Una Nazione che va a p…

I discorsi del cosiddetto ‘uomo della strada’, un fenotipo significativo dietro il quale si nasconde la metafora del comune sentire, si rivelano spesso illuminanti. L’uomo della strada, facilmente manipolabile ed impressionabile dai mezzi di comunicazione di massa (ad esempio il ‘telegiornale’ diretto proprio da quello che è uno degli indagati per un reato che non è precisamente una leggera violazione del Codice Penale) ormai ha tratto la sua desolante conclusione: “Poverino, avrà diritto di fare quel che vuole a casa sua! Si stanno accanendo contro di lui!”.  Al di là della ingenuità di una tale affermazione, quel che colpisce maggiormente ne è il significato recondito. E’ come se fosse una sorta di ‘cartina di tornasole’, un indice che ci consente di monitorare il reale andamento del Paese. Abbiamo da una parte l’ “intellighenzia” delle arti e delle maestranze (intellettuali ed operai) che, come è naturale che sia, lancia i suoi severissimi strali contro chi ricopre una carica istituzionale calpestando l’art. 54 della Costituzione che impone ai cittadini cui sono affidate cariche pubbliche “di adempierle con disciplina ed onore” (concedendosi il contestuale lusso di dare un avallo istituzionale a comportamenti imprenditoriali criminali) e, da  un livello eticamente superiore, si erge a pubblico censore della morale altrui;  dall’altra, il cittadino comune che, spesso all’oscuro di tanti dettagli, cade vittima delle campagne mediatiche e dei sottili messaggi subliminali che trasudano dai cosiddetti ‘prodotti di intrattenimento’, apparentemente lontani da tematiche politiche, ma che in sostanza, impegnandosi a diffondere un ‘modello comportamentale’ discutibile, contribuiscono a plasmare gli ‘alibi culturali’ che fungono da premessa teorica per la legittimazione concreta di ogni nefandezza.

In un’Italia dove impera il Grande Fratello, dove basta un congruo numero di sedute dal chirurgo plastico per conquistare la ribalta di una meteorica notorietà, dove è persino possibile che i ‘rumors’ su particolari referenze arrivino a lambire i Ministri della Repubblica, il cittadino comune trae la conclusione che, visto l’andazzo, tutto è legittimo, tutto è giustificato, tutto è consentito. Manca il lavoro (quello Vero) mancano le risorse: il solo modo di tirare la carretta per chi ha un minimo di risorse ‘naturali’ è quello di ‘investirle’, o meglio di ‘saperle vendere’. Ecco che le ‘cosiddette’ (loro, indubbiamente!) ‘signorine’ che allietano i sacrosanti momenti di svago di un premier superingolfato da impegni istituzionali si fissano delle precise scadenze temporali: deputato prima dei trenta anni, perché senò diventa troppo ‘tardi’. Uno stralcio dell’intercettazione telefonica dove due di queste ‘signorine’ sono impegnate in un’amabile conversazione in cui espongono un pregno progetto politico si rivela significativo: «Le regionali son tra cinque anni. E non penso che hooo… che, che ho la voglia di aspettare. O no? Cinque anni! A trent’anni. Noo. No no no. Le parlamentari se devi farle o son tra due anni e mezzo, o sono adesso o sono di nuovo tra cinque anni per me. Quindi io devo sperare di entrare o adesso o tra due anni e mezzo. No? Capito?». Quale sublime esempio di impegno civico! E quale indubbia affezione al bene della Nazione di coloro che inducono a formulare un tale bieco sillogismo!

Non è ormai una questione di povertà economica, bensì di povertà culturale.

Eppure il colmo è che proprio il nostro Bel Paese ha le carte in regola per esibire di fronte al mondo una ricchezza invidiabile. Leggevo oggi la lettera aperta di Umberto Eco al ministro Tremonti ed un passaggio mi è sembrato significativo. Scrive Umberto Eco: “In termini economici il Louvre, il Metropolitan Museum of Art, la Harvard University (e tra poco quella di Pechino) sono imprese che fanno un sacco di soldi – scrive -. Credo che, bene amministrati come sono, facciano un sacco di soldi anche i musei vaticani. Un sacco di soldi potrebbero fare anche gli Uffizi o Pompei, e sempre mi domando come mai l’Italia, di cui si dice che abbia circa il 50% delle opere d`arte esistenti al mondo (per non dire del paesaggio, che non è male), abbia meno indotto turistico della Francia o della Spagna, e naturalmente di New York. C’è qualcosa che non funziona, qualcuno che non sa come far soldi (e mangiare) con la cultura nazionale.”

Il vero problema è che l’Italia, già nell’immediato dopoguerra, ha ‘dimenticato’ quelle che erano le ‘sue’ risorse per correre dietro a modelli economici che le erano lontani. La ricchezza dell’Italia non è il petrolio, sebbene da qualche parte forse se ne sia trovata qualche sparuta traccia. La ricchezza dell’Italia non è nemmeno la Fiat. Checché se ne dica, è stata proprio la sudditanza dei vari governi che si sono succeduti nell’arco dei primi cinquant’anni della Repubblica nei confronti del colosso dai piedi di argilla a creare le premesse per l’attuale attacco allo Stato Sociale. La Fiat è uno degli ‘attori’ del sistema economico italiano, non ne è l’esclusivo protagonista. E, soprattutto, la Fiat non è l’Italia. La Fiat fino a qualche tempo fa creava occupazione e in quanto tale poteva al più ambire alla responsabilità di interlocutore privilegiato nelle normali dialettiche fra iniziativa privata e controllo pubblico. Privilegio che l’azienda ha sempre rivendicato con una accezione molto più forte del lecito, pretendendo che si unisse al proprio destino quello della Nazione tutta. I governi deboli che si sono via via succeduti non hanno mai avuto la forza di imporsi sul colosso, negandogli i favori che questo aveva l’impudenza di esigere. La Sinistra, d’altro canto, abbagliata dalle luminose sirene delle spicciole rivendicazioni operaie, temendo di perdere il consenso della base, sulla scorta delle indicazioni di Mosca, piuttosto che levare la voce contro le scelte egoistiche (e fra l’altro imprenditorialmente suicide) della Proprietà, preferiva esigere a gran voce gli aiuti statali. Tanto, pagava lo Stato… Così come oggi, mutatis mutandis, il caro Silvio ha scoperto che c’è un sistema infallibile per ‘togliersi dalle scatole’ le signorine (!?!) che lo tampinano con esose richieste (non conosco i prezzi di mercato, ma francamente per quanto inducono a pensare i dettagli che sono circolati, mi pare che abbiano tutte un’alta considerazione del ritorno economico delle proprie ‘prestazioni’): basta mandarle in Parlamento, così ci pensa lo Stato…

Il problema è che quel che i grandi magnati, dalla famiglia Agnelli a Berlusconi, non hanno ancora capito (o che gli fa comodo non capire) è che lo Stato siamo noi: tutti. Lo Stato non è un’entità astratta, immateriale, una cassa senza fondo, dalla quale si può solo attingere senza versare. Lo Stato siamo noi, nel senso che dobbiamo costruirlo facendo ciascuno la propria parte. Così l’imprenditore che guida col criterio del buon padre di famiglia la sua attività produce ricchezza non solo per sè, ma per la Nazione tutta e della ricchezza collettiva alla lunga finisce per beneficiare in prima persona. L’operaio che svolge coscienziosamente il proprio dovere, in un clima sereno, con condizioni lavorative che ne esaltano l’umanità invece di equipararlo ad una macchina, può legittimamente ambire al miglioramento delle proprie condizioni economiche e sociali, ma nello stesso tempo contribuisce ad aumentare un fatturato che alla lunga ha un suo determinante peso: la dignità morale. Perché in una società dove quale modello positivo viene additato il lavoro serio, scrupoloso ed umano è difficile che si sviluppino quei ‘cancri’ che oggi avvelenano il nostro panorama socio-politico: agli operai si nega una pausa di dieci minuti per uno stipendio che vale un millesimo di quello del direttore amministrativo della loro azienda, mentre basta esibire il proprio corpo (anche solo superando un casting per un reality) per assicurarsi una comoda entrata vivendo praticamente nell’ozio.

