Lettera aperta di un’insegnante al Presidente della Repubblica

Profondamente colpita dalla bassezza del livello di degradazione cui siamo giunti, mi rivolgo come ‘extrema ratio’ al Capo dello Stato:

Eccellentissimo Signor Presidente,

mi rivolgo a Lei quale suprema autorità del nostro Stato. Sono una ‘giovane’ insegnante precaria (giovane non forse per età quanto per esperienza, trovandomi da poco nel settore). Non intendo rivolgerLe alcuna civile protesta per l’annosa questione dei precari, non intendo in questa sede palesare alcun giudizio personale, che pure sui provvedimenti recentemente adottati dal Governo potrei avere. Intendo invece appellarmi alla Sua Autorità ‘Super Partes’ per chiedere una speciale deroga ai nostri obblighi didattici. Come è noto ciascuno di noi ha un Programma Ministeriale cui attenersi, con precisi prerequisiti, obiettivi ben determinati ed una vasta ma definita gamma di metodologie da adottare. Tutto questo credo sia legittimo, anzi doveroso, nel contesto di una normalità che da qualche giorno a questa parte ci è stata tolta. Anch’io come tutti ho la mia personale visione sull’argomento, il mio personale giudizio. Chi ben mi conosce può immaginarlo, ma non intendo esprimerlo in questa sede. Quel che mi preme invece è fronteggiare quella che a mio giudizio è una situazione d’emergenza. E’ sempre stato mio fermo convincimento che il lavoro dell’Insegnante sia da considerarsi una missione perché consiste nel formare Uomini che saranno in futuro i pilastri della Società: sugli Uomini si possono innestare i Tecnici che operano per il progresso della Società tutta, ma non il viceversa. Ciascuno di noi è dunque chiamato a questa missione e cerca di adempierla al meglio delle sue possibilità. Ora io ritengo che la situazione contingente abbia raggiunto un tale livello di gravità da richiedere il ricorso a provvedimenti veramente drastici. I nostri ragazzi sono quotidianamente bombardati da una mole di dati che, qualunque interpretazione se ne voglia dare, hanno una connotazione intrinseca profondamente diseducativa. Ormai i telegiornali riportano il turpiloquio con imbarazzante nonchalance, i programmi in prima serata sono più osceni di un film a luci rosse. Si dirà che non è certo una novità. Io osservo che la cosa più imbarazzante per chi come me opera quotidianamente nella scuola come umile ‘bracciante del pensiero’ (la definizione non è mia, ma fa parte dello scrigno dei ricordi che mi sono stati tramandati per tradizione familiare) è l’obbligo di richiamare un modello ideale di decoro che pure è necessario trasmettere quando l’evidenza intorno a noi si muove in direzione completamente contraria ed opposta. Io sono profondamente convinta che la Cultura è veramente tale solo quando ‘si realizza’, altrimenti è nozionismo. Ora: realizzare Cultura vuol dire incidere nell’animo di chi ‘fa Cultura’, che nello specifico è tanto il docente che insegna, quanto il discente che impara. In questi giorni in cui il nome di certe allegre signorine (sulle quali mi astengo dal pronunciare alcun giudizio morale) rimbalza da una parte all’altra dell’universo mediatico e coinvolge la Nazione tutta in un’imbarazzante querelle di basso profilo, in concomitanza con la Gloriosa ricorrenza dei 150 anni dell’Unità Nazionale (è il solo punto in cui mi picco di essere di parte: sono Italiana, ne sono orgogliosa e desidererei trasmettere questo orgoglioso senso di appartenenza ai miei alunni) chiedo che sia concessa a tutti gli insegnanti che vorranno farlo la possibilità di mettere in atto questa singolare forma di ‘sciopero’: astensione dai programmi specifici della disciplina. Ella mi chiederà: a quale scopo? Presto detto. Il mio suggerimento è che ciascun docente ‘adotti’ un eroe, un patriota, un padre della Patria e che, rifiutandosi anche solo di nominare eventuali signorine “ladre di organi vitali”, opponga il racconto delle sue gesta alla dilagante sovraesposizione mediatica di quelle. Che ne so: un Enrico Toti per una Miss Heartbreaker, un Salvo d’Acquisto per una Miss d’Addario. Dobbiamo anzitutto riacquistare il senso di una dignità che tanto pruriginoso clamore va togliendo al nostro essere Italiani. Io sono convinta che questo vada fatto in primis in un contesto come quello dell’Educazione delle giovani generazioni che più di tutti rischia di essere gravemente danneggiato dalla situazione contingente. Non so quanti concorderanno con me. La mia è una semplice proposta, ma davvero ne sento l’urgenza.

Certa che Ella condividerà la mia apprensione per il futuro delle nostre giovani generazioni, mi affido alla autorevolezza del Suo illuminato giudizio.

Maria Cristina Fichera

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