L’oscura rete che avviluppa il mondo non deve far paura: la Speranza esiste e si chiama Consapevolezza

Più di una volta in questo mio blog mi sono lasciata andare a rimembranze della mia storia e del mio vissuto personale. Cado ancora una volta in tentazione, ma solo per un istante: ricordo che spesso mio padre, fine seppur sconosciuto analista politico – per un suo vezzo direi quasi autocensorio – spesso mi faceva notare come l’inizio delle ostilità contro il suo ‘idolo’, il Duce Benito Mussolini, si dovesse far risalire a decisione unanime dei poteri massonici, che si sentivano minacciati da una ideologia politica che in buona sostanza minava i loro interessi e soprattutto i loro bassi intenti più della semplicistica risposta comunista. L’osservazione mi è sempre apparsa pertinente. Non che io condivida in tutto la sua visione di fervente estimatore del modello mussoliniano. Non mi piace il folklore, l’impostazione maschilista della società, la discriminazione razziale, ma riconosco che senza dubbio alcuni provvedimenti legislativi (soprattutto in materia di politica sociale) attuati dal Fascismo di Mussolini sono quanto di più avanzato le democrazie europee abbiano conosciuto, dai tempi della Rivoluzione Francese. Ad esempio, la scelta politica di imporre alle banche private di depositare il 60% del loro capitale alla Banca d’Italia. Questa disposizione di legge preservava i piccoli risparmiatori dal rischio di fallimento e, in un modello in cui l’iniziativa privata del singolo indipendente aveva indubbiamente molte più possibilità di successo di quanto non sia ai nostri giorni, in fondo finiva per tutelare la Nazione tutta. Naturalmente le varie lobbies massoniche non potevano guardare di buon occhio un regime che le esponesse a tali rischi e, concludeva mio padre, iniziarono a fargli la guerra, prendendo a pretesto le mire coloniali dell’Italia (che francamente anch’io non capisco perché dovevano essere perseguite, visto che a differenza di altri paesi dalla vetusta tradizione coloniale, come ad esempio l’Inghilterra, l’Italia si macchiava del reato di provvedere le popolazioni ‘conquistate’ di infrastrutture ed insediamenti industriali).

Dunque fu la massoneria a decidere di liberarsi di Mussolini? A questa domanda dovrebbero rispondere gli Storici: io non lo sono e non mi permetto di formulare un pronunciamento autorevole. Tuttavia posso comunicare la mia opinione positiva in tal senso. Per quella che può essere la mia umile capacità di giudizio e discernimento, anch’io sono convinta che nella massoneria si celi un grande pericolo per la sussistenza del progresso civile ed umano stabilito a prezzo di grossi sacrifici in secoli di diatribe e scontri non solo intellettuali. Oggi le proteste di piazza in Europa reclamano a gran voce una possibilità di riscatto contro lo strapotere delle lobbies finanziarie che altro non sono che il braccio operativo delle logge massoniche internazionali. Nel mondo arabo forse manca la consapevolezza, ma le cause scatenanti della protesta ritengo siano le medesime. Il che vuol dire che qualunque movimento politico deve confrontarsi con questo oscuro interlocutore. Il problema è che, trattandosi per l’appunto di un interlocutore oscuro, il confronto non è mai paritario e sempre rischioso solo per una delle due parti dialoganti, guardacaso sempre la stessa. Ricordo ancora a me stessa come un certo personaggio che ora credo ambisca ad ergersi quale faro locale di integrità politica e morale (tralasciamo qualunque commento in proposito) in seno ad un movimento che ha la stessa pretesa a carattere nazionale, mi confidò che la sua prima mossa dopo essere stato contattato per assumere una certa visibilità politica territoriale era stata fare richiesta di ammissione nel tessuto massonico. Erano importanti perché ‘muovevano voti’. Ergo, bisognava farsi conoscere in quel consesso, collaborare, se necessario affiliarsi. A quale fine? Assicurarsi la carriera politica. Ritengo questo esempio paradigmatico. La massoneria è un cancro, il vero cancro che affligge secondo me tutto il pianeta. Qualcuno tempo fa mi fece notare che Garibaldi era un massone. Ribadisco che non sono uno Storico e non posso pretendere di esibirmi in un pronunciamento autorevole a riguardo. Sollevo però questa obiezione. Garibaldi ha combattuto (fattivamente, non pro forma) per sostenere i diritti degli umili ed in particolare per creare nell’Italia fino a quel momento autorevolmente definita una ‘espressione geografica’ uno Stato Nazionale Unitario. L’Unificazione Italiana è stata la premessa indispensabile perché si potessero porre le basi per affrontare concretamente la cosiddetta Questione Sociale: ad oggi l’esperienza non ha ancora sortito effetti soddisfacenti anche perché alcuni passi concreti (dovuti ad un Mussolini che forse sotto questo punto di vista andrebbe rivalutato) sono stati cancellati dalle politiche liberiste. Può anche darsi che Garibaldi fosse massone, anche se secondo me il suo carattere era agli antipodi della fredda razionalità che ispira il carattere massonico, ma il suo operato alla fine ha portato a dei risultati in aperto conflitto con le aspettative e le oscure trame massoniche. A riprova del fatto che, come sono e resto convinta, l’invisibile intervento della Provvidenza Divina nella Storia consente di trarre da tutto il meglio ed anche di volgere in bene ciò che in partenza bene non è. Come ribadisce la saggezza popolare, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Posto che sono altrettanto fermamente convinta del fatto che la massoneria abbia collegamenti con le basse sfere più che con le Alte (da un punto di vista teologico) ritengo che una prima seria e concreta opera di normalizzazione del consesso mondiale obiettivamente inquinato da troppi elementi negativi potrebbe consistere in questo: gli Stati, ricuperata la propria sovranità tramite l’operato attivo dei cittadini -non più sudditi di un invisibile potere, ma Uomini capaci di autodeterminarsi- dovrebbero sancire ciascuno nelle proprie costituzioni che la Legge bandisce fattivamente la massoneria e vieta a qualunque suo membro non solo di candidarsi a rappresentare il popolo, ma anche di assumere qualunque ruolo dirigenziale. Se i quadri dirigenti di qualunque livello vengono ripuliti da queste metastasi forse sarà più facile combattere il cancro e magari non ci troveremmo con l’incongruenza di un Centrosinistra che per ultimo, quando fiuta aria di cambiamento, appoggia i quesiti referendari, salvo di fatto fare marcia indietro (piuttosto che addormentarsi sugli allori bisognava fare seriamente opposizione e presentare proposte di legge che concretamente interpretassero l’indirizzo emerso dalle urne!) e poi lasciare a d’Alema il compito di soccorrere un Centrodestra in crisi. Se entrambi sono servi del potere massonico questo atteggiamento non desta alcuna meraviglia.