Per uscire da questo pantano dunque l’Italia dovrebbe puntare sulle sue autentiche risorse, che come ricordano tutti i nostri intellettuali (che spesso sono ‘emigrati’ all’estero, anche loro colpevolmente abbagliati dalle sirene del profitto) sono sostanzialmente due: la Cultura ed il Paesaggio. Cultura nella accezione di più ampio respiro del termine: cultura che non si costringe nelle catene dell’erudizione nozionistica, ma che si mostra sensibile alle corde di una umanità tutta nostrana. La ricchezza del Popolo Italiano è l’inventiva, la sagacia, l’originalità, il dinamismo, la generosità e l’entusiasmo. Sono tutte doti che, ove opportunamente sfruttate, possono avere anche un potentissimo ritorno di carattere economico. Non tutti hanno l’ambizione o il talento dello scienziato ma è certo che ogni Italiano è capace, se opportunamente stimolato nel proprio orgoglio, di produrre risultati inimmaginabili in ogni contesto. Quale sarebbe allora una illuminata azione politica? Adottare dei provvedimenti che mirino a rafforzare queste naturali attitudini ‘genetiche’ al fine di favorire un sano sviluppo della Società che favorisca tutti, e non solo i più facoltosi. Pertanto avrebbe un senso rafforzare l’efficacia del sistema educativo (piuttosto che svilirne la portata e l’importanza) e contestualmente rafforzare lo Stato Sociale che oggi invece si vuole distruggere a beneficio dei pochi ‘soliti noti’ e a nocumento dei più. Un tale orientamento illuminato avrebbe come naturale conseguenza una valorizzazione del Paesaggio, patrimonio veramente prezioso. Piuttosto che sponsorizzare i villaggi turistici in Madagascar (si fa per dire) sui quali lucrano i ‘soliti noti’ perché non pubblicizzare il nostro patrimonio territoriale? L’Italia è l’unico Paese al mondo che possiede una conformazione geografica in cui mare e montagna quasi si lambiscono, in un clima mediamente temperato. In più, come se ciò non bastasse, ad ogni piè sospinto esistono siti archeologici operativi o potenziali. La passata dittatura (che paragonata a questa assurge ad una dignità in passato insospettabile) ha avuto il pregio di aver reso fruibili la maggior parte dei siti archeologici che oggi stanno cadendo a pezzi sotto le amorevoli cure del ‘ministro fiduciato’. Ricordo ancora una mia vacanza in Grecia nel 1988: da adolescente entusiasta dei suoi studi classici, fu mio grande desiderio esplorare tutti i siti archeologici delle città che andavamo visitando. Potei così constatare come, a parte l’Acropoli di Atene, il governo greco non si curasse della manutenzione dei suoi ‘tesori’. In particolare rimasi esterrefatta dalla visita all’Acrocorinto: un vero e proprio percorso ad ostacoli, dove il rischio di precipitare in un burrone era costante. Fu per me, che avevo già avuto occasione di vedere Pompei, il Foro Romano ed altri siti archeologici in Campania, Puglia e Basilicata, fonte di autentica meraviglia.

In quale direzione si muove oggi questo scellerato governo? Al ricatto proditorio di un qualunque Marchionne (il peso di un uomo non è direttamente proporzionale alla sua capacità di fare quattrini, ma alla traccia che lascia di sè nella Storia: questo soggetto sarà ricordato solo come un abile affarista che è riuscito a far soldi a spese della collettività) risponde avallandone la legittimità di prese di posizione aberranti. Lo Stato Sociale viene smantellato ad ogni piè sospinto, così come ogni occasione è buona per schiacciare il sistema educativo, sfoderare indegni attacchi alla magistratura, violare ripetutamente la Costituzione. Il patrimonio paesaggistico e culturale viene costantemente lasciato all’incuria di amministrazioni truffaldine, con la scusa che ” la Cultura non si mangia”… Quanta miopia dietro a tutto ciò!

E’ proprio per questo che sarebbe auspicabile un sussulto di dignità: sarebbe ora che si spegnessero i televisori e si aprissero i libri o, quantomeno, si mettesse in azione il cervello. Ora, proprio ora che, insieme ad una delle sue più alte cariche istituzionali, tutta la Nazione sta andando a p….

Annunci

Lettera aperta di un’insegnante al Presidente della Repubblica

Profondamente colpita dalla bassezza del livello di degradazione cui siamo giunti, mi rivolgo come ‘extrema ratio’ al Capo dello Stato:

Eccellentissimo Signor Presidente,

mi rivolgo a Lei quale suprema autorità del nostro Stato. Sono una ‘giovane’ insegnante precaria (giovane non forse per età quanto per esperienza, trovandomi da poco nel settore). Non intendo rivolgerLe alcuna civile protesta per l’annosa questione dei precari, non intendo in questa sede palesare alcun giudizio personale, che pure sui provvedimenti recentemente adottati dal Governo potrei avere. Intendo invece appellarmi alla Sua Autorità ‘Super Partes’ per chiedere una speciale deroga ai nostri obblighi didattici. Come è noto ciascuno di noi ha un Programma Ministeriale cui attenersi, con precisi prerequisiti, obiettivi ben determinati ed una vasta ma definita gamma di metodologie da adottare. Tutto questo credo sia legittimo, anzi doveroso, nel contesto di una normalità che da qualche giorno a questa parte ci è stata tolta. Anch’io come tutti ho la mia personale visione sull’argomento, il mio personale giudizio. Chi ben mi conosce può immaginarlo, ma non intendo esprimerlo in questa sede. Quel che mi preme invece è fronteggiare quella che a mio giudizio è una situazione d’emergenza. E’ sempre stato mio fermo convincimento che il lavoro dell’Insegnante sia da considerarsi una missione perché consiste nel formare Uomini che saranno in futuro i pilastri della Società: sugli Uomini si possono innestare i Tecnici che operano per il progresso della Società tutta, ma non il viceversa. Ciascuno di noi è dunque chiamato a questa missione e cerca di adempierla al meglio delle sue possibilità. Ora io ritengo che la situazione contingente abbia raggiunto un tale livello di gravità da richiedere il ricorso a provvedimenti veramente drastici. I nostri ragazzi sono quotidianamente bombardati da una mole di dati che, qualunque interpretazione se ne voglia dare, hanno una connotazione intrinseca profondamente diseducativa. Ormai i telegiornali riportano il turpiloquio con imbarazzante nonchalance, i programmi in prima serata sono più osceni di un film a luci rosse. Si dirà che non è certo una novità. Io osservo che la cosa più imbarazzante per chi come me opera quotidianamente nella scuola come umile ‘bracciante del pensiero’ (la definizione non è mia, ma fa parte dello scrigno dei ricordi che mi sono stati tramandati per tradizione familiare) è l’obbligo di richiamare un modello ideale di decoro che pure è necessario trasmettere quando l’evidenza intorno a noi si muove in direzione completamente contraria ed opposta. Io sono profondamente convinta che la Cultura è veramente tale solo quando ‘si realizza’, altrimenti è nozionismo. Ora: realizzare Cultura vuol dire incidere nell’animo di chi ‘fa Cultura’, che nello specifico è tanto il docente che insegna, quanto il discente che impara. In questi giorni in cui il nome di certe allegre signorine (sulle quali mi astengo dal pronunciare alcun giudizio morale) rimbalza da una parte all’altra dell’universo mediatico e coinvolge la Nazione tutta in un’imbarazzante querelle di basso profilo, in concomitanza con la Gloriosa ricorrenza dei 150 anni dell’Unità Nazionale (è il solo punto in cui mi picco di essere di parte: sono Italiana, ne sono orgogliosa e desidererei trasmettere questo orgoglioso senso di appartenenza ai miei alunni) chiedo che sia concessa a tutti gli insegnanti che vorranno farlo la possibilità di mettere in atto questa singolare forma di ‘sciopero’: astensione dai programmi specifici della disciplina. Ella mi chiederà: a quale scopo? Presto detto. Il mio suggerimento è che ciascun docente ‘adotti’ un eroe, un patriota, un padre della Patria e che, rifiutandosi anche solo di nominare eventuali signorine “ladre di organi vitali”, opponga il racconto delle sue gesta alla dilagante sovraesposizione mediatica di quelle. Che ne so: un Enrico Toti per una Miss Heartbreaker, un Salvo d’Acquisto per una Miss d’Addario. Dobbiamo anzitutto riacquistare il senso di una dignità che tanto pruriginoso clamore va togliendo al nostro essere Italiani. Io sono convinta che questo vada fatto in primis in un contesto come quello dell’Educazione delle giovani generazioni che più di tutti rischia di essere gravemente danneggiato dalla situazione contingente. Non so quanti concorderanno con me. La mia è una semplice proposta, ma davvero ne sento l’urgenza.

Certa che Ella condividerà la mia apprensione per il futuro delle nostre giovani generazioni, mi affido alla autorevolezza del Suo illuminato giudizio.

