Quando la crisi scuote la pancia è il momento di azionare il cervello…

E’ ormai una questione annosa. In un mio precedente articolo ho illustrato il mio personale percorso civico. Parlo di ‘percorso civico’ e non politico, perché ritengo che all’ambito della sfera civica attenga una coscienza morale ed una assunzione di responsabilità che è un elemento prioritario rispetto all’impegno politico. In altre parole: l’ambito squisitamente politico è un ambito ‘operativo’, del fare e del pensare in relazione al fare, rivolto alla gestione dei rapporti dell’individuo con la collettività; l’ambito civico coinvolge invece la sfera ben più ampia delle proprie convinzioni personali, dei propri principi e valori. Da questo punto di vista, tra il contesto politico e quello civico, a mio parere, passa la medesima differenza che sussiste fra un evento fisico come può essere la dinamica delle popolazioni e la sua astratta modellizzazione matematica. Il modello matematico tende a ridurre le variabili in gioco per individuare gli elementi cardine ed i percorsi essenziali che regolano lo sviluppo del fenomeno, mentre l’analisi dei dati fisici, dovendo tener conto delle condizioni particolari e degli eventuali fenomeni di disturbo è certo più verosimile, ma meno precisa.
Ho sempre ritenuto che fosse utile cercare di formarsi una coscienza prima di tutto civica e solo secondariamente politica: questo in quanto io voglio relazionarmi non solo con coloro che la pensano come me, ma con tutto il genere umano. Rispetto le differenze, ma nello stesso tempo intendo portare avanti le mie convinzioni. Appunto per questo motivo ritengo, oggi più che mai, che sia diventata di scottante attualità la questione ideale. Sì, proprio oggi che la crisi impazza sui mercati planetari e che la gente vede fallire gli Stati e perde il lavoro. Perché questo? Perché, in Italia come in Grecia, Irlanda, Portogallo e negli Stati Uniti, ma anche in Russia e negli altri paesi che pagano lo scotto di un passaggio troppo disinvolto dal modello comunista al modello capitalista, la causa dei problemi finanziari ed economici è a mio avviso solo una: la mancanza di moralità e di etica nella conduzione della Cosa Pubblica.
Se facciamo una brevissima panoramica a cavallo della Storia moderna, possiamo notare che mai, dalla Rivoluzione Francese ad oggi, si è assistito ad una tale omogeneizzazione delle linee di pensiero come accade ai nostri giorni. In epoche illustri, si era sempre manifestata una forte contrapposizione fra istanze opposte: una impostazione Materialista (non necessariamente assunta dalla parte più debole del tessuto economico-produttivo) ed una impostazione Ideale (non necessariamente appannaggio delle classi sociali più elevate). Oggi invece c’è una sorta di pericoloso ‘livellamento’. Dall’operaio al grande imprenditore, tutti obbediscono ad un solo, unico e sterile principio: l’opportunità. Si fanno le scelte non sulla base di convinzioni o ‘credo’ politici (il che, anche se il credo fosse discutibile, sarebbe comunque un atteggiamento eticamente rispettabile) ma sulla base di transitori opportunismi. Questo atteggiamento, se all’inizio può portare dei vantaggi immediati sul piano pratico, alla lunga si rivela pericolosamente fallimentare.
Un esempio illuminante: di fronte alla mozione presentata dall’Italia dei Valori lo scorso Settembre per l’abolizione dei vitalizi dei parlamentari, tutti i membri della Camera, di destra o di sinistra che fossero, hanno votato contro. Da notare che:
i personaggi di spicco della maggioranza ed alcuni centristi hanno trovato l’utile escamotage di risultare impegnati in missione o assenti pur di non partecipare al voto;
gli esponenti più in vista dell’opposizione, a parte i deputati del gruppo proponente, se presenti, hanno espresso parere decisamente contrario.
Questo cosa vuol dire? Che non si teme il giudizio del popolo (la cui coscienza civica è ormai troppo annebbiata dal pattume diffuso dai mezzi di comunicazione di massa) ma soprattutto che non si teme una cosa ancora più importante: NON SI TEME IL GIUDIZIO DELLA STORIA!
Si vive giorno per giorno, all’insegna di una gretta declinazione del ben più alto moto del CARPE DIEM di oraziana memoria. Ma se il credo di Orazio esprimeva la necessità di evitare di rimanere ancorati ad un passato che non si può modificare e di affidarsi ad un futuro di cui non si possiedono le chiavi di lettura, ed in quanto tale risulta un monito senza dubbio razionalmente apprezzabile, l’accezione in cui i nostri politicanti lo mettono in opera è senza dubbio, dal punto di vista etico, la peggiore che mente umana possa concepire.
