Urge nuova (o antica) idea di Stato

La giornata di oggi è stata densa di spunti di riflessione politica, sociale, filosofica ed in ultima analisi umana. La prima sollecitazione è giunta dall’intervento congiunto di Landini e Bombassei nel corso della trasmissione “In mezz’ora” di Lucia Annunziata, nella quale è parsa evidente l’elefantiaca difficoltà di reggere un confronto dialettico da parte di chi, nella duplice veste di responsabile di un importante settore di Confindustria ed al contempo dirigente di una azienda che per scelta di comodo decide di ‘non entrare’ nella stessa per poter imporre senza alcun vincolo di legittimità i propri diktat autoritari, si trova a parlare di corda in casa dell’impiccato. Di statura ben più elevata il solido contributo del (finora) ottimo Landini che, con puntuale incisività, ha sollecitato delle risposte che, come prevedibile, non sono giunte se non in una forma vaga, nebulosa, pretestuosa.

Se Sparta piange, Atene non ride: nel vicino parallelo scoppia una rivolta del pane che rimanda alla mente i moti di manzoniana memoria. Effetto della crisi planetaria, si dirà. Certamente è la crisi planetaria a stravolgere i mercati, a creare un abominevole incremento dei prezzi dei generi di prima necessità, a sconvolgere le economie.

Infine, in serata, ospite di Fabio Fazio, Nichi Vendola attacca quello che egli definisce Berlusconismo, come il fenomeno politico responsabile di una involuzione storica che ha portato l’Italia ai livelli sociali dell’Ottocento, quando il 10% della popolazione deteneva nelle proprie mani il 50% delle ricchezze. Almeno da questo punto di vista il Cavaliere può vantare un primato che nei fatti nessuno può contestargli: un copyright del quale onestamente c’è poco da essere fieri. E’ vero che nell’Ottocento si realizzava la contrapposizione politica fra due schieramenti antiteci. Ma allora essi venivano definiti con termini impersonali. Si parlava genericamente di Capitalismo e Socialismo. Oggi no. Oggi si parla solo di Berlusconismo ed Antiberlusconismo. Proprio perché in Italia l’Ottimo è l’unico Grande Fratello che, imperando sulle coscienze allo stesso modo del fantomatico personaggio partorito dalla fantasia di Orwell, tutto ha ascritto a sè, nel bene o nel male. Non esiste più una Ragione o una Questione Sociale. Esiste solo un indirizzo ‘berlusconiano’ per alcuni, ‘berlusconista’ per altri e in diretta opposizione una visione che ‘berlusconiana’ o ‘berlusconista’ non è. Questo personalismo della politica, oltre che deleterio, risulta anche miope. Si obietterà che esso non è una novità nella Storia della nostra amata Patria. E’ esistito il Fascismo. Certo. E’ esistito appunto il Fascismo, ma non il Mussolinismo. Sembra una differenza marginale, ma non lo è. Nemmeno Mussolini ebbe tale e tanta tracotanza. Il potere del denaro e la mano libera che per il momento gli hanno lasciato gli altri suoi ‘compari’ procura al Nostro quel delirio d’onnipotenza che lo induce ad identificarsi con una corrente di pensiero che gli preesiste e che molto probabilmente, lui passato a miglior vita (perché siamo depositari di una Verità Esplosiva: B. non è immortale!) troverà un altro manichino da indossare.

Se l’inerte Sinistra Italiana avesse un minimo di lungimiranza politica, si renderebbe conto che il cancro della politica italiana transitoriamente si chiama Berlusconi, ma che domani potrebbe chiamarsi Montezemolo, Marchionne, Agnelli/Elkann, Tronchetti Provera e via di seguito. Codesti Signori, infatti, non contrastano in alcun modo l’operato del Nostro, se non per colpirne gli interessi economici a fini di lucro. E se Montezemolo annuncia una personale ‘discesa in campo’ non c’è da aspettarsi che lo faccia per ‘salvare la Patria’, quanto per curare i propri interessi, nè più nè meno che il forse più facoltoso concorrente. Il quale infatti auspica l’instaurazione di una vera e propria ‘monarchia’, preparando la strada alla successione, sia ai fini di una personale serenità conseguente all’impunità giudiziaria, sia, quel che forse più conta, ai fini di una tutela finanziaria del proprio impero economico.