Maria Cristina Fichera

L’asino del mio bisnonno

Oggi sono profondamente indignata. Da cittadina Italiana manifesto tutta la mia solidarietà ai lavoratori di Mirafiori che subiscono l’ignobile ricatto di Marchionne. A loro va tutta la mia comprensione umana, considerando il fatto che si trovano in una posizione delicatissima. Qualunque sia l’esito di questa ‘consultazione referendaria’ che ha lo stesso sapore di una barzelletta di Berlusconi (cioè non fa ridere nessuno!) questi lavoratori (che sono Uomini, non elementi inerti di una catena di montaggio!) hanno un’unica, inesorabile certezza: che vinca il “Sì” o vinca il “No”, verranno comunque a subire un danno. Cambieranno solo, in prospettiva, gli scenari concreti nei quali si articolerà tale perdita, ma non si può negare che essa verrà comunque posta in essere. Lo scenario prospettato nell’immediato da una vittoria del “No” è la fantomatica perdita dei posti di lavoro. Non è una prospettiva di poco conto. Come dicevano gli operai intervistati dagli inviati di ‘Annozero’, ognuno di loro ha un mutuo od un’assicurazione da pagare, ognuno di loro ha dei figli da mantenere ed educare (con il sostegno di un sistema scolastico che, sotto la guida di Nostra Signora delle Abilitazioni Trasparenti, taglia i fondi alle borse di studio: in evidente osservanza di un principio meritocratico!). In ultima analisi, ognuno di loro ha il brutto vizio di mangiare per vivere e non vivere per mangiare. Eh, sì! Pessima abitudine invero! Ricordo ancora una favola che mi raccontavano i miei genitori quando ero solo una bimbetta di pochi anni. Perché il messaggio fosse più incisivo e quindi avesse una maggiore valenza educativa, la avevano ‘contestualizzata’ nel nostro nucleo familiare. Credo pertanto che, anche se forse non in questa veste, non sarà del tutto nuova ad alcuni di voi.

La mia adorata Mamma mi raccontava che suo nonno Carmelo, commerciante di sale, aveva un asino buonissimo, docile, forte e servizievole. Il buon Carmelo, uomo onesto ed integerrimo, di sanissimi principi, come usava agli inizi del Secolo Scorso, aveva una numerosissima famiglia. Moglie e dieci figli: in totale dodici bocche da sfamare, tutte sulle spalle del capofamiglia. Così era necessario, indispensabile, che egli traesse dal minimo investimento il massimo profitto. A suo modo anche don Carmelo era un Capitalista. La sua impresa era il commercio del sale, il suo fatturato il guadagno (a volte anche in natura) sulla vendita, la sua forza-lavoro l’asino. Ora l’asino lo accompagnava fedelmente nei suoi giri in lungo ed in largo ed in cambio chiedeva solo un pò d’avena come carburante. Ma le bocche da sfamare erano sempre dodici e l’avena costava. Così il buon nonno Carmelo, a malincuore, un bel giorno gli si avvicinò e, con parole blande, soppesando accuratamente le frasi, con gesti affettuosi e misurati, con fare mellifluo, gli fece capire che, visto che gli affari andavano male, era necessario che, per il bene di tutti, egli si rendesse disponibile ad un sacrificio forte, ma che sarebbe comunque servito a migliorare le condizioni di tutto il nucleo familiare di cui egli sarebbe sempre stato riconosciuto come uno dei principali componenti. L’asino, inorgoglito da tanto inattesa magnanimità, considerò suo dovere imprescindibile rispondere positivamente a quella chiamata e se ne assunse coraggiosamente il carico. Così si diede da fare con alacre solerzia per apportare il proprio contributo alla Causa. Correva tutto il giorno da una parte all’altra come cavallo al galoppo. Carmelo non faceva in tempo a salire in groppa, che l’asino era già in marcia: quanto poi agli incitamenti, erano del tutto superflui. Si rivelava al contrario opportuno qualche sporadico ammonimento a non eccedere nello zelo. A fine giornata però, l’asino trovava una sorpresa poco simpatica: la razione di avena era diminuita. All’inizio considerò questa come una conseguenza della difficile situazione di ristrettezze economiche che egli, con la sua abnegazione, stava tentando di contrastare. Era in verità un asino molto ingenuo. Era altresì un asino molto buono, e perciò non faceva che aumentare il proprio impegno: al calar della sera rientrava stremato nella propria stalla, dove trovava ad attenderlo una razione di avena ogni giorno più ridotta. Finché una sera la mangiatoia divenne completamente vuota. Il povero Carmelo, che ogni sera lo salutava con un malinconico sospiro perché in fondo gli era tanto affezionato, quella sera si nascose qualche istante per osservare le reazioni dell’animale. Lo abbiamo già detto: l’asino era buono ed ingenuo. Annusò la sua mangiatoia, chinò il muso fino a terra per trovare qualche traccia di cibo e, constatato che non v’era speranza di trovarne, chiuse gli occhi e si addormentò. In piedi, come ogni asino che si rispetti. Carmelo, confortato dalla reazione tutto sommato bonaria del fedele collaboratore, proseguì in questa sua strategia. Eliminando la voce ‘avena’ dal bilancio familiare realizzò un bel risparmio, che gli consentì di acquistare tante belle cosette che prima non poteva permettersi. Piccoli lussi, si badi bene, ché don Carmelo era un uomo giusto e timorato di Dio. Ogni mattina l’asino correva da un capo all’altro del paese per rispettare le sue consegne ed ogni sera si addormentava digiuno, docile e remissivo. Dopo qualche giorno però, Carmelo si accorse che l’asino aveva l’affanno. Decise allora che forse avrebbe rispettato meglio la tabella di marcia se avesse evitato di salirgli in groppa. Malgrado ciò, giorno dopo giorno l’asino diveniva più lento, finché un bel mattino, recatosi come sempre di buon’ora nella stalla, Carmelo non vide più il suo buon animale ritto sulle zampe, ma accasciato per terra. Si avvicinò e lo trovò con gli occhi sbarrati e la bava al muso. Da quel momento in poi dovette da solo trascinare sulle sue spalle il sacco carico di sale e a chi, incontrandolo mentre si trascinava lentamente, oberato di quel peso, gli chiedeva: “Compare Carmelo! E il vostro asino?” egli ripeteva: “Ah! Non me lo ricordate! Gran bella bestia! Fedele, docile e mansueto. Ebbe un solo difetto! Mi morì sul più bello, quando gli avevo insegnato a non mangiare!”

Ora ognuno di voi, miei magnanimi lettori, ha già ben capito l’allegoria. Si ha un bel dire che la ‘firma tecnica’ del “Sì” è un sacrificio necessario che si chiede agli operai per la conservazione del posto di lavoro. Il problema è che i diritti che il sindacato dissenziente accusa la Fiat di calpestare sono come l’avena per l’asino del mio bisnonno: se gliela togliamo, prima o poi l’asino muore. A quel punto il mio bisnonno, che era un brav’uomo e non aveva affamato l’asino per comprare un cavallo, s’è dovuto trascinare da un punto all’altro della sua non piccola cittadina col pesante sacco di sale sulle spalle; il signor Marchionne (ma lo stesso potrebbe fare qualunque altro imprenditore sulla scorta del suo esempio) non farebbe altro che mettere laconicamente in atto quel proposito che oggi sbandiera come ipotetica arma di minaccia: se gli operai italiani non sono in condizioni di garantirmi la produttività che io esigo, me ne vado.

A quel punto a cosa sarebbe servito questo sacrificio? Perché Marchionne ha detto e ripetuto in tutte le salse che se vincono i “No” lui se ne va, ma d’altro canto non ha mai detto che se vincono i “Sì” resterà a qualunque condizione! Tutt’altro! In più di una circostanza ha boriosamente affermato che l’Italia è un peso per la Fiat. Qui apro una piccola parentesi, in dissonanza con quanto affermato stasera da Massimo Giannini. Non è che l’Italia sia un peso per la Fiat perché non le elargisce finanziamenti pubblici: questo è vero solo in parte. L’Italia è un peso per la Fiat perché qui non si è ancora del tutto smantellato lo Stato Sociale. Perché esiste ancora la possibilità (che Marchionne ritiene solo teorica e che invece noi tutti speriamo ardentemente abbia una sua implacabile concretezza) che le parti sociali si appellino al Diritto perché vengano riconosciute le loro legittime istanze.

