Dopo le ‘leggi ad personam’ la ‘scuola ad classem’

Le ultime esternazioni del cosiddetto ‘premier’ in tema di politica scolastica esigono una risposta ferma e sensata diretta non a lui, ma ai suoi spesso sprovveduti elettori. Il ‘grande statista’ lamenta una parzialità ideologica da parte di alcuni docenti delle scuole pubbliche, che avrebbe come ultimo effetto quello di plasmare giovani generazioni orientate al comunismo, anche quando l’orientamento familiare si dimostrasse a questo contrario. Benissimo. Non è del tutto falso. Come non è del tutto falso che lo stesso può accadere anche con orientamenti ideologici opposti. La discriminante non è l’orientamento ideologico, bensì la qualità morale dell’insegnante. Porto ad esempio la mia esperienza personale. Mio padre è sempre stato missino. Ha sempre sostenuto posizioni che, all’epoca in cui io frequentavo le scuole dell’obbligo e poi le superiori, erano senza dubbio appannaggio di una minoranza mal vista sia dalla maggioranza dell’allora pentapartito, sia dall’opposizione comunista (pur godendo di un consenso più ampio di quanto non portasse a ritenere il riscontro elettorale). Per le scuole dell’obbligo, da credente, volle iscrivermi ad un Istituto cattolico, dove mi fu impartita un’educazione sicuramente orientata ai principi del cattolicesimo, ma senza ‘sconti’ nè favoritismi di alcun genere. Tutt’altro. Devo dire che non ho nessuna recriminazione da fare sulla preparazione dei docenti, nè sui loro criteri valutativi, mentre molte lamentele potrei sollevare sull’atteggiamento delle famiglie degli altri iscritti, che spesso pretendevano di imporre linee guida sull’andamento scolastico generale improntate a criteri non certo meritocratici. Tali pretese venivano onorevolemente ‘tenute a bada’ da docenti e presidi che svolgevano il proprio mestiere con onestà e senso del dovere. Al Liceo mio padre decise che avrei frequentato le scuole pubbliche, perché voleva che avessi un contatto più diretto con il mondo reale. Io, felicissima perché desideravo frequentare il Liceo Classico che non era attivo nell’Istituto privato in cui avevo studiato fino a quel momento, mi iscrissi entusiasta allo stesso Liceo pubblico frequentato quarant’anni prima dai miei. Lì, fra i vari professori, trovai una vera perla d’uomo che non ringrazierò mai abbastanza la Provvidenza di avermi donato come docente, ed anche altri due professori cui si attaglia benissimo il senso del mio intervento. Uno, persona di specchiata onestà civica oltre che intellettuale, dichiaratamente comunista, era il mio docente di Storia e Filosofia. Conosceva le simpatie politiche di mio padre, sapeva che io ero convintamente cattolica, ma mai si permise di discriminarmi per questo o di condizionare il mio pensiero. La professionalità con cui esercitava la sua funzione di docente contribuì anzi ad incrementare quella che era già una mia grande passione: l’amore per la Filosofia. Ero cattolica, quando arrivammo a studiare le correnti filosofiche post-kantiane mi scoprii idealista, ma ero e rimasi sempre la sua pupilla, pur essendo egli ateo, comunista e convintamente materialista. L’altro docente, del quale mi limito a ricordare che, troppo impegnato nell’attività politica, ci impartì una formazione veramente scadente, non parlava mai di politica, nè esprimeva giudizi ideologici in classe, tuttavia tendeva a far ricadere sulle sue ‘disposizioni d’animo’ nei nostri confronti il suo personale giudizio sulle nostre convinzioni. A distanza di anni, mentre il primo (ormai in pensione) si candidava al Senato per Rifondazione Comunista meritando il mio voto in quanto unico nominativo onesto presente in una lista di candidati impresentabili (l’allora AN congiuntamente a Forza Italia aveva candidato il famigerato Firrarello, ora condannato per collusione mafiosa!) quest’ultimo si scopriva ‘Scilipoti ante litteram’ e non aggiungo altro per carità di patria. Fu l’ultima volta che espressi il mio voto. Sicuramente non condividevo nè condivido le impostazioni materialiste sottese all’indirizzo politico perseguito dalla sinistra radicale, tuttavia considero che un galantuomo, un onest’uomo con una mentalità aperta che magari sia orientata da parte opposta alla tua è da preferirsi sempre ad un gaglioffo. L’uomo onesto, intellettualmente onesto, è aperto al dialogo e può anche convincersi delle tue ragioni, ma il gaglioffo persegue un obiettivo suo. Le sue parole non sono pronunciate con l’intento di confrontarsi con l’avversario al fine di conseguire il benessere comune. Le sue parole sono solo uno strumento di cui si serve per curare i propri interessi. E’ probabile che io sia diventata comunista senza accorgermene? Tutt’altro! Semplicemente ritenevo e ritengo ancora che i quadri dirigenti debbano essere composti da persone oneste e capaci, al di là del colore politico, scelte