E questo la Sinistra pare che finga di non capirlo. Parlo di finzione perché non voglio offendere le intelligenze di quello schieramento. Ma è chiaro che, in assenza di un’autentica proposta in merito di politica sociale, come dimostrano i risultati di un recente sondaggio, proprio quei segmenti della società che più risultano danneggiati dalle politiche liberiste del regime berlusconiano, si mostrano propensi a concedergli la propria fiducia elettorale. Se da un lato, come ha lucidamente dimostrato Saviano, questo accade per effetto della contaminazione mafiosa che impone il voto di scambio proprio laddove v’è maggiore carenza di attenzione per le istanze sociali, dall’altro è possibile che, come l’operaio di Mirafiori si trova costretto a pronunciare un sì estorto con truffaldina tracotanza in una consultazione referendaria la cui istituzione sarebbe da definire comica se non fosse tragica, l’operaio e lo studente, come il piccolo artigiano, temano che una opposizione netta al potere dominante possa ulteriormente pregiudicare le loro già misere condizioni di vita.

Tutto questo accade proprio perché lo Stato ha cessato di esistere. E non solo perché la banda Bassotti di Bossi & Company (con le ovvie scuse per quelli che al confronto sono i nobili personaggi disneyani) ha deciso che vuole dare il colpo d’ala e porre finalmente in atto le minacce che sono parte integrante del suo statuto: indipendenza della Padania, con conseguente scioglimento dello Stato Unitario. Lo Stato ha cessato di esistere nel momento in cui chi lo rappresenta, che non sono solo le autorità governative, ma anche i leader dell’opposizione, si è arreso al trionfo del Capitale, diventando egli stesso Capitalista in pectore, se non addirittura in piccolo. Altrimenti non si spiegherebbe come mai l’odioso d’Alema si permetta di tacciare di cieca intransigenza la difesa di un diritto sacrosanto, come è quello della dignità del lavoro e della tutela dei diritti dei lavoratori, rivendicato dalla Fiom. A giustificare questa suicida determinazione essi adducono come esempio il modello americano, cioè proprio il modello che ha trascinato l’economia e dunque di riflesso la società, in questa immane crisi planetaria. E questa contraddizione in termini è stata molto lucidamente sollevata da Landini.

Qual è allora il vulnus del sistema? Il punto debole è rappresentato dalla resa della Sinistra. Ricordo di aver letto, molti anni fa, su suggerimento di mio padre, un libro dal titolo profetico: Il Comunismo sconfitto dalla Coca-Cola. Sembra una boutade, ma non lo è. La tesi di fondo sostenuta da quel saggio era che la povertà delle risposte sociali teorizzate dal Comunismo si sarebbe dissolta di fronte alla pragmaticità delle proposte capitalistiche. Il Comunismo prometteva una redenzione fumosa e nei fatti lontana dalla sfera di interessi del singolo, il Capitalismo dava una risposta immediata ai suoi più fondamentali bisogni. Il Paradiso in terra promesso dalla propaganda del Soviet si rivelava una conquista poco allettante se commisurata al momentaneo sollazzo garantito da una bella lattina di Coca-Cola. Ma perché avveniva tutto questo? Non certo perché il popolo sovietico (comunque un grande popolo, come tutti i popoli europei) improvvisamente si fosse mutato in un coacervo di plebaglia molle ed inetta, quanto perché proprio l’annientamento dell’identità del singolo, in funzione della prevalenza di una fantomatica quanto lontana ‘collettività’, produceva come logica conseguenza uno scollamento fra la dimensione sociale e la dimensione privata. Proprio quella dimensione privata di cui si intendeva cancellare con la forza il contributo, ritenendola responsabile del malessere della società, in realtà veniva ad imporre tutta la propria ineluttabile consistenza, colmando con l’effimero le lacune prodotte da una cura peggiore del male. Fino al giorno d’oggi in cui si assiste al paradosso lucidamente denunciato da Beppe Grillo:” i più grandi capitalisti del mondo sono diventati gli ultimi comunisti, i Cinesi”. Ciò a conferma del fatto che, Capitalismo e Comunismo sono in realtà due facce della stessa medaglia: entrambe impongono dittatorialmente (l’uno con un subdolo metodo ipocritamente ‘democratico’ a la Marchionne ma che democratico non è, l’altro con più rispettabile metodo apertamente coercitivo) una supremazia dell’Interesse Economico sulla Dignità dell’Uomo. Come l’economia Orientale si basa sull’annientamento dei diritti dei lavoratori che ha come obiettivo l’abbattimento dei costi di manodopera e dunque di produzione, anche l’economia Occidentale inizia a voler imporre un tale corso, vagheggiando un aumento esponenziale degli utili. E infatti, come ha denunciato Vendola, mentre negli anni Cinquanta uno sprovveduto Valletta guadagnava venti volte la paga di un suo operaio, l’astuto Marchionne oggi porta a casa un compenso che vale quattrocentocinquanta volte tanto. Qual è la differenza? Negli anni Cinquanta, seppur fiaccato dalle lotte intestine fra varie posizioni politiche, esisteva ancora uno Stato: Valletta, che non era certo più sprovveduto di Marchionne nè più ‘pio’, non avrebbe potuto cancellare i diritti sociali con un semplice colpo di spugna, perché questo avrebbe avuto delle pesanti ricadute politiche che gli avrebbero causato una serie di rogne. Oggi invece, Berlusconi imperante, non vi è alcun argine alle brame del Capitale. Coloro che avrebbero dovuto vigilare sulla corretta assunzione di responsabilità da parte dello Stato sono troppo impegnati a fare i lacché o a difendere le proprie misere prebende.