A questo punto è evidente come si stia realizzando quella che è una vergognosa quanto inesorabile e prevedibile convergenza di interessi. Smantellare lo stato Sociale crea i presupposti per potenziare gli arricchimenti che provengono dalla speculazione finanziaria: è contento Marchionne con le sue stock options. Ma non solo lui, a ben vedere. Lo sono tutti quegli insospettabili volti più o meno noti e ‘rassicuranti’ nella loro popolarità che depositano i capitali all’estero usufruendo dello Scudo Fiscale ‘inventato’ dal Governo Berlusconi. E spesso, ironia della sorte, appartengono a quel settore dello spettacolo radical-chic, sulla carta antiberlusconiano. Indebolire la Magistratura crea le condizioni migliori per far sì che lo smantellamento dello Stato Sociale divenga irrimediabile. Se il Diritto non ha più alcuna rilevanza e ‘libito ‘ divien ‘licito in sua legge’, a chi ricorre l’asino del mio bisnonno per rivendicare la sua razione d’avena? Ecco spiegato perché sia così importante ribadire la prevalenza del Diritto sull’Abitrio. Oggi è Berlusconi che ha interesse a farsi una legge tutta sua, ma domani potrebbe essere chiunque altro a farlo. Ma, quand’anche si fosse riusciti nell’intento di scavalcare il potere censorio della Magistratura, come la si metterebbe con l’opinione pubblica? Esisterebbe sempre la possibilità che qualche ingenuo ‘cretino’, illuso di vivere in uno Stato di Diritto, avesse l’impudenza di scaldare gli animi e portare ad una sollevazione popolare. Certo le sollevazioni popolari possono essere represse nel sangue, come insegnano i vicini tunisini. In fondo anche i comunisti di Stalin e della ferrea nomenklatura cinese hanno fatto così. Carri armati a sfidare il movimento studentesco che lottava per la libertà. Oggi invece sono i grandi liberisti che usano le loro insospettabili armi ‘democratiche’ per reprimere con anche maggiore determinazione e pervicacia qualunque cenno di protesta. E così l’ultimo atto di questa sciagurata ed ignobile strategia è colpire la scuola e la ricerca, dunque la formazione: in ultima analisi, l’Educazione. I cervelli è meglio che espatrino, così non danno fastidio, esattamente come le giovani donne che non riescono a trovare un lavoro consono alle proprie competenze è meglio che sposino un miliardario. Peccato che il mondo non sia fatto solo di nababbi (anzi, con questi sistemi il numero dei nababbi è destinato a decrescere esponenzialmente!) e che se tutti i cervelli espatriano, alla fine la Nazione crolla. E qual è l’obiettivo delle lobbies che stanno alle spalle del fantoccio Bossi e dei suoi degni compari? Esattamente questo. Liberarsi del pesante fardello dello Stato Nazionale Unitario. Ricordiamo il motto latino ‘divide et impera’. Ma questa è una di quelle pericolose massime che si imparano dall’inutile studio del Latino: non a caso la zelante Mrs. Maria Star s’è impegnata a cancellarne al più presto la memoria. Lei stessa non ha ancora ben capito cosa significhi, ma le hanno spiegato che è una pericolosa affermazione sovversiva, che allude a cose che si devono fare ma non si devono dire. Come l’avena: dobbiamo toglierla all’asino, ma che a nessuno scappi detto che lo stiamo facendo! Sarebbe ‘unpolitically correct‘ perché noi siamo in verità dei convinti animalisti. Chi potrebbe sostenere il contrario? Quindi noi aboliamo il Latino ma solo perché dobbiamo dar spazio a materie più formative, che aprono le porte del mercato del lavoro. Un mercato del lavoro che però è come un acquario pieno di barracuda, pronto a divorare il pesce che non abbia la corazza per difendersi. Ma come fa il pesce a costruirsi questa corazza? Dovrebbe essere in grado di farlo. Come? Possedendo quel minimo substrato culturale che gli consenta di decifrare i messaggi contorti che lo bombardano a destra e a manca. Essendo in grado di decifrare un documento, di interpretare un tabulato, possedendo in buona sostanza delle capacità di astrazione logica che, per quanto possano per accidente essere innate nei più fortunati, rischiano di atrofizzarsi se non opportunamente coltivate. Ora io mi auguro che chiunque possieda ancora quel minimo grado di lucidità mentale per dedurre da tutto questo che l’annientamento della scuola, unito alla manipolazione dell’informazione e alla promozione dello ‘spettacolo’ spazzatura sono i provvedimenti concreti in cui si attua questo intento astratto. E si capiscono allora benissimo le sacrosante parole che il giovane studente questa sera ha pronunciato ad ‘Annozero’ con comprensibile emozione: “Siccome noi non vogliamo fuggire dall’Italia, dobbiamo far fuggire questa classe dirigente, che è la peggiore che la nostra Nazione abbia mai avuto!” In questo mi dichiaro pienamente e fermamente d’accordo.

Qual è però la soluzione? Ancora una volta mi richiamo alla favola dell’asino del mio bisnonno. Se una sera fosse giunta nella stalla, mattarello in resta, la cara bisnonna Agata, a bacchettare l’improvvido marito facendogli notare che la sua balzacca idea avrebbe alle lunghe portato alla morte del cavallo -non vogliatemene, ma alle volte è così: le donne in un lampo hanno delle intuizioni che i gentili Signori spesso non riconoscono nemmeno a fatto compiuto!- magari il buon puledro sarebbe stato ancora lì, con la sua razioncina d’avena, a servire orgoglioso il suo padrone, che intanto avrebbe potuto evitare di farsi carico del pesante fardello sulle sue non giovanissime spalle. E nel nostro caso, mutatis mutandis, chi dovrebbe impersonare il ruolo chiave della bisnonna Agata? Lo Stato! Lo Stato, si badi bene: non la politica! La politica è un coacervo di opportunismi. La politica è il gregge dove in mezzo a qualche sparuto agnello pascolano i lupi mascherati da Scilipoti. La politica è il dantesco bordello dove tutti prima o poi si vendono. La politica, in un contesto in cui i partiti sono completamente ‘scollati’ dalla società civile perché perseguono solo gli interessi di chi li rappresenta, non ha alcun margine di affidabilità. Sono i movimenti civili, che non a caso sono gli unici autenticamente meritocratici, che si fanno effettivo carico delle istanze concrete, che poi solo concrete non sono. Ma i movimenti civili non possiedono l’autorevolezza dello Stato. Non possono pretendere di imporre una legittimità che si basi sulla forza. Perché l’unica forza sta nel diritto e l’unico che potrebbe ragionevolmente imporre la forza del Diritto è lo Stato. Ma non uno Stato pulcinellamente federativo, bensì uno stato solido e coeso che davvero si comporti da Robin Hood: contenendo cioè il divario fra la condizione rosea dei privilegiati e le misere aspettative dei rimanenti.

Anni fa è stata lucida intuizione politica perseguire l’Unità Europea. Ma quella Unità è stata intenzionalmente limitata al piano economico, dove in larga misura è fallita proprio perché non poggiava su solide fondamenta politiche. Oggi abbiamo un’Europa in cui Marchionne viene urbanamente licenziato quando propone agli Stati degni di questo nome un piano industriale non rispettoso delle istanze sociali, partorito solo per favorire le speculazioni finanziarie; ma abbiamo anche un’Europa in cui le condizioni sociali di alcuni Stati di pari dignità storica tendono progressivamente e pericolosamente ad equipararsi al livello del pessimo modello asiatico: non a caso è in questi Stati che Marchionne sa di poter essere accolto a braccia aperte. Noi sulla carta diciamo di voler alzare lo standard dei diritti, ma nei fatti pensiamo a cancellarli. Prova ne sia l’involontario lapsus di un pessimo Gasparri, divenuto ormai il cagnolino di una altrettanto pessima lobby finanziaria, che più o meno stasera recitava così: “Noi dobbiamo esportare i diritti nei Paesi in cui i lavoratori sono meno tutelati… per cui… cosa dobbiamo fare? Siccome non possiamo cancellare i diritti…” Come dire: siamo animalisti, non potremmo mai affamare l’asino. Però… gli nascondiamo la biada! In Serbia la fame ha fatto sì che si cedesse già da tempo al ricatto del Marchionne della situazione. I diritti, se mai sono esistiti, sono stati cancellati da lungo tempo, e il caro Sergio lo sa benissimo. In Canada il discorso è leggermente diverso. Non è la fame, ma l’ingordigia dei grandi speculatori ad assicurare al nostro l’impunità.

