Perché l’uscita del premier potrebbe non essere solo una battuta infelice

Non credo sia il caso di indulgere in catastrofismi. Tuttavia, le stesse parole pronunciate da Celentano durante la trasmissione Annozero dello scorso 12 Maggio, decise nella sostanza, quanto leggere nei toni, dimostrano che la mia potrebbe essere un’intuizione forse non isolata. Il nostro premier attacca gli oppositori (o almeno una parte dei suoi oppositori), accusandoli di scarsa igiene personale. Se una frase del genere fosse stata pronunciata solo qualche decennio fa sarebbe risultata risibile, oltre che offensiva, in quanto una carica istituzionale, per quanto corrotta, non avrebbe mai ritenuto consono al proprio ruolo l’abbandono di quel minimo di aplomb (appunto istituzionale) in favore di temi di una tale spicciola quotidianità. Ma, in mancanza di argomentazioni serie atte a difendere il proprio operato, forse ci si può aggrappare anche a questo. Il fatto che i dati Istat nelle ultime ore abbiano riportato il quadro di un Paese che non cresce, a differenza di quanto fanno Spagna, Germania e Francia magari è ritenuto un argomento non appropriato al giusto decoro della carica istituzionale. Eppure immagino che i suddetti Paesi si collochino in quella stessa Europa che sta affrontando un’immane crisi finanziaria internazionale e nello stesso momento storico in cui la sta affrontando l’attuale Governo Italiano, o forse stiamo viaggiando con la macchina del tempo in un luogo al mondo sconosciuto? Chissà, potrebbe essere… In ogni caso, quella pronunciata dal nostro Presidente del Consiglio potrebbe non essere una semplice battuta, nè una poco rilevante caduta di stile.

Se i cittadini Italiani non apprezzeranno in tempo l’importanza della consultazione referendaria sull’acqua pubblica, uno scenario in cui anche la stessa cura dell’igiene personale diventi appannaggio dei ceti privilegiati potrebbe non rivelarsi tanto fantascientifico. Perché il quesito su cui i cittadini sono chiamati a pronunciarsi riguarda la ratifica di un principio legislativo  che personalmente ritengo aberrante: alle strutture pubbliche è di fatto imposto l’obbligo di concedere ai privati la gestione delle risorse idriche. “Il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali avviene, in via ordinaria, a favore di imprenditori o di società in qualunque forma costituite individuati mediante procedure competitive ad evidenza pubblica, nel rispetto dei principi del Trattato che istituisce la Comunità europea e dei principi generali relativi ai contratti pubblici e, in particolare, dei principi di economicità, efficacia, imparzialità, trasparenza, adeguata pubblicità, non discriminazione, parità di trattamento, mutuo riconoscimento, proporzionalità” (Legge 6 Agosto 2008, n.133, art.23bis, comma 2). Proprio così: non è data facoltà, bensì, nonostante la contestuale e contraddittoria affermazione del comma 5 “Ferma restando la proprietà pubblica delle reti, la loro gestione può essere affidata a soggetti privati“, è in buona sostanza fatto obbligo agli enti pubblici di affidare la gestione dei Servizi di Interesse Generale (fra i quali la gestione delle Risorse Idriche, e non solo) ad imprenditori e società in qualunque forma costituite. Ciò vuol dire che è impossibile, una volta adempiuto l’obbligo, esercitare un qualunque controllo pubblico sulla suddetta gestione, compresa la calmierazione delle tariffe, che dovrebbe essere funzione principale dello Stato. Tralasciando la magistrale ed ipocrita scelta della forma espositiva in cui si pronuncia tale obbligo legislativo (si asserisce infatti che l’affidamento ai privati è la via ordinaria per la gestione del servizio, il che significa che qualunque altra forma di gestione, compresa quella pubblica, va intesa come ‘extra’-ordinaria) è la sostanza della norma che senza alcun dubbio va fortemente contestata e contrastata. I cosiddetti SIG (Servizi di Interesse Generale) non possono infatti essere oggetto di alcun tipo di speculazione in uno Stato degno di questo nome, altrimenti si rischia di scivolare in uno scenario da Far West: lo stesso che regolamenta la Sanità Pubblica Americana, per modificare il quale il Presidente degli Usa Barack Obama ha di recente combattuto una durissima quanto ammirevole battaglia politica contro le lobbies che manovrano nell’ombra le scelte del Congresso Americano. Tanto più che questa trovata legislativa si inserisce nel quadro della preesistente normativa (promulgata nell’Aprile del 2006, dal Governo Berlusconi III) : “La tariffa costituisce il corrispettivo del servizio idrico integrato ed è determinata tenendo conto della qualità della risorsa idrica e del servizio fornito, delle opere e degli adeguamenti necessari, dell’entità dei costi di gestione delle opere, dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito e dei costi di gestione delle aree di salvaguardia, nonché di una quota parte dei costi di funzionamento dell’Autorità d’ambito, in modo che sia assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio secondo il principio del recupero dei costi e secondo il principio “chi inquina paga”. Tutte le quote della tariffa del servizio idrico integrato hanno natura di corrispettivo.“(Decreto Legislativo n. 152 del 3 Aprile 2006, art. 154, comma 1). In soldoni, gli enti pubblici devono delegare ai privati la riscossione dei tributi imposti sui servizi idrici e i privati hanno piena facoltà (“La tariffa è applicata dai soggetti gestori, nel rispetto della Convenzione e del relativo disciplinare.” (Ibidem, comma 5) ) di stabilire a propria discrezione l’adeguatezza della tariffa imposta ai cittadini alla remunerazione del capitale investito. Il che significa che un privato può ritenere di dover ricavare dalla gestione del servizio idrico un certo utile X ed ha piena facoltà, a norma di legge, di fissare una tariffa che gli garantisca tale utile, anche se questa dovesse dimostrarsi esosa per il cittadino. Da qui allo scenario illustrato in uno spot dei comitati promotori del referendum (un contatore a moneta che conferisce al cittadino l’acqua strettamente necessaria all’espletamento delle funzioni di prima necessità, fra le quali appunto l’igiene personale) il passo è breve.