Ancora una volta si tratta di un problema morale. Direi di più: si tratta di un problema filosofico. E’ significativo che un governo che nei confronti del cittadino si dimostra sicuramente inerte -perché troppo impegnato a risolvere i problemi giudiziari del suo premier ed attuare le esecrabili smanie secessioniste della sua componente di maggior peso- metta in atto, quale unico serio provvedimento, una Riforma dell’Istruzione che distrugge qualunque già sparuta possibilità di una seria educazione delle giovani generazioni. Questo non solo in quanto negargli l’istruzione significa negare al cittadino la possibilità di autodeterminazione, ma anche e soprattutto in quanto in ciò consiste il fine ultimo del suo carattere dittatoriale: stroncare la Cultura, che è la forma in cui si attua la vita dello spirito, significa negare all’individuo la libertà e, dunque, la vita stessa.

Il Capitalismo impone la divisa della Coca-Cola: ed infatti tutto il mondo beve Coca-Cola. Eppure ogni tanto qualche mente illuminata solleva l’obiezione che la Coca-Cola scioglie la ruggine e dunque forse il suo consumo non è per la mucosa gastrica così salutare. Interviene perciò il messaggio pubblicitario che manipola le coscienze ed induce a ritenere irrilevante la suddetta obiezione. Ma in quale misura la manipolazione si rivela pienamente efficace? Nella misura in cui l’intelletto che ne è oggetto si lascia da questa plasmare, cioè nella misura in cui è privo degli anticorpi necessari a combatterla. E come può acquisire tali anticorpi? Con la Cultura. Allora è la Cultura che il Capitalista deve osteggiare. Così, largo allo stereotipo del Grande (Bord/Frat)ello, largo ai realyties, largo al mito di veline, tronisti, letterine e quant’altro possa proporsi come luccicante spazzatura mediatica, ma largo anche alle lauree a punti (come i bollini del Dash) ai concorsi truccati, ad un sistema scolastico in cui l’imperativo è spendere meno insegnare nulla, agli istituti superiori trasformati in diplomifici, alle università trasformate in società per azioni in cui gli azionisti hanno potere decisionale sulla didattica, al riconoscimento di una dignità giuridica ai titoli di studio rilasciati da società private. Tutto purché si boicotti l’unica vera possibilità di riscatto del cittadino altrimenti inerme, tutto purché gli si neghi la vita dello spirito, che si attualizza nel momento in cui egli fa Cultura, nel senso che la vive per sè e soprattutto in sè.

Sono rimasta colpita dalla tesi che in merito a tale questione Giovanni Gentile andava illustrando nel suo bellissimo saggio La Riforma dell’Educazione, raccolta di una serie di Lezioni di Filosofia dell’Educazione, rivolte ai maestri di Trieste, nel lontano 1919. In sostanza Gentile teorizzava la necessità di riconoscere all’educando il diritto ad una libertà nei  confronti del complesso degli insegnamenti di cui è promosso destinatario che è condizione imprenscindibile perché si realizzi la vita stessa del suo spirito particolare, che egli vedeva come una delle possibili determinazioni di quello Spirito Universale soggetto-oggetto della Filosofia Idealista. In molti passaggi ho visto un richiamo alla concezione pirandelliana del teatro che diventa tale solo nel momento in cui si ‘attualizza’. Come i Sei Personaggi si mostrano all’esterrefatto capocomico permeati dalla smania di ‘vivere’ la propria vicenda che è già scritta da sè ma che essi non possono dire veramente reale (mi si passi la ridondanza) se non prendendo a prestito le movenze degli attori, così lo Spirito non possiede la Cultura, ma fa Cultura nel momento in cui la vive. E, vivendola, manifesta la propria libertà. Ne segue che, negando allo spirito la Cultura, gli si nega la libertà e, dunque, la vita.