L’Italia è in una situazione border-line. Non è ancora completamente tramontato lo Stato di Diritto (e infatti la Consulta ha in qualche modo sanzionato il benedetto (!) lodo Alfano) ma Angelino e Mrs. Maria Star (non a caso indicati come due fra i papabili eredi del papy) si stanno industriando perché venga soffocata al più presto, insieme a questo, ogni sparuta possibilità che qualche facinoroso in futuro riesca a restaurarlo. Naturalmente il tutto con l’avallo di Tremonti, che con i suoi richiami alla ineludibile necessità di una morigerata gestione delle risorse, fornisce la giustificazione ideale che consente ai nostri di dormire sonni tranquilli. Ammesso che in tali illuminate e munifiche menti possa albergare per un solo istante il tarlo del dubbio.

In conclusione: cosa potrebbe davvero risollevarci? Un Sistema Educativo veramente degno di tale nome, in grado di plasmare una Società fatta di Uomini liberi perché consapevoli di ciò che pensano e fanno che sia in grado di selezionare al suo interno le migliori componenti (con meccanismo autenticamente meritocratico) onde affidare a queste la gestione politica dell Res Publica. Se così fosse in tutti gli Stati Europei avremmo una stabilità economica e politica veramente invidiabile. Ma magari non farebbe tanto comodo ai nostri decennali ‘benefattori’ d’oltreoceano, nè tantomeno ai rampanti affaristi con gli occhi a mandorla….

Forse siamo ancora in tempo, ma ogni giorno che passa, ogni insensato provvedimento di questa criminale classe politica aggravano la già difficile situazione. Per quel che mi riguarda io mi affido alla Provvidenza Divina, ma spero tanto che la mia non sia solo una ingenua quanto velleitaria speranza…

Urge nuova (o antica) idea di Stato

La giornata di oggi è stata densa di spunti di riflessione politica, sociale, filosofica ed in ultima analisi umana. La prima sollecitazione è giunta dall’intervento congiunto di Landini e Bombassei nel corso della trasmissione “In mezz’ora” di Lucia Annunziata, nella quale è parsa evidente l’elefantiaca difficoltà di reggere un confronto dialettico da parte di chi, nella duplice veste di responsabile di un importante settore di Confindustria ed al contempo dirigente di una azienda che per scelta di comodo decide di ‘non entrare’ nella stessa per poter imporre senza alcun vincolo di legittimità i propri diktat autoritari, si trova a parlare di corda in casa dell’impiccato. Di statura ben più elevata il solido contributo del (finora) ottimo Landini che, con puntuale incisività, ha sollecitato delle risposte che, come prevedibile, non sono giunte se non in una forma vaga, nebulosa, pretestuosa.

Se Sparta piange, Atene non ride: nel vicino parallelo scoppia una rivolta del pane che rimanda alla mente i moti di manzoniana memoria. Effetto della crisi planetaria, si dirà. Certamente è la crisi planetaria a stravolgere i mercati, a creare un abominevole incremento dei prezzi dei generi di prima necessità, a sconvolgere le economie.

Infine, in serata, ospite di Fabio Fazio, Nichi Vendola attacca quello che egli definisce Berlusconismo, come il fenomeno politico responsabile di una involuzione storica che ha portato l’Italia ai livelli sociali dell’Ottocento, quando il 10% della popolazione deteneva nelle proprie mani il 50% delle ricchezze. Almeno da questo punto di vista il Cavaliere può vantare un primato che nei fatti nessuno può contestargli: un copyright del quale onestamente c’è poco da essere fieri. E’ vero che nell’Ottocento si realizzava la contrapposizione politica fra due schieramenti antiteci. Ma allora essi venivano definiti con termini impersonali. Si parlava genericamente di Capitalismo e Socialismo. Oggi no. Oggi si parla solo di Berlusconismo ed Antiberlusconismo. Proprio perché in Italia l’Ottimo è l’unico Grande Fratello che, imperando sulle coscienze allo stesso modo del fantomatico personaggio partorito dalla fantasia di Orwell, tutto ha ascritto a sè, nel bene o nel male. Non esiste più una Ragione o una Questione Sociale. Esiste solo un indirizzo ‘berlusconiano’ per alcuni, ‘berlusconista’ per altri e in diretta opposizione una visione che ‘berlusconiana’ o ‘berlusconista’ non è. Questo personalismo della politica, oltre che deleterio, risulta anche miope. Si obietterà che esso non è una novità nella Storia della nostra amata Patria. E’ esistito il Fascismo. Certo. E’ esistito appunto il Fascismo, ma non il Mussolinismo. Sembra una differenza marginale, ma non lo è. Nemmeno Mussolini ebbe tale e tanta tracotanza. Il potere del denaro e la mano libera che per il momento gli hanno lasciato gli altri suoi ‘compari’ procura al Nostro quel delirio d’onnipotenza che lo induce ad identificarsi con una corrente di pensiero che gli preesiste e che molto probabilmente, lui passato a miglior vita (perché siamo depositari di una Verità Esplosiva: B. non è immortale!) troverà un altro manichino da indossare.

Se l’inerte Sinistra Italiana avesse un minimo di lungimiranza politica, si renderebbe conto che il cancro della politica italiana transitoriamente si chiama Berlusconi, ma che domani potrebbe chiamarsi Montezemolo, Marchionne, Agnelli/Elkann, Tronchetti Provera e via di seguito. Codesti Signori, infatti, non contrastano in alcun modo l’operato del Nostro, se non per colpirne gli interessi economici a fini di lucro. E se Montezemolo annuncia una personale ‘discesa in campo’ non c’è da aspettarsi che lo faccia per ‘salvare la Patria’, quanto per curare i propri interessi, nè più nè meno che il forse più facoltoso concorrente. Il quale infatti auspica l’instaurazione di una vera e propria ‘monarchia’, preparando la strada alla successione, sia ai fini di una personale serenità conseguente all’impunità giudiziaria, sia, quel che forse più conta, ai fini di una tutela finanziaria del proprio impero economico.

E questo la Sinistra pare che finga di non capirlo. Parlo di finzione perché non voglio offendere le intelligenze di quello schieramento. Ma è chiaro che, in assenza di un’autentica proposta in merito di politica sociale, come dimostrano i risultati di un recente sondaggio, proprio quei segmenti della società che più risultano danneggiati dalle politiche liberiste del regime berlusconiano, si mostrano propensi a concedergli la propria fiducia elettorale. Se da un lato, come ha lucidamente dimostrato Saviano, questo accade per effetto della contaminazione mafiosa che impone il voto di scambio proprio laddove v’è maggiore carenza di attenzione per le istanze sociali, dall’altro è possibile che, come l’operaio di Mirafiori si trova costretto a pronunciare un sì estorto con truffaldina tracotanza in una consultazione referendaria la cui istituzione sarebbe da definire comica se non fosse tragica, l’operaio e lo studente, come il piccolo artigiano, temano che una opposizione netta al potere dominante possa ulteriormente pregiudicare le loro già misere condizioni di vita.

Tutto questo accade proprio perché lo Stato ha cessato di esistere. E non solo perché la banda Bassotti di Bossi & Company (con le ovvie scuse per quelli che al confronto sono i nobili personaggi disneyani) ha deciso che vuole dare il colpo d’ala e porre finalmente in atto le minacce che sono parte integrante del suo statuto: indipendenza della Padania, con conseguente scioglimento dello Stato Unitario. Lo Stato ha cessato di esistere nel momento in cui chi lo rappresenta, che non sono solo le autorità governative, ma anche i leader dell’opposizione, si è arreso al trionfo del Capitale, diventando egli stesso Capitalista in pectore, se non addirittura in piccolo. Altrimenti non si spiegherebbe come mai l’odioso d’Alema si permetta di tacciare di cieca intransigenza la difesa di un diritto sacrosanto, come è quello della dignità del lavoro e della tutela dei diritti dei lavoratori, rivendicato dalla Fiom. A giustificare questa suicida determinazione essi adducono come esempio il modello americano, cioè proprio il modello che ha trascinato l’economia e dunque di riflesso la società, in questa immane crisi planetaria. E questa contraddizione in termini è stata molto lucidamente sollevata da Landini.

