Il modello del cattolico italiano: don Abbondio o Padre Cristoforo?

Le ultime dichiarazioni di alcuni autorevoli esponenti della Chiesa Cattolica suggeriscono argomenti di seria riflessione politica, ma non solo. La contrapposizione è fra due scuole di pensiero e suggerisce un richiamo a due grandi figure, così sapientemente ritratte in quello che fino a qualche tempo fa si considerava il capolavoro della nostra Letteratura: i Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Mi riferisco alle figure di don Abbondio e padre Cristoforo. Don Abbondio è il manifesto di un ‘habitus mentale’ che purtroppo oggi sembra essere diventato dominante nel panorama delle nostre ‘virtù civiche’. Intendo naturalmente limitarmi a considerare il (ristretto? speriamo di no!) ambito della popolazione che ancora conserva il gusto dell’onestà e del rispetto delle Istituzioni, oltre che della legalità. Il sillogismo di don Abbondio si può tratteggiare in questi termini: io mi schiero dalla parte del più forte, ma intanto, siccome non si sa mai, le parti potrebbero sempre capovolgersi, guardo con tenera indulgenza a quello che momentaneamente mostra di essere più debole, esortandolo con lo sguardo a diventare lui il più forte, così da poter contare sul mio appoggio (“Perché non diventate Voi il più forte, cosicché io mi possa schierere dalla parte Vostra?”). Così alcuni atteggiamenti, non tanto delle gerarchie ecclesiastiche quanto di quel sottobosco del mondo laicale che si illude di poter consolidare e tutelare privilegi di casta ‘turandosi il naso’ di fronte a comportamenti (istituzionali, non solo privati!) eticamente deprecabili, inducono l’opinione pubblica generale in un pericoloso ‘stato di rassegnazione’ che favorisce gli speculatori (finanziari, ma non solo, anche ‘etici’). C’è la crisi, non è colpa di Berlusconi se stiamo male. E’ vero, c’è la crisi: ma la crisi c’era anche nel 1929, quando i provvedimenti adottati dall’allora governo fascista per incentivare lo sviluppo delle risorse economiche nazionali non solo risparmiavano all’Italia il pesante tributo in termini di regressione pagato dalle altre Nazioni europee e dagli USA, ma (elemento di verità storica che va riconosciuto) portavano anche  al consolidamento della struttura di quello stesso Stato Sociale che oggi invece una cosiddetta ‘destra’, serva del potere delle plutocrazie (tanto invise al suo tradizionale e storico mentore) sta vergognosamente procedendo a smantellare. La crisi pertanto non può essere presa come pretesto, come facile elemento di discolpa. C’è la crisi e dunque ci arrendiamo ad istituzionalizzare l’arbitrio del più forte? C’è la crisi e dunque partoriamo provvedimenti legislativi che tutelano gli speculatori finanziari, le banche, le assicurazioni e schiacciano i produttori dei beni economici reali, il ceto medio, i dipendenti statali? Perché oggi molto più che anche solo cinque anni fa è più frequente che un ingegnere si trovi costretto a far domanda per l’insegnamento nella speranza di trovare una collocazione lavorativa che nemmeno in quel campo risulta ormai scontata? Perché ci sono troppi laureati? Forse è vero che negli ultimi anni l’imbarbarimento della formazione scolastica ed universitaria ha prodotto catastrofici effetti, ma è anche vero che NON SI INCENTIVA LO SVILUPPO e dunque non si può incentivare l’occupazione. In tutto questo come si colloca l’atteggiamento civico del cattolico? Il cattolico dovrebbe perseguire come obiettivo l’attualizzazione di un sistema quanto più vicino alla Dottrina Sociale della Chiesa, che certo non può ammettere che si schiaccino i diritti dei più deboli per favorire l’arricchimento dei più forti. Infatti gli esponenti più illuminati del mondo cattolico (il Cardinale Tettamanzi fra le alte gerarchie e don Luigi Ciotti, quale rappresentante del clero che opera in prima linea nel sociale) giustamente levano il dito contro quei comportamenti istituzionali che oltre a rappresentare i segni di un arbitrio etico e morale, testimoniano una miopia politica pericolosa. Perché istituzionalizzare l’abuso della legge significa sovvertire tutte le regole, anche quelle che tutelano i privati cittadini gli uni contro gli altri. Questi sacerdoti illuminati incarnano il modello di padre Cristoforo, vero seguace di Cristo, che, di fronte all’arroganza del potere di un meschino don Rodrigo, leva il dito e ribadisce: “Verrà un giorno…”. Senza cedere alla violenza, il padre Cristoforo denuncia l’arbitrio e si richiama al provvidenziale intervento divino. Sembra quasi che il modello di padre Cristoforo, ammirato ed emulato negli anni del nostro Risorgimento, oggi risulti pericolosamente ‘controcorrente’. Invece sarebbe non solo il più coerente, ma anche il più ‘socialmente fertile’. Il problema è che è anche quello che richiede più coraggio e, per dirla sempre col Manzoni, uno il coraggio se non ce l’ha non se lo può dare. Quindi turiamoci pure il naso quando una maggioranza politica tutela i privilegi delle banche e perde tempo prezioso a ratificare istituzionalmente che una qualunque sciacquetta (degna nemmeno del ben più meritevole paragone con madame de Pompadour) è nipote di un capo di stato estero. Arrendiamoci all’evidenza che il più forte ‘libito’ fa ‘licito in sua legge’. Lasciamoci turlupinare dalle subdole argomentazioni di chi asserisce che per fronteggiare le difficoltà l’unica soluzione è abbassare l’ostacolo quando non si riesce a superarlo. Ma non dimentichiamo che, come la peste manzoniana, implacabile arriva il giudizio di Dio. Il grande Papa che sta per essere beatificato, Giovanni Paolo II, lo urlò al mondo nella valle dei Templi nel maggio del 1993. E il vero cattolico dovrebbe seguirne l’esempio. A chi fraudolentemente insinua l’ineluttabilità del predominio dell’arbitrio sulla legalità, con ferma ma pacata determinazione, insieme a padre Cristoforo il vero cattolico dovrebbe ribadire: “Verrà un giorno…”

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