Queste considerazioni di carattere filosofico quale ricaduta possono avere sull’immediato, immanente panorama delle istanze sociali? Hanno delle ricadute importantissime. Non a caso è a Landini che i giovani ricercatori (appunto le vere vittime di una Riforma che sostiene di voler combattere le baronìe, le quali invece ne escono ulteriormente fortificate) e gli studenti si rivolgono per fare ‘fronte comune’ contro l’arroganza di un nemico dall’apparente invulnerabilità. Ciò a dimostrazione della lucida precisione chirurgica con cui la dittatura capitalista sa selezionare i propri obiettivi. La Cultura (in tutte le sue forme) e le Forze Sociali. Perché negare al lavoratore i suoi diritti, equipararlo ad un elemento materiale del processo produttivo è negare al Lavoro dell’Uomo la sua dignità e, dunque, negargli la libertà, ovvero la vita stessa.

Di fronte a questo proditorio attacco credo bisognerebbe riconsiderare la risposta Idealista: porre l’uomo al centro dell’universo, e non il Capitale. Se il Comunismo ha fallito nel dare delle risposte ad una critica sostanzialmente azzeccata al Capitalismo è stato perché si è ancorato ad una visione materialista che ha cancellato la più alta dignità delle pulsioni umane. Mio padre dice sempre che l’uomo, privato della illusione di progredire, si arrende all’inattività. Credo che su questo abbia pienamente ragione. L’uomo deve tornare al centro. Al centro delle politiche sociali, al centro delle politiche scolastiche, al centro delle politiche economiche. Tutto si deve fare in funzione dell’uomo, non mercè l’uomo. Ma soprattutto, l’azione politica deve essere rivolta all’Uomo e non all’interesse di pochi uomini. Allora perché non riscoprire le tesi dell’Umanesimo del Lavoro? Rimango sbalordita quando sento Vendola chiedere a Marchionne se intende rendere partecipi gli operai della Fiat dei colossali utili che gli provengono dalla sua gestione amministrativa. Rimango impressionata perché ricordo da bambina di averne sentito parlare per ore da mio padre in seno a dibattiti quasi ‘carbonari’, in cui si illustravano le proposte del Fascismo in materia di politica sociale. La compartecipazione degli operai agli utili dell’impresa: se mio padre non si ingannava era una istanza promossa per la prima volta dal Fascismo. Non mi sembrava allora una proposta scandalosa, nè tantomeno mi pare oggi che lo sia. Eppure, ironia della sorte, viene riscoperta da Vendola, mentre gli eredi di coloro che per anni hanno cercato di attualizzare fra le altre anche questa istanza, se ne lasciano sfuggire di mano la primogenitura. Questo in quanto proprio loro sono autenticamente fascisti nel senso deleterio del termine. Del fascismo (con la f minuscola) hanno ereditato i leggendari mezzi coercitivi e squadristi coi quali i loro compari della Lega pretendono di calpestare il sangue versato per l’Unità della Patria ed annientare la dignità dello Straniero, ma ne hanno colpevolmente cancellato qualunque elemento potesse possedere una valenza positiva. Sono lieta di constatare che invece le eredità concretamente positive vengono raccolte anche da parti insospettabili. Ciò a dimostrazione che non è vana la mia fede nella Provvidenza Divina.

Se Vendola bacchetta Marchionne e gli suggerisce di rendere gli operai partecipi degli utili dell’impresa, se Landini sollecita il rispetto di un Contratto Collettivo Nazionale, anzi chiede legittimamente e doverosamente a gran voce che non sia concessa alle imprese la possibilità di firmare contratti di altra tipologia, se gli studenti chiedono una maggiore tutela del diritto allo studio, se i ricercatori chiedono un sano inserimento nel mondo del lavoro, se in Tunisia il popolo si solleva chiedendo una giusta calmierazione dei prezzi del pane, tutto questo vuol dire solo una cosa: che urge una nuova idea di Stato. Uno Stato che non si appiattisca sulle posizioni dei pochi soliti noti, ma che tuteli l’Uomo nella sua superiore dignità umana. Anche perché un mondo ove le masse siano ridotte alla fame non conviene nemmeno al Capitalista più sfrenato. Limitando il potere d’acquisto delle masse Egli si nega significative possibilità di guadagno concreto ed è costretto a rifugiarsi nella speculazione, che però è sempre un’arma a doppio taglio.

Risulta allora evidente come uno Stato forte, solido, solidamente determinato da (poche) leggi chiare, con inflessibili poteri di controllo dell’operato dei suoi organi opportunamente correlati, in cui operi una magistratura libera e sovrana, seppure soggetta a meccanismi di controllo ma non di subordinazione, è l’unica via d’uscita proponibile per risollevare le sorti delle Nazioni sia in campo politico che in campo economico e, soprattutto, in campo sociale.

Perché non dobbiamo dimenticare l’esempio del più grande dittatore di tutti i tempi: Pericle Ateniese, che pagava i suoi concittadini perché questi assistessero alle rappresentazioni delle tragedie. Noi ad Atene, facciamo così. Speriamo che presto ogni uomo possa dire: Noi, nella mia Nazione, facciamo così!

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