Qual è allora il vulnus del sistema? Il punto debole è rappresentato dalla resa della Sinistra. Ricordo di aver letto, molti anni fa, su suggerimento di mio padre, un libro dal titolo profetico: Il Comunismo sconfitto dalla Coca-Cola. Sembra una boutade, ma non lo è. La tesi di fondo sostenuta da quel saggio era che la povertà delle risposte sociali teorizzate dal Comunismo si sarebbe dissolta di fronte alla pragmaticità delle proposte capitalistiche. Il Comunismo prometteva una redenzione fumosa e nei fatti lontana dalla sfera di interessi del singolo, il Capitalismo dava una risposta immediata ai suoi più fondamentali bisogni. Il Paradiso in terra promesso dalla propaganda del Soviet si rivelava una conquista poco allettante se commisurata al momentaneo sollazzo garantito da una bella lattina di Coca-Cola. Ma perché avveniva tutto questo? Non certo perché il popolo sovietico (comunque un grande popolo, come tutti i popoli europei) improvvisamente si fosse mutato in un coacervo di plebaglia molle ed inetta, quanto perché proprio l’annientamento dell’identità del singolo, in funzione della prevalenza di una fantomatica quanto lontana ‘collettività’, produceva come logica conseguenza uno scollamento fra la dimensione sociale e la dimensione privata. Proprio quella dimensione privata di cui si intendeva cancellare con la forza il contributo, ritenendola responsabile del malessere della società, in realtà veniva ad imporre tutta la propria ineluttabile consistenza, colmando con l’effimero le lacune prodotte da una cura peggiore del male. Fino al giorno d’oggi in cui si assiste al paradosso lucidamente denunciato da Beppe Grillo:” i più grandi capitalisti del mondo sono diventati gli ultimi comunisti, i Cinesi”. Ciò a conferma del fatto che, Capitalismo e Comunismo sono in realtà due facce della stessa medaglia: entrambe impongono dittatorialmente (l’uno con un subdolo metodo ipocritamente ‘democratico’ a la Marchionne ma che democratico non è, l’altro con più rispettabile metodo apertamente coercitivo) una supremazia dell’Interesse Economico sulla Dignità dell’Uomo. Come l’economia Orientale si basa sull’annientamento dei diritti dei lavoratori che ha come obiettivo l’abbattimento dei costi di manodopera e dunque di produzione, anche l’economia Occidentale inizia a voler imporre un tale corso, vagheggiando un aumento esponenziale degli utili. E infatti, come ha denunciato Vendola, mentre negli anni Cinquanta uno sprovveduto Valletta guadagnava venti volte la paga di un suo operaio, l’astuto Marchionne oggi porta a casa un compenso che vale quattrocentocinquanta volte tanto. Qual è la differenza? Negli anni Cinquanta, seppur fiaccato dalle lotte intestine fra varie posizioni politiche, esisteva ancora uno Stato: Valletta, che non era certo più sprovveduto di Marchionne nè più ‘pio’, non avrebbe potuto cancellare i diritti sociali con un semplice colpo di spugna, perché questo avrebbe avuto delle pesanti ricadute politiche che gli avrebbero causato una serie di rogne. Oggi invece, Berlusconi imperante, non vi è alcun argine alle brame del Capitale. Coloro che avrebbero dovuto vigilare sulla corretta assunzione di responsabilità da parte dello Stato sono troppo impegnati a fare i lacché o a difendere le proprie misere prebende.

Ancora una volta si tratta di un problema morale. Direi di più: si tratta di un problema filosofico. E’ significativo che un governo che nei confronti del cittadino si dimostra sicuramente inerte -perché troppo impegnato a risolvere i problemi giudiziari del suo premier ed attuare le esecrabili smanie secessioniste della sua componente di maggior peso- metta in atto, quale unico serio provvedimento, una Riforma dell’Istruzione che distrugge qualunque già sparuta possibilità di una seria educazione delle giovani generazioni. Questo non solo in quanto negargli l’istruzione significa negare al cittadino la possibilità di autodeterminazione, ma anche e soprattutto in quanto in ciò consiste il fine ultimo del suo carattere dittatoriale: stroncare la Cultura, che è la forma in cui si attua la vita dello spirito, significa negare all’individuo la libertà e, dunque, la vita stessa.

Il Capitalismo impone la divisa della Coca-Cola: ed infatti tutto il mondo beve Coca-Cola. Eppure ogni tanto qualche mente illuminata solleva l’obiezione che la Coca-Cola scioglie la ruggine e dunque forse il suo consumo non è per la mucosa gastrica così salutare. Interviene perciò il messaggio pubblicitario che manipola le coscienze ed induce a ritenere irrilevante la suddetta obiezione. Ma in quale misura la manipolazione si rivela pienamente efficace? Nella misura in cui l’intelletto che ne è oggetto si lascia da questa plasmare, cioè nella misura in cui è privo degli anticorpi necessari a combatterla. E come può acquisire tali anticorpi? Con la Cultura. Allora è la Cultura che il Capitalista deve osteggiare. Così, largo allo stereotipo del Grande (Bord/Frat)ello, largo ai realyties, largo al mito di veline, tronisti, letterine e quant’altro possa proporsi come luccicante spazzatura mediatica, ma largo anche alle lauree a punti (come i bollini del Dash) ai concorsi truccati, ad un sistema scolastico in cui l’imperativo è spendere meno insegnare nulla, agli istituti superiori trasformati in diplomifici, alle università trasformate in società per azioni in cui gli azionisti hanno potere decisionale sulla didattica, al riconoscimento di una dignità giuridica ai titoli di studio rilasciati da società private. Tutto purché si boicotti l’unica vera possibilità di riscatto del cittadino altrimenti inerme, tutto purché gli si neghi la vita dello spirito, che si attualizza nel momento in cui egli fa Cultura, nel senso che la vive per sè e soprattutto in sè.

Sono rimasta colpita dalla tesi che in merito a tale questione Giovanni Gentile andava illustrando nel suo bellissimo saggio La Riforma dell’Educazione, raccolta di una serie di Lezioni di Filosofia dell’Educazione, rivolte ai maestri di Trieste, nel lontano 1919. In sostanza Gentile teorizzava la necessità di riconoscere all’educando il diritto ad una libertà nei  confronti del complesso degli insegnamenti di cui è promosso destinatario che è condizione imprenscindibile perché si realizzi la vita stessa del suo spirito particolare, che egli vedeva come una delle possibili determinazioni di quello Spirito Universale soggetto-oggetto della Filosofia Idealista. In molti passaggi ho visto un richiamo alla concezione pirandelliana del teatro che diventa tale solo nel momento in cui si ‘attualizza’. Come i Sei Personaggi si mostrano all’esterrefatto capocomico permeati dalla smania di ‘vivere’ la propria vicenda che è già scritta da sè ma che essi non possono dire veramente reale (mi si passi la ridondanza) se non prendendo a prestito le movenze degli attori, così lo Spirito non possiede la Cultura, ma fa Cultura nel momento in cui la vive. E, vivendola, manifesta la propria libertà. Ne segue che, negando allo spirito la Cultura, gli si nega la libertà e, dunque, la vita.

Queste considerazioni di carattere filosofico quale ricaduta possono avere sull’immediato, immanente panorama delle istanze sociali? Hanno delle ricadute importantissime. Non a caso è a Landini che i giovani ricercatori (appunto le vere vittime di una Riforma che sostiene di voler combattere le baronìe, le quali invece ne escono ulteriormente fortificate) e gli studenti si rivolgono per fare ‘fronte comune’ contro l’arroganza di un nemico dall’apparente invulnerabilità. Ciò a dimostrazione della lucida precisione chirurgica con cui la dittatura capitalista sa selezionare i propri obiettivi. La Cultura (in tutte le sue forme) e le Forze Sociali. Perché negare al lavoratore i suoi diritti, equipararlo ad un elemento materiale del processo produttivo è negare al Lavoro dell’Uomo la sua dignità e, dunque, negargli la libertà, ovvero la vita stessa.

Di fronte a questo proditorio attacco credo bisognerebbe riconsiderare la risposta Idealista: porre l’uomo al centro dell’universo, e non il Capitale. Se il Comunismo ha fallito nel dare delle risposte ad una critica sostanzialmente azzeccata al Capitalismo è stato perché si è ancorato ad una visione materialista che ha cancellato la più alta dignità delle pulsioni umane. Mio padre dice sempre che l’uomo, privato della illusione di progredire, si arrende all’inattività. Credo che su questo abbia pienamente ragione. L’uomo deve tornare al centro. Al centro delle politiche sociali, al centro delle politiche scolastiche, al centro delle politiche economiche. Tutto si deve fare in funzione dell’uomo, non mercè l’uomo. Ma soprattutto, l’azione politica deve essere rivolta all’Uomo e non all’interesse di pochi uomini. Allora perché non riscoprire le tesi dell’Umanesimo del Lavoro? Rimango sbalordita quando sento Vendola chiedere a Marchionne se intende rendere partecipi gli operai della Fiat dei colossali utili che gli provengono dalla sua gestione amministrativa. Rimango impressionata perché ricordo da bambina di averne sentito parlare per ore da mio padre in seno a dibattiti quasi ‘carbonari’, in cui si illustravano le proposte del Fascismo in materia di politica sociale. La compartecipazione degli operai agli utili dell’impresa: se mio padre non si ingannava era una istanza promossa per la prima volta dal Fascismo. Non mi sembrava allora una proposta scandalosa, nè tantomeno mi pare oggi che lo sia. Eppure, ironia della sorte, viene riscoperta da Vendola, mentre gli eredi di coloro che per anni hanno cercato di attualizzare fra le altre anche questa istanza, se ne lasciano sfuggire di mano la primogenitura. Questo in quanto proprio loro sono autenticamente fascisti nel senso deleterio del termine. Del fascismo (con la f minuscola) hanno ereditato i leggendari mezzi coercitivi e squadristi coi quali i loro compari della Lega pretendono di calpestare il sangue versato per l’Unità della Patria ed annientare la dignità dello Straniero, ma ne hanno colpevolmente cancellato qualunque elemento potesse possedere una valenza positiva. Sono lieta di constatare che invece le eredità concretamente positive vengono raccolte anche da parti insospettabili. Ciò a dimostrazione che non è vana la mia fede nella Provvidenza Divina.