dai cittadini sulla base della conoscenza diretta e non imposte da un ‘potere superiore’ di tipo ‘partitico’ o ‘aziendale’. In ogni settore il cittadino dovrebbe scegliere colui che dimostri sul campo di possedere le migliori capacità organizzative, ancor meglio se in seno al proprio settore occupazionale. Così ad esempio l’operaio X è in grado di selezionare colui che più sia idoneo a rappresentare i suoi interessi mentre il docente universitario Y conosce quello fra i suoi colleghi di settore che meglio saprebbe coordinare le attività di tutti. E’ una impostazione corporativa? Forse. Non me ne vergogno affatto. La ritengo sensata. Magari perfettibile, ma comunque sensata. Con questo cosa intendo dire? I due profili professionali che ho descritto hanno lasciato in me un ricordo improntato più alla rispettiva onestà intellettuale che al loro effettivo percorso politico. La mia esperienza credo sia paradigmatica di uno ‘status rerum’ che può essere a grandi linee generalizzato. Esercitare un condizionamento ideologico su un soggetto ancora in età di crescita è un atteggiamento irresponsabile che può essere assunto da chiunque: ‘comunista’ (ma esistono ancora i comunisti se i cinesi sono i più grandi capitalisti?), ‘fascista’ (certo non quelli da barzelletta che si sono investiti dell’umiliante quanto redditizio ruolo di ‘servi utili’), ‘berlusconiano’ (e sono i più pericolosi!), liberista o di qualunque orientamento politico dichiarato. Il problema è che la Scuola (sia pubblica che privata) deve dotarsi degli anticorpi necessari ad arginare un tale pericolo. Dopo le ‘leggi ad personam’ il Nostro escogita i ‘provvedimenti ad classem’. Il sillogismo piatto e sterile partorito dall’alta mente del Nostro si può riassumere in questo miserevole quanto eticamente scialbo balbettìo: nei ruoli di potere di qualunque genere chi detiene il comando ha facoltà di imporre agli altri le proprie ragioni; nella scuola pubblica prestano servizio molti docenti di sinistra; ergo, iscrivendosi alle scuole pubbliche i ragazzi dovranno necessariamente abbracciare ideologie di sinistra. Questo naturalmente senza lontanamente ammettere la possibilità che ciascun docente risponda a principi etici quali la responsabilità, l’onestà intellettuale e la correttezza professionale. IL LUPO DI MALA COSCIENZA, COME OPERA PENSA! Come egli ha tentato tutte le strade per imporre al mondo la propria impunità (e sembra per il momento esservi riuscito) così quello che lui giudica misero professorucolo (perché magari si accontenta di uno stipendio da fame senza scalare con l’arroganza rampante tipica della ‘Milano da bere’ dei colletti bianchi le leve del potere, cedendo ad ogni miserevole compromesso) non può non imporre ai propri sottoposti (gli alunni) il proprio convincimento politico. Ebbene: bisogna ricordare a questo ometto (nel senso di omuncolo) che esistono persone dotate di un abito mentale che egli ha dimostrato essergli del tutto ignoto: l’onestà (almeno quella intellettuale). Del resto, qualora così non fosse, la soluzione non è potenziare oltre il dovuto una scuola privata dove la meritocrazia rischia di essere soffocata dalle pressioni dei ‘padroni’ (le famiglie) a scapito di una scuola pubblica che appunto in quanto tale almeno non è sottoposta al ricatto della proprietà. In tempi di crisi e di tagli al settore scolastico, che senso ha destinare una parte dei fondi statali al sistema privato che ha già una fonte di reddito non trascurabile? O vogliamo trasmettere alle famiglie l’idea che, come tutto il resto, anche l’istruzione è un servizio che si paga? E che se vuoi che tuo figlio acceda alla conoscenza devi finanziare tu la sua formazione? Ma non basta il sacrificio che le famiglie o i soggetti direttamente interessati devono già sostenere per mantenere gli studi universitari che ormai sono divenuti indispensabili per l’accesso al mondo del lavoro? Anche perché il rischio serio è quello di creare un sistema in cui la conoscenza sia appannaggio esclusivo delle classi più agiate nella migliore delle ipotesi e, nell’ipotesi più realista, che il titolo di studio più che in passato assuma la valenza di vuoto ‘pezzo di carta’, cui non corrisponde alcuna effettiva preparazione. Se il meccanismo è: PAGO, QUINDI MERITO LA PROMOZIONE questa è spesso (purtroppo!) la prospettiva concreta. Sua Eccellenza Illustrissima dovrà riconoscere che un sistema privato risulta molto più vulnerabile sotto questo aspetto rispetto ad uno pubblico. Che poi anche nel pubblico l’imperativo dovrebbe essere agire sulla base della correttezza e della professionalità è scontato, ma anche questo è un abito mentale sempre più desueto e certo non può tornare di moda se il messaggio che si trasmette al mondo è che basta cambiare le leggi per farla franca e risultare innocenti… A buon intenditor poche parole…