Una Nazione che va a p…

I discorsi del cosiddetto ‘uomo della strada’, un fenotipo significativo dietro il quale si nasconde la metafora del comune sentire, si rivelano spesso illuminanti. L’uomo della strada, facilmente manipolabile ed impressionabile dai mezzi di comunicazione di massa (ad esempio il ‘telegiornale’ diretto proprio da quello che è uno degli indagati per un reato che non è precisamente una leggera violazione del Codice Penale) ormai ha tratto la sua desolante conclusione: “Poverino, avrà diritto di fare quel che vuole a casa sua! Si stanno accanendo contro di lui!”.  Al di là della ingenuità di una tale affermazione, quel che colpisce maggiormente ne è il significato recondito. E’ come se fosse una sorta di ‘cartina di tornasole’, un indice che ci consente di monitorare il reale andamento del Paese. Abbiamo da una parte l’ “intellighenzia” delle arti e delle maestranze (intellettuali ed operai) che, come è naturale che sia, lancia i suoi severissimi strali contro chi ricopre una carica istituzionale calpestando l’art. 54 della Costituzione che impone ai cittadini cui sono affidate cariche pubbliche “di adempierle con disciplina ed onore” (concedendosi il contestuale lusso di dare un avallo istituzionale a comportamenti imprenditoriali criminali) e, da  un livello eticamente superiore, si erge a pubblico censore della morale altrui;  dall’altra, il cittadino comune che, spesso all’oscuro di tanti dettagli, cade vittima delle campagne mediatiche e dei sottili messaggi subliminali che trasudano dai cosiddetti ‘prodotti di intrattenimento’, apparentemente lontani da tematiche politiche, ma che in sostanza, impegnandosi a diffondere un ‘modello comportamentale’ discutibile, contribuiscono a plasmare gli ‘alibi culturali’ che fungono da premessa teorica per la legittimazione concreta di ogni nefandezza.

In un’Italia dove impera il Grande Fratello, dove basta un congruo numero di sedute dal chirurgo plastico per conquistare la ribalta di una meteorica notorietà, dove è persino possibile che i ‘rumors’ su particolari referenze arrivino a lambire i Ministri della Repubblica, il cittadino comune trae la conclusione che, visto l’andazzo, tutto è legittimo, tutto è giustificato, tutto è consentito. Manca il lavoro (quello Vero) mancano le risorse: il solo modo di tirare la carretta per chi ha un minimo di risorse ‘naturali’ è quello di ‘investirle’, o meglio di ‘saperle vendere’. Ecco che le ‘cosiddette’ (loro, indubbiamente!) ‘signorine’ che allietano i sacrosanti momenti di svago di un premier superingolfato da impegni istituzionali si fissano delle precise scadenze temporali: deputato prima dei trenta anni, perché senò diventa troppo ‘tardi’. Uno stralcio dell’intercettazione telefonica dove due di queste ‘signorine’ sono impegnate in un’amabile conversazione in cui espongono un pregno progetto politico si rivela significativo: «Le regionali son tra cinque anni. E non penso che hooo… che, che ho la voglia di aspettare. O no? Cinque anni! A trent’anni. Noo. No no no. Le parlamentari se devi farle o son tra due anni e mezzo, o sono adesso o sono di nuovo tra cinque anni per me. Quindi io devo sperare di entrare o adesso o tra due anni e mezzo. No? Capito?». Quale sublime esempio di impegno civico! E quale indubbia affezione al bene della Nazione di coloro che inducono a formulare un tale bieco sillogismo!

Non è ormai una questione di povertà economica, bensì di povertà culturale.

Eppure il colmo è che proprio il nostro Bel Paese ha le carte in regola per esibire di fronte al mondo una ricchezza invidiabile. Leggevo oggi la lettera aperta di Umberto Eco al ministro Tremonti ed un passaggio mi è sembrato significativo. Scrive Umberto Eco: “In termini economici il Louvre, il Metropolitan Museum of Art, la Harvard University (e tra poco quella di Pechino) sono imprese che fanno un sacco di soldi – scrive -. Credo che, bene amministrati come sono, facciano un sacco di soldi anche i musei vaticani. Un sacco di soldi potrebbero fare anche gli Uffizi o Pompei, e sempre mi domando come mai l’Italia, di cui si dice che abbia circa il 50% delle opere d`arte esistenti al mondo (per non dire del paesaggio, che non è male), abbia meno indotto turistico della Francia o della Spagna, e naturalmente di New York. C’è qualcosa che non funziona, qualcuno che non sa come far soldi (e mangiare) con la cultura nazionale.”