Se Vendola bacchetta Marchionne e gli suggerisce di rendere gli operai partecipi degli utili dell’impresa, se Landini sollecita il rispetto di un Contratto Collettivo Nazionale, anzi chiede legittimamente e doverosamente a gran voce che non sia concessa alle imprese la possibilità di firmare contratti di altra tipologia, se gli studenti chiedono una maggiore tutela del diritto allo studio, se i ricercatori chiedono un sano inserimento nel mondo del lavoro, se in Tunisia il popolo si solleva chiedendo una giusta calmierazione dei prezzi del pane, tutto questo vuol dire solo una cosa: che urge una nuova idea di Stato. Uno Stato che non si appiattisca sulle posizioni dei pochi soliti noti, ma che tuteli l’Uomo nella sua superiore dignità umana. Anche perché un mondo ove le masse siano ridotte alla fame non conviene nemmeno al Capitalista più sfrenato. Limitando il potere d’acquisto delle masse Egli si nega significative possibilità di guadagno concreto ed è costretto a rifugiarsi nella speculazione, che però è sempre un’arma a doppio taglio.

Risulta allora evidente come uno Stato forte, solido, solidamente determinato da (poche) leggi chiare, con inflessibili poteri di controllo dell’operato dei suoi organi opportunamente correlati, in cui operi una magistratura libera e sovrana, seppure soggetta a meccanismi di controllo ma non di subordinazione, è l’unica via d’uscita proponibile per risollevare le sorti delle Nazioni sia in campo politico che in campo economico e, soprattutto, in campo sociale.

Perché non dobbiamo dimenticare l’esempio del più grande dittatore di tutti i tempi: Pericle Ateniese, che pagava i suoi concittadini perché questi assistessero alle rappresentazioni delle tragedie. Noi ad Atene, facciamo così. Speriamo che presto ogni uomo possa dire: Noi, nella mia Nazione, facciamo così!

7 Gennaio 2011

Ugo Foscolo

simbolo dell'Unità

Come alcuni di voi miei pochissimi lettori avrete ormai subodorato, io sono una donna d’altri tempi. Diciamo che mi sento lo spirito dell’eroina ottocentesca trapiantato in una piatta quanto a volte squallida realtà materiale post-decadente. Questa premessa può forse giustificare il mio presente stato d’animo di fronte alle polemiche che – come era prevedibile accadesse – accompagnano quello che dovrebbe essere un momento di profonda partecipazione civica e, non ho vergogna di dire patriottica, che dovrebbe coinvolgere tutti i figli del bello Italico suolo ove il sì suona: l’inizio delle celebrazioni dei Centocinquanta anni dalla nascita del nostro Stato Unitario.

Nel mio cuore io mi sento profondamente emozionata per questo evento: sono Italiana, grazie a Dio, e me ne vanto! Sì, sono Italiana! e per me esserlo non significa essere accomunata a Totò Riina, Tommaso Buscetta, Nitto Santapaola o essere stereotipata come uno dei potenziali elettori di Berlusconi. Per me essere Italiana significa avere l’orgogliosa consapevolezza che nelle mie vene scorre quello stesso sangue che ha fatto grande la mia Nazione nelle Lettere, nelle Arti, nelle Scienze e nella Filosofia. Significa poter condividere in Santa Croce quegli stessi sentimenti di affinità e ‘parentela’ spirituale che ispirarono a Foscolo la stesura dei Sepolcri: contemplando le tombe di Galileo, Alfieri, Michelangelo, poter orgogliosamente vantare un comune sentimento di appartenenza che restituisce un senso ad una identità nazionale troppo spesso calpestata, se non vilipesa.

E’ questo il motivo per il quale non riesco a tollerare, da cittadina ORGOGLIOSAMENTE ITALIANA quale sono e sempre sarò, l’impudenza con la quale individui che fortunosamente hanno guadagnato la ribalta delle rappresentanze istituzionali osano lanciare un vero e proprio ricatto ai vertici delle Istituzioni, alla Nazione tutta e, in ultima analisi, alla Storia: o si fa il federalismo oppure boicottiamo i festeggiamenti. Intanto faccio rilevare che in nessuna Nazione Europea esiste un partito politico che abbia una tale tracotanza. La civilissima e (guardacaso) ricchissima Germania ha anzi lottato aspramente per una riunificazione della quale ha recentemente celebrato con grande orgoglio e dispendio di mezzi (nonostante la crisi economica!) il fortunato ventennale. Noi Italiani invece, piuttosto che benedire la Provvidenza Divina la quale ci ha fatto figli di un Paese dove dall’età della pietra in poi è stato un fiorire di gemme culturali, ci impelaghiamo in pretestuosi dibattiti politici, prestando il fianco a ricatti di gentaglia che ripudia le proprie ascendenze, salvo usufruire con delittuosa disinvoltura di tutti quei privilegi di casta annessi al malcostume che sulla carta si propone di osteggiare.

Ora mi si passi la citazione scalfariana della quale non vado per nulla orgogliosa: IO NON CI STO! E non mi si venga a dire che il Risorgimento è stato un periodo ambiguo che va ‘contestualizzato’ come le barzellette di Berlusconi. In questa posizione riconosco uno stratagemma di certa Sinistra chic per strizzare l’occhiolino ai numeri della Lega salvando al contempo il proprio atavico scetticismo nei confronti del sentimento patriottico. Io mi chiedo: cosa c’è di male nell’essere orgogliosi delle proprie radici? Cosa c’è di male nel celebrare l’eroismo dei propri fratelli, vivi e vegeti o passati a miglior vita che siano? Chi di noi abbia mai avuto un suo compaesano o concittadino che si sia distinto in una disciplina sportiva non ha sentito l’orgoglio della comune appartenenza campanilistica? E perché quello stesso che esulta essendo conterraneo di Roberto Baggio o Francesco Totti dovrebbe vergognarsi di manifestare il proprio orgoglio di appartenere ad una Nazione che ha sempre prodotto talenti anche più grandi in tutti i campi, dello Scibile come dell’Azione?

Mi dispiace, cari signori, ma finché esisterà qualcuno capace di far mente locale e riconoscere il Valore dei Grandi, a nulla serviranno i vostri squallidi ricatti. E’ questo che bisogna celebrare: la grandezza dei Padri, perché sia d’esempio ai Figli. E questa non è retorica: è semplicemente il senso più vero ed autentico di un sentimento di appartenenza nazionale che troppo a lungo ci siamo negati, attirandoci per questo lo scherno di tutto il mondo. Perché non facciamo una piega se l’Americano scatta sull’attenti al suo tutto sommato povero ‘America!’ e ci vergognamo di cantare a squarciagola un inno che è stato composto sul letto di morte da un giovanissimo eroe che moriva per una Causa Ideale? Semplice: chi si vergogna è quello stesso che oggi fa un uso rapace delle opportunità economiche che anche da quel sacrificio di sangue sono scaturite. Da sciacallo quale egli è, non può certo comprenderne la sacralità e deve anzi combatterla, per mascherare l’enormità del proprio marciume morale. Cosa predica quell’inno? La fratellanza non solo di sangue, ma di comuni ascendenze storiche: una fratellanza che si unisce per portare il frutto di una unione intesa non solo come sterile e vuota retorica, ma come fonte di nuove opportunità e prospettive economiche e sociali. E noi abbiamo vergogna di tutto questo? Ma dovremmo vergognarci di avere vergogna!