E non mi si tacci di pronunciare affermazioni retoriche. Intendo mostrare le ragioni per cui il crollo dei riferimenti ideali, e dunque la svalutazione della morale, è la causa ultima della paralisi del progresso, anche nelle attuali condizioni di sviluppo scientifico, apparentemente favorevoli. I proclami decennali di certa cultura di sinistra, radical-chic, (questi sì autenticamente retorici!) hanno diffuso la convinzione generale che questioni come l’attaccamento alla Patria ed ai Valori fossero pratiche vergognose, appannaggio di un concezione ‘fascista’ dell’impegno civico della persona. In luogo di tali valori, mandando in missione la ‘mosca cocchiera’ Pannella, hanno spostato l’attenzione su temi che loro ritenevano di più alto interesse come la questione del divorzio e dell’aborto, e recentemenhte di tutte le battaglie di presunta ‘civiltà’ da queste scaturite. Ora io mi permetto di osservare:
1. Senza dubbio apprezzabile e condivisibile è il convincimento che la pace fra gli Stati vada tutelata con ogni mezzo, e che anzi sia auspicabile il ricorso ad una fattiva cooperazione nel reciproco sostegno e supporto, finalizzata ad un paritario sviluppo. Tuttavia tale obiettivo non può essere realizzato sconfessando nei cittadini il senso di appartenenza. E’ una prerogativa umana la creazione di raggruppamenti sociali. L’uomo è un animale politico, nel senso che non può esimersi dal creare raggruppamenti socialmente strutturati, tenuti insieme e corroborati da un comune sentire, che spesso si identifica nel ‘senso di appartenenza’. Ora: se si abolisce l’Amor Patrio come valore ubiquamente riconosciuto, il rischio è che si formino delle aggregazioni che prendono altri valori come parametri di riferimento, o che scelgano un diverso criterio di appartenenza per incanalare le medesime pulsioni naturali. Così ci si aggrega non sotto una Bandiera, ma sotto il simbolo di una Parte (politica, ma anche sportiva, religiosa, o, peggio, settaria, o massonica). Ma mentre la Bandiera Nazionale è il simbolo di lotte i cui attori esibiscono modelli eticamente positivi, e come tali anche apprezzabili per il loro valore educativo, il simbolo di parte crea conflitti destinati prima o poi a nuocere alle organizzazioni statali e quindi in ultima analisi agli stessi ‘adepti’. Solo a titolo di esempio, se io non attribuisco alcuna valenza ideale al fatto di essere Italiano, non mi importerà particolarmente che la mia Nazione sia vilipesa e ferita con ogni sorta di mezzo, non solo dallo straniero che la attacca, ma anche e soprattutto dall’inetto che la governa. Ma, così facendo, dimostro di non aver rispetto prima di tutto di me stessa. In fondo, gli americani che noi giudichiamo pittoreschi nel loro strenuo attaccamento alla Bandiera a Stelle e Strisce, non fanno altro che difendere gli interessi dei singoli. A loro basta fare riferimento ad una Guerra di Indipendenza che è durata pochi anni per rinsaldare il sentimento nazionale. Perché a noi non basta un percorso di lotte durato diversi secoli per ottenere il medesimo effetto? E’ questo il punto: noi abbiamo abdicato ad un senso di appartenenza nazionale in nome di una aberrante interpretazione di certa impostazione marxista, mentre tutto il resto del mondo s’è guardato bene dal farlo. Il risultato è che noi ci comportiamo come terra di conquista, dando la possibilità a gente bassa, rozza e volgare di occuparsi della gestione della Res Publica solo per il proprio interesse personale (che nel migliore dei casi consiste nell’assicurarsi un vitalizio sicuro) sotto il ricatto delle pressioni lobbistiche interne ed esterne. Gli altri Stati Europei, invece, per non parlare degli Stati Uniti o della Cina, ma anche degli stessi Paesi del Sudamerica, non si sognano minimamente di rinnegare le comuni radici come vincolo di appartenenza. E’ per questo che dal mio punto di vista, l’affermazione di Fini LA PATRIA, DA QUALCHE TEMPO, NON E’ PIU’ SOLO LA TERRA DEI PADRI è un vero e proprio obbrobbrio. La Patria è, e non può che essere, la terra dei padri. Poi la Patria può assumere comportamenti eticamente meritevoli come quello di investire sullo sviluppo delle risorse degli Stati economicamente più fragili, ma questo solo se nell’ordine: non nuoce ai suoi figli, riesce a rendere le operazioni di sostegno alle economie altrui un’opportunità di crescita anche per la propria, incentiva lo sviluppo autoctono e non costringe i popoli che pretende di aiutare ad una infamante diaspora. Diversamente non si tratta di Patria, ma di feudo personale, utile a far man bassa di un consenso che è solo la ratifica legale di una attribuzione di prebende e privilegi moralmente esecrabili.