In uno scenario così apparentemente fosco io, forse ingenuamente, ma non credo, continuo a vedere un elemento positivo di speranza: la Primavera Araba, la Primavera Spagnola e l’Estate Greca sono segni di una rottura importante. Un’assunzione di consapevolezza che, forse lentamente ma inesorabilmente, va dilagando, grazie anche al prezioso contributo di Internet. In questa assunzione di consapevolezza e nelle capacità degli Uomini degni di tale nome che desiderano rimanere tali io vedo la chiave di volta per la salvezza, l’opportunità che dal mio punto di vista è concessa dalla Provvidenza. Riportare l’Uomo al centro del mondo e la Sua Dignità di essere vivente fatto ad Immagine di Dio e non declassato al rango di merce economica è l’unica soluzione dei conflitti e delle crisi che oggi ci tolgono la serenità. La Speranza c’è, esiste, basta essere fermi. Non piacerà alla Massoneria, ma questa, come diceva Falcone della Mafia, è un fenomeno umano (in questo caso direi ispirato da riferimenti diabolici, quindi ancora più vulnerabile) e, come tale, prima o poi avrà una sua inevitabile conclusione. Ultima citazione personale: è inutile che vi agitiate, tanto sempre il Signore vince. Questa volta cito mia nonna.

Ora che anche l’Italia comincia ad avere i suoi martiri è giunto il momento che l’Europa si risvegli!…

Tutti ricordiamo con sommossa ma forse un pò distaccata trepidazione l’episodio che fu alla base della tunisina rivolta dei Gelsomini. Il venditore ambulante pluriqualificato Mohamed Bouazizi, di fronte all’ennesimo sopruso di un sistema di potere immondo, reagisce annientando la propria stessa vita e lo fa nel modo che a noi occidentali appare inusitatamente spropositato: diventando una torcia umana si zittisce per sempre, ma proprio in virtù della modalità del suo suicidio in realtà pronuncia un grido che fa balzare alla ribalta del mondo la situazione di tragica disperazione in cui versa la sua Nazione tutta. Basta poco e quel grido viene raccolto in quasi tutto il bacino del Nord Africa: cadono, come incerti birilli, molti dei regimi dittatoriali che fino a quel momento avevano vivacchiato angheriando i popoli sottoposti al loro Governo. Certo, rimangono in piedi ancora la Questione Siriana e quella Libica per le quali il discorso è più complicato, ma in tutto il bacino del Mediterraneo si respira un’aria di Rinnovamento, una primavera che ricorda molto da vicino il nostro glorioso Risorgimento Italiano. L’accoglienza da parte dell’Europa è però abbastanza tiepida. A parte le prevedibili preoccupazioni dei mercati, ovverosia degli speculatori, i governi sono troppo impegnati nelle questioni interne per prendere in eccessiva considerazione il fenomeno Nordafricano. Presto l’Europa volge lo sguardo altrove con la solita indifferenza che spesso ne caratterizza il miope indirizzo politico e si limita a considerare la questione solo dal punto di vista della difesa delle frontiere ed è come se prendesse coscienza dell’importanza epocale del Movimento dei gelsomini solo nel momento in cui la nostra Lampedusa viene invasa da frotte di disperati che fuggono a vario titolo da una situazione di indubbia difficoltà. A quel punto l’insipienza ormai acclarata del governo italiano fa precipitare la questione, che però continua ad essere trattata dagli Stati membri alla stregua di un problema ‘indigeno’,  che in fondo non ci riguarda. A distanza di qualche settimana, anche la civilissima España scende in piazza. Il pretesto formale è la protesta degli Indignados del Movimiento 15 M, a ridosso delle elezioni Amministrative del 22 Maggio. La gente si affolla in massa alla Puerta del Sol e, nel momento in cui la Giunta Elettorale impone lo sgombero per rispetto della giornata di silenzio preelettorale lancia il suo grido muto che, al pari dell’urlo silenzioso del giovane Mohamed, in realtà squarcia il velo di una indifferenza che non può più mostrarsi tale. A distanza di pochissimi giorni anche la Grecia raccoglie quell’urlo. Intanto, la sempre prudente Italia apparentemente temporeggia, attanagliata da problematiche interne al limite del paradosso, ma in realtà sceglie la via delle urne per urlare un Sì! che in effetti è un potentissimo No! No ad un indirizzo politico che intende subordinare il ruolo del pubblico nella gestione delle risorse comuni ad un fantomatico quanto indefinito intervento privato che, pur non detenendo la formale proprietà delle suddette risorse, in realtà viene a detenere il potere di farne oggetto di lucro. A questo punto l’Europa farebbe bene a chiedersi: Come mai? Perché da una parte all’altra del bacino del Mediterraneo