Così, quando Napolitano ribadisce che i festeggiamenti vanno rispettati da tutte le forze politiche, soprattutto da quelle che ricoprono delicati incarichi di governo, non fa altro che il suo dovere e per quel che mi riguarda lo fa anche con un ben modesto impegno. Certo, maggiore incisività non gli è consentita dalla Ragion di Stato. Io, dal basso della mia umile condizione di Cittadina, mi si consenta la dannunziana sanguignità, posso concedermi il lusso di levare alta la mia voce ed urlare tutto il mio disprezzo ed il mio sdegno nei confronti di una formazione politica che predica l’odio nei confronti del sentimento nazionale, che incita al vilipendio della Bandiera, che esercita l’intolleranza nei confronti dello straniero e del meridionale, salvo poi fare affari con i vituperati nemici ogni qual volta intravveda un utile tornaconto. Come si spiegherebbe altrimenti la notizia, circolata in rete, della cessione di una frequenza a Radio Padania nel meridionalissimo Salento? Sarà forse perché guardacaso negli stessi giorni in Salento nasce un movimento non troppo velatamente indipendentista che ufficialmente auspica la creazione di una nuova Regione?

Ma queste sono solo miserie e non sono degne della benché minima considerazione in un giorno come questo. In questo giorno preferisco ricordare al Presidente Napolitano e a tutti i miei connazionali il mio orgoglio di essere Italiana perchè

“A egregie cose il forte animo accendono

l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella

e santa fanno al peregrin la terra

che le ricetta.”

GvsG: ovvero dalle Stelle alle stalle

Da qualche giorno mi sto dedicando ad una piacevolissima lettura: “La Riforma dell’educazione” di tal Giovanni Gentile che un governo autenticamente fascista, che più fascista non si può, quello di Benito Mussolini, aveva avuto la (pregevole) lungimiranza politica di arruolare nelle vesti di Ministro dell’Educazione Nazionale (definizione che personalmente ritengo più completa rispetto alla semplicistica odierna (D)ISTRUZIONE PUBBLICA). Certo al nostro mancavano tutti i notevolissimi pregi che fanno dell’attuale titolare del Dicastero, Mrs. Maria Star, un faro della politica italiana (italiana ancora per quanto?) presente e futura, degno di raccogliere l’eredità di cotanto papy, pardon!, patron, che con finissimo intuito e altrettanto fine sagacia ne ha riconosciuto le inesauribili risorse politiche, la specchiata integrità umana, l’impagabile coerenza morale, l’impareggiabile professionalità, le smisurate conoscenze, le acclarate competenze e in ultimo le inestimabili capacità professionali. Ma tant’è… Come diceva il buon don Lisander, “Così va spesso il mondo… Per meglio dire, così andava nel secolo Decimo Settimo.” Ogni epoca ha la sua giusta dose di fortuna e di sventura: negli anni Venti i nostri nonni ebbero la disgrazia di sorbirsi un feroce reazionario che aveva l’impudenza di asserire che “l’educazione si propone di sviluppare nell’uomo la libertà, poiché educare è far l’uomo; e l’uomo è degno del suo nome quando… tutto quello che fa, dice e pensa si possa dire veramente che sia egli a farlo, dirlo e pensarlo”. Oggi noi abbiamo la fortuna di vantare un’illuminata gestione della Pubblica Istruzione da parte di Nostra Signora dei Miracoli (nell’acquisizione delle abilitazioni) che, bontà sua, un giorno sì e l’altro pure non fa che pontificare sulla necessità di uno ‘svecchiamento’ del vetusto italico sistema scolastico ed universitario, in favore di una sua più snella gestione. A parte le triviali ed ormai ritrite obiezioni in merito alla sua idea di ‘snellezza’ (eliminandone gli utenti alla radice è quanto meno scontato che il sistema pubblico si snellisca) osservo l’ironia del paradosso: un governo fascista affidava l’educazione delle giovani generazioni nelle mani di un filosofo che aveva il coraggio di teorizzare la libertà come condizione discriminante essenziale per l’efficacia dell’azione educativa. Un governo che si definisce ‘democratico’, assolda una mezza calzetta (sono stata irriguardosa? non me ne voglia il Magnifico Ministro, anzi abbia la compiacenza di perdonarmi: è l’invidia a parlare, visto che son pochi gli anni e i titoli di studio che ci separano… chissà come mai, sia gli uni che gli altri pesano più sulle mie spalle, ma aprono le sue porte) per imporre con metodi (questi sì) fascisti la cancellazione definitiva di qualunque possibilità di crescita culturale per i futuri cittadini del Bel Paese. Il tutto in nome di un millantato interesse per la competitività professionale del sistema scolastico, oggi inquinato da impostazioni nozionistiche che poco hanno a cuore la ‘spendibilità’ della formazione nel mercato del lavoro. Ora: a parte il fatto che fu Gentile a dare una sistemazione veramente competitiva al nostro sistema scolastico, introducendo la Scuola Materna ed il Liceo Scientifico, mentre già prima di lui esso prevedeva una copiosa attenzione alla formazione tecnica, successivamente ribadita nel dopoguerra con l’introduzione di Istituti Tecnici di vario profilo professionale, non si capisce come una Riforma che mira al suicidio della Scuola Pubblica possa farsi garante di quella attenzione per la formazione delle figure destinate un domani a popolare il mercato del lavoro, che il Signor Ministro va invece sbandierando a destra e a manca. Gentile si limitava a teorizzare il rispetto della libertà dell’educando, pur nell’esigenza educativa di un modello di riferimento opportunamente ‘rigido’, conflitto che egli non esitava a definire come “l’antinomia fondamentale dell’educazione”; la nostra (purtroppo ancora) immarcescibile Gelmini, vera pioniera nel campo, si spinge a mettere in atto la sua personale idea di libertà in materia di educazione: libertà di pascere l’educando nella sua ignoranza. Così, se il pessimo fascista introduce il Latino nel Liceo Scientifico e concede da questo l’accesso alle facoltà non umanistiche, in modo tale che possa aspirare ad una dignitosa collocazione professionale anche chi non gode di una tradizione familiare di particolare solidità culturale, nè di mezzi economici considerevoli, l’ottima ‘democratica’ (chiedo venia, ma non riesco proprio a non omettere le virgolette!) cancella questo inutile vecchiume e così esso Liceo, liberato da cotanto inutile ciarpame, viene ad essere artatamente inglobato nell’indistinto universo degli Istituti di Istruzione Professionale. Morale della favola: in luogo di una superflua differenziazione fra Istituto Professionale e Liceo Scientifico, la Riforma della Nostra ammette solo un cosiddetto ‘Liceo Professionale’. Un ibrido dove si dovrebbe studiare di più rispetto ad un vecchio Istituto Professionale per compiacere chi lo ha scelto credendo di iscriversi ad un tradizionale Liceo Scientifico, e dove in effetti si studia molto meno di quanto non si facesse quando era necessario sprecare tempo prezioso a mandare a mente la consecutio dello scandaloso Latinorum. Sorge il sospetto che questa patacca Mrs. Maria Star l’abbia confezionata ad arte per prendersi la rivincita nei confronti di una disciplina nella quale sicuramente non deve aver brillato lei che, per passare l’esame di abilitazione all’esercizio della professione legale (dove notoriamente si richiede almeno una minima conoscenza dell’odiata lingua dei padri) s’è vista costretta ad un passaggio del Rubicone di ben più ingente portata rispetto a quello di cesariana memoria. E non importa che ciò comporti una progressiva snaturazione di tanti altri insegnamenti collaterali ed affini. Tanto, come direbbero gli odiati latini, cui prodest? Se l’obiettivo è quello di formare non Uomini, ma macchine componenti di un’anonima catena di montaggio che un domani possano agevolmente essere manipolate dal Marchionne della situazione, allora si impone ineludibilmente la necessità di evitare con scientifica precisione qualunque loro possibile contaminazione. Noi che per nostra sventura abbiamo avuto l’opportunità di crescere in un’epoca storica in cui la scuola (anche se spesso involontariamente) riusciva a sfornare ancora qualche Uomo, abbiamo avuto modo di leggere e meditare 1984 di George Orwell (riconosco di averlo fatto di recente, ma rimprovero a me stessa con risoluta fermezza il colpevole ritardo) ed abbiamo imparato che la manipolazione dell’Istruzione, dell’Informazione, persino della Lingua e del Pensiero è lo strumento di cui si servono le effettive dittature per l’asservimento del popolo. E Mrs. Maria Star (o meglio chi ne manovra le braccia da marionetta) questa lezione sembra averla imparata più che bene.