Il vero problema è che l’Italia, già nell’immediato dopoguerra, ha ‘dimenticato’ quelle che erano le ‘sue’ risorse per correre dietro a modelli economici che le erano lontani. La ricchezza dell’Italia non è il petrolio, sebbene da qualche parte forse se ne sia trovata qualche sparuta traccia. La ricchezza dell’Italia non è nemmeno la Fiat. Checché se ne dica, è stata proprio la sudditanza dei vari governi che si sono succeduti nell’arco dei primi cinquant’anni della Repubblica nei confronti del colosso dai piedi di argilla a creare le premesse per l’attuale attacco allo Stato Sociale. La Fiat è uno degli ‘attori’ del sistema economico italiano, non ne è l’esclusivo protagonista. E, soprattutto, la Fiat non è l’Italia. La Fiat fino a qualche tempo fa creava occupazione e in quanto tale poteva al più ambire alla responsabilità di interlocutore privilegiato nelle normali dialettiche fra iniziativa privata e controllo pubblico. Privilegio che l’azienda ha sempre rivendicato con una accezione molto più forte del lecito, pretendendo che si unisse al proprio destino quello della Nazione tutta. I governi deboli che si sono via via succeduti non hanno mai avuto la forza di imporsi sul colosso, negandogli i favori che questo aveva l’impudenza di esigere. La Sinistra, d’altro canto, abbagliata dalle luminose sirene delle spicciole rivendicazioni operaie, temendo di perdere il consenso della base, sulla scorta delle indicazioni di Mosca, piuttosto che levare la voce contro le scelte egoistiche (e fra l’altro imprenditorialmente suicide) della Proprietà, preferiva esigere a gran voce gli aiuti statali. Tanto, pagava lo Stato… Così come oggi, mutatis mutandis, il caro Silvio ha scoperto che c’è un sistema infallibile per ‘togliersi dalle scatole’ le signorine (!?!) che lo tampinano con esose richieste (non conosco i prezzi di mercato, ma francamente per quanto inducono a pensare i dettagli che sono circolati, mi pare che abbiano tutte un’alta considerazione del ritorno economico delle proprie ‘prestazioni’): basta mandarle in Parlamento, così ci pensa lo Stato…

Il problema è che quel che i grandi magnati, dalla famiglia Agnelli a Berlusconi, non hanno ancora capito (o che gli fa comodo non capire) è che lo Stato siamo noi: tutti. Lo Stato non è un’entità astratta, immateriale, una cassa senza fondo, dalla quale si può solo attingere senza versare. Lo Stato siamo noi, nel senso che dobbiamo costruirlo facendo ciascuno la propria parte. Così l’imprenditore che guida col criterio del buon padre di famiglia la sua attività produce ricchezza non solo per sè, ma per la Nazione tutta e della ricchezza collettiva alla lunga finisce per beneficiare in prima persona. L’operaio che svolge coscienziosamente il proprio dovere, in un clima sereno, con condizioni lavorative che ne esaltano l’umanità invece di equipararlo ad una macchina, può legittimamente ambire al miglioramento delle proprie condizioni economiche e sociali, ma nello stesso tempo contribuisce ad aumentare un fatturato che alla lunga ha un suo determinante peso: la dignità morale. Perché in una società dove quale modello positivo viene additato il lavoro serio, scrupoloso ed umano è difficile che si sviluppino quei ‘cancri’ che oggi avvelenano il nostro panorama socio-politico: agli operai si nega una pausa di dieci minuti per uno stipendio che vale un millesimo di quello del direttore amministrativo della loro azienda, mentre basta esibire il proprio corpo (anche solo superando un casting per un reality) per assicurarsi una comoda entrata vivendo praticamente nell’ozio.

