentire tutto l’orgoglio di una appartenenza che non è certo di trascurabile rilevanza. In quanto Italiana, apprezzo tutti i prodotti del ‘genio’ italiano e sento l’obbligo di favorirne in tutti i modi leciti l’affermazione in seno al consesso mondiale dei Paesi maggiormente ‘civilizzati’. L’idea che, da quanto mi è stato dato capire, è alla base dell’ideale corporativo non ha nulla a che vedere con il meccanismo oscuro di controllo delle cosiddette ‘lobbies’ che guidano la politica statunitense, ma è l’assunto secondo il quale ciascuna categoria produttiva possiede le chiavi per individuare al proprio interno le figure che possono meglio rappresentarla nell’agone politico. Come si sta palesando sempre più in questo periodo di crisi stringente, il Paese non si può più accontentare delle macchinose elucubrazioni di quelli che vengono da più parte definiti i ‘professionisti della politica’: il Paese, a me piace dire la Nazione, ha problemi concreti, cui vanno date delle risposte concrete. Ora io mi muovo nell’ambito di una categoria produttiva X, ad esempio il mondo del Commercio: se mi muovo in quell’ambito saprò fare un corretto discernimento sul migliore rappresentante della mia categoria. Sta poi alla mia coscienza se opero la scelta sulla base di condivisibili valori etici o spinto da gretto e vile opportunismo. Rivendico allora il mio diritto ad una partecipazione democratica, ma insisto che questa partecipazione sia condotta fino alla sua compiuta attuazione: voglio poter decidere sulla base di elementi che mi sono familiari, che fanno parte della mia attività e che posso con cognizione di causa discernere. Se, come nel mio caso personale, ho svolto la mia attività lavorativa nel mondo della Scuola e dell’Università, sarò in grado di individuare i migliori rappresentanti di quella realtà e magari come Ministro della Pubblica Istruzione potrei scegliere una figura di alto spessore culturale (non necessariamente un filosofo, il che peraltro non guasterebbe) invece che una oscura ‘signora’ dotata di competenze ben più triviali che una conoscenza diretta delle problematiche dell’educazione. Quindi punto numero uno: a mio parere il Corporativismo, inteso in quest’ottica non è il Male Assoluto, anzi una forma ben più compiuta e consapevole di democrazia. Punto numero due: su quale base opero la mia scelta democratica? Quali sono i criteri che mi suggeriscono di preferire Caio a Sempronio, entrambi esponenti della mia categoria produttiva? Ecco che fa capolino il secondo valore di riferimento di cui intendo richiamare l’importanza: la meritocrazia. Fra il Professor Di Bella ed il Professor Veronesi preferisco il primo perché non solo non ha mai tratto alcun profitto personale dalle sue ricerche, ma soprattutto perché le ha condotte con il più alto rigore e fedeltà al ‘metodo scientifico’ di galileiana memoria, senza essere mai passibile di critiche per aver favorito con le sue posizioni i giochi delle multinazionali della farmacologia. Meritocrazia intesa come primato di coloro che sono veramente meritevoli e non di quelli che opportunisticamente propugnano le tesi più care agli interessi dei grandi gruppi di potere capitalistici. E qui torna l’importanza della costruzione di un sistema scolastico efficiente, laddove l’efficienza non si misura nel numero dei diplomi o della cartaccia prodotta nell’unità di tempo, ma dalla levatura della produzione scientifica e umanistica. Troppo spesso dimentichiamo che un sistema scolastico oggi dilaniato nelle sue fondamenta ha donato alla nostra Nazione l’orgoglio di cervelli pluripremiati in ogni campo dello scibile. Personalmente, vista la mia formazione universitaria, non posso non menzionare le figure dei due più grandi Matematici del Secolo, Ennio de Giorgi (che ho conosciuto personalmente con grande onore) e Gaetano Fichera (della cui omonimia e lontanissima parentela vado orgogliosa): de Giorgi, ingegno precocissimo, a soli 28 anni aveva già risolto uno dei famosi ‘problemi di Hilbert’, che per gli addetti ai lavori costituivano una delle sfide più alte del Ventesimo Secolo nel campo della Matematica. Oggi invece la scuola è diventata ‘azienda’ ed ha il triste compito di ‘sfornare’ diplomi, alla base dei quali però molto spesso non si trova alcuna reale solidità di contenuti. La scuola dovrebbe invece formare degli uomini, sui quali in un secondo momento innestare le competenze che faranno di loro dei tecnici competitivi. Perché saranno quegli uomini ad avere le potenzialità di selezionare sulla base di corretti criteri meritocratici, le migliori rappresentative cui delegare in maniera autenticamente democratica perché consapevole, il mandato della gestione e della amministrazione della cosa pubblica. Ma lo saranno nella misura nella quale riterranno che la gratificazione dell’Uomo vada di pari passo con il successo del suo impegno personale, onesto e disinteressato. Lo saranno nella misura in cui al Lavoro venga assegnata quella funzione catartica che ne fa una attività dalla dirompente potenza creatrice. Il lavoro nobilita l’Uomo: mai nessuna affermazione fu più scontata, eppure così vera. Ma il Lavoro nobilita l’uomo quando l’uomo non si sente sfruttato, quando l’uomo percepisce di essere un soggetto attivo nelle dinamiche produttive, e non una pedina facilmente sostituibile con una macchina. Il Lavoro nobilita l’Uomo quando l’uomo sa che un suo impegno diretto vedrà un riscontro sufficientemente immediato, quando l’utile di un’impresa viene soddisfacentemente e responsabilmente condiviso con le forze produttive che tale utile hanno contribuito a realizzare: quando gli operai partecipano in misura accettabile dei dividendi dell’impresa che li ha assunti. Queste dovrebbero essere le vere istanze sindacali, e non la strenua lotta per la riduzione dell’orario di lavoro, per certi versi legittima, ma non esaustiva. Certo se si lavora meno nell’immediato si può contenere la disoccupazione, ma bisogna mirare anche ad incentivare la produzione, per risollevare l’economia e guarire l’annosa questione del deficit.
Di tutte queste proposte ‘concrete’, che pure facevano parte del bagaglio culturale non tanto della Destra che oggi si definisce tale, quanto di quel Movimento Sociale vituperato erede del Partito Nazionale Fascista, nel proclama-elenco di Fini non ho trovato traccia. Sinceramente non speravo di trovarne, visto che da diverso tempo costui ha smesso di avere il mio rispetto politico che invece va a Bertinotti, di cui apprezzo la coerenza, ma ho voluto concedergli un ennesimo beneficio del dubbio che egli ha prontamente deluso, come di consueto. Ricordo ancora l’atteggiamento fortemente critico con cui mio padre accolse la cosiddetta ‘svolta di Fiuggi’. Devo dire che allora non compresi la sua netta opposizione, giudicandola come una manifestazione di estremismo fuori tempo, ma oggi devo dargli ragione. In proposito segnalo un suo scritto reperibile in rete all’indirizzo http://tabularasa.altervista.org/ dal titolo Grazie, Presidente! L’opportunista Fini ha descritto una parabola politica veramente ‘sui generis’, funzionale sicuramente alle sue ambizioni personali, ma a ben vedere sterile anche nell’ottica di tale egoistica prospettiva. Se l’appoggio esterno ad un governo masso-secessionista come il Primo Berlusconi fosse arrivato nel 1994, quando la nomenclatura missina godeva ancora di una ‘verginità politica’ che oggi più non appartiene ai residui della diaspora di Alleanza Nazionale, oggi, in un periodo di crisi economica e morale, la parte politica che Fini vorrebbe rappresentare godrebbe di un consenso popolare indubbiamente molto più forte, ed avrebbe delle capacità propositive che mancano ad una Sinistra zoppicante, incerta sui valori da proporre al proprio elettorato. In tali condizioni la cupidigia di colui che è passato dal definire Mussolini il più grande statista del Novecento al descriverlo come uno dei più grandi criminali del Secolo appena trascorso, ne avrebbe tratto molto maggiore profitto. Perché qualunque abiura Fini faccia, lui (come del resto anche La Russa e Gasparri che gli hanno preferito il più remunerativo magnate della finanza) agli occhi della gente non si libererà mai di quella macchia che viene da tutti percepita come una traccia di ‘peccato originale’, a meno che non abbiano il coraggio che gli manca di guardare il mostro in faccia e spiegare le reali ragioni di una impostazione ideale che ha ancora delle risposte da dare ai problemi concreti della Nazione. Ma per farlo, bisogna amare l’Italia più della propria poltrona, e soprattutto più delle proprie pretese pensionistiche, cosa che i parlamentari di tutti gli schieramenti (eletti sotto il condizionamento di una democrazia incompiuta perché non pienamente consapevole) non hanno alcuna intenzione di fare.
Pertanto respingo come inconcludenti, sia l’uno che l’altro elenco: sarei portata ad essere più indulgente con il primo, visto che riconosco l’obiettiva difficoltà dei suoi estensori, privi di solidi riferimenti ideali. Per quanto riguarda il secondo, non gli riconosco la dignità di elenco, nè tantomeno quello di Lista di Valori, perché si mostra come un’evidente accozzaglia di opportunismi politici: per strizzare l’occhio ad un governicchio di transizione non si può chiosare dicendo che LA PATRIA, DA QUALCHE TEMPO, NON E’ PIU’ SOLTANTO LA TERRA DEI PADRI!

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