Se i cittadini prenderanno sotto gamba l’opportunità duramente conquistata dai comitati promotori di esprimersi su un tema di così primario interesse, il rischio è che la norma metta all’asta le risorse idriche che diverranno appannaggio dei privilegiati. A quel punto, se il ‘gettone’ per una doccia mattutina venisse a costare cinque o dieci euro è chiaro che l’operaio sottopagato o il professore precario che deve sopravvivere al Nord con uno stipendio di poco più di mille euro al mese, pagando un affitto che spesso si aggira sulle cinquecento, dovranno seriamente porsi il problema se sono in grado di permettersi il lusso di una doccia quotidiana. Lo stesso vale per tutti i dipendenti (pubblici o privati) che non hanno facoltà di decidere sull’adeguatezza del compenso ricevuto per le proprie prestazioni professionali alla remunerazione del capitale investito (che in quel caso non è solo vile pecunia, ma anni di sacrifici intellettuali e/o sforzi fisici e materiali). Ricordo una citazione di una mia vecchia antologia: “I poveri non sono sporchi per scelta, ma perché devono scegliere tra comprare il pane e comprare il sapone”. Questa citazione, in caso del fallimento del referendum, andrebbe aggiornata: “I poveri non sono sporchi per scelta, ma perché devono scegliere fra bere l’acqua, oppure usarla per lavarsi.” Mi si obietterà che malgrado la crisi anche i cassaintegrati continuano a bere acqua minerale. Vero: ma è altrettanto vero che calano i consumi, si impoveriscono i risparmi ed aumentano le vendite patrimoniali. Questo significherà pure qualcosa? Magari l’alternativa è imparare tutti a ‘rubare’ per garantirsi la sopravvivenza, ed in effetti è ciò che purtroppo spesso accade, ma quanta tristezza in uno Stato in cui i cittadini sono privati della ricchezza che proviene dall’intimo orgoglio di una condotta morale trasparente!  

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