Per uscire da questo pantano dunque l’Italia dovrebbe puntare sulle sue autentiche risorse, che come ricordano tutti i nostri intellettuali (che spesso sono ‘emigrati’ all’estero, anche loro colpevolmente abbagliati dalle sirene del profitto) sono sostanzialmente due: la Cultura ed il Paesaggio. Cultura nella accezione di più ampio respiro del termine: cultura che non si costringe nelle catene dell’erudizione nozionistica, ma che si mostra sensibile alle corde di una umanità tutta nostrana. La ricchezza del Popolo Italiano è l’inventiva, la sagacia, l’originalità, il dinamismo, la generosità e l’entusiasmo. Sono tutte doti che, ove opportunamente sfruttate, possono avere anche un potentissimo ritorno di carattere economico. Non tutti hanno l’ambizione o il talento dello scienziato ma è certo che ogni Italiano è capace, se opportunamente stimolato nel proprio orgoglio, di produrre risultati inimmaginabili in ogni contesto. Quale sarebbe allora una illuminata azione politica? Adottare dei provvedimenti che mirino a rafforzare queste naturali attitudini ‘genetiche’ al fine di favorire un sano sviluppo della Società che favorisca tutti, e non solo i più facoltosi. Pertanto avrebbe un senso rafforzare l’efficacia del sistema educativo (piuttosto che svilirne la portata e l’importanza) e contestualmente rafforzare lo Stato Sociale che oggi invece si vuole distruggere a beneficio dei pochi ‘soliti noti’ e a nocumento dei più. Un tale orientamento illuminato avrebbe come naturale conseguenza una valorizzazione del Paesaggio, patrimonio veramente prezioso. Piuttosto che sponsorizzare i villaggi turistici in Madagascar (si fa per dire) sui quali lucrano i ‘soliti noti’ perché non pubblicizzare il nostro patrimonio territoriale? L’Italia è l’unico Paese al mondo che possiede una conformazione geografica in cui mare e montagna quasi si lambiscono, in un clima mediamente temperato. In più, come se ciò non bastasse, ad ogni piè sospinto esistono siti archeologici operativi o potenziali. La passata dittatura (che paragonata a questa assurge ad una dignità in passato insospettabile) ha avuto il pregio di aver reso fruibili la maggior parte dei siti archeologici che oggi stanno cadendo a pezzi sotto le amorevoli cure del ‘ministro fiduciato’. Ricordo ancora una mia vacanza in Grecia nel 1988: da adolescente entusiasta dei suoi studi classici, fu mio grande desiderio esplorare tutti i siti archeologici delle città che andavamo visitando. Potei così constatare come, a parte l’Acropoli di Atene, il governo greco non si curasse della manutenzione dei suoi ‘tesori’. In particolare rimasi esterrefatta dalla visita all’Acrocorinto: un vero e proprio percorso ad ostacoli, dove il rischio di precipitare in un burrone era costante. Fu per me, che avevo già avuto occasione di vedere Pompei, il Foro Romano ed altri siti archeologici in Campania, Puglia e Basilicata, fonte di autentica meraviglia.

In quale direzione si muove oggi questo scellerato governo? Al ricatto proditorio di un qualunque Marchionne (il peso di un uomo non è direttamente proporzionale alla sua capacità di fare quattrini, ma alla traccia che lascia di sè nella Storia: questo soggetto sarà ricordato solo come un abile affarista che è riuscito a far soldi a spese della collettività) risponde avallandone la legittimità di prese di posizione aberranti. Lo Stato Sociale viene smantellato ad ogni piè sospinto, così come ogni occasione è buona per schiacciare il sistema educativo, sfoderare indegni attacchi alla magistratura, violare ripetutamente la Costituzione. Il patrimonio paesaggistico e culturale viene costantemente lasciato all’incuria di amministrazioni truffaldine, con la scusa che ” la Cultura non si mangia”… Quanta miopia dietro a tutto ciò!

E’ proprio per questo che sarebbe auspicabile un sussulto di dignità: sarebbe ora che si spegnessero i televisori e si aprissero i libri o, quantomeno, si mettesse in azione il cervello. Ora, proprio ora che, insieme ad una delle sue più alte cariche istituzionali, tutta la Nazione sta andando a p….

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