2. Troppo spesso si tende a dimenticare che tutte le grandi organizzazioni politiche del passato, e molte del presente, avevano come ultimo fine il Giudizio della Storia. I Romani costruivano monumenti per lasciare un segno indelebile della loro presenza: il declino dell’Impero iniziò appunto quando si smise di attribuire la giusta valenza a questa variabile che poco ha a che vedere con la Pancia, ma ben più col Cuore e col Cervello. Federico II, grandissimo statista, ha disseminato il Meridione di segni della sua Signoria. Questo atteggiamento è il segno esteriore di un principio guida nella conduzione della Cosa Pubblica. Le decisioni vengono prese non in nome di un momentaneo interesse particolare, ma di un perdurante interesse universale. Le decisioni possono anche essere ingiuste, e quindi passibili di modifica, ma se lo Spirito che le anima è il perseguimento di un fine diverso dal passeggero lucro del singolo soggetto che ratifica la decisione, risultano obiettivamente molto meno nocive. Quindi, il Giudizio della Storia, troppo spesso truffaldinamente aggirato, è una variabile discriminante utilissima, perché induce un freno nell’assunzione di comportamenti spregiudicati potenzialmente e anche fattivamente deleteri.
3. Il cosiddetto ‘atteggiamento relativista’ in base al quale tutto è legittimo se attiene alla sfera delle libertà del singolo individuo è uno dei mali silenti della nostra società. In questo atteggiamento tutto viene giustificato, per cui si realizzano comportamenti eticamente aberranti, in nome di una difesa della libera determinazione dell’individuo. Ma l’individuo non è una realtà soprannaturale ed invincibile. L’individuo ha una sua fragile umanità che va sempre e comunque tutelata, anche dalla propria personale possibilità di errore. Questo non vuol dire imporre all’individuo dei veti o condizionarne le scelte, ma senza dubbio far sì che su certi punti base, umanamente e soprattutto naturalmente non sindacabili, come il diritto alla Vita, si fissino dei limiti, a garanzia dell’individuo stesso. E’ certo questione non banale individuare a chi spetti il compito di fissare tali limiti. Se ad una autorità religiosa, o politica, o etica. A mio parere, nel legittimo rispetto per le convinzioni religiose e politiche di tutti, sarebbe utile un confronto quanto più possibile ampio, nello spirito dell’universalità che aveva ispirato il lavoro degli estensori delle varie Dichiarazioni dei Diritti illuministe. Non che se ne conservi le modalità, ma che se ne segua lo spirito universale, purtroppo poi trasceso nella sua applicazione pratica, a causa del perenne ‘scollamento’ forse difficile ma non impossibile da recuperare, fra intenti teorici e loro attuazione nella compagine sociale.
Per concludere mi permetto di riassumere così il senso del mio intervento: il crollo dei Valori, primo fra tutti per noi in Italia l’attaccamento al sentimento nazionale, ha gettato la nostra Nazione in mano a meschini individui che non hanno voluto nè saputo proteggerla dalla crisi planetaria. La crisi planetaria è frutto di speculazioni affaristiche in cui i pochi (capitalisti agguerriti, non necessariamente perché ricchi, quanto perché individui senza scrupoli, allettati dal facile guadagno) perseguono l’obiettivo dell’arricchimento facile, a scapito dei molti che pagano lo scotto dell’azzardo dei primi. Agire senza obbedire ad alcun imperativo di ordine morale da parte dei governi significa affossare le economie e dunque affamare i popoli. Da ciò conseguono flussi migratori che offendono sia la dignità dei Paesi migranti che di quelli accoglienti ed un ulteriore tracollo delle singole economie. Se vogliamo risollevarci, anche economicamente, rendiamoci conto che non può essere la Politica serva dell’Economia, ma che la Politica deve fissare delle linee guida operative rispondendo a dictat imposti dall’Etica del Bene Comune per gli Stati e quindi per i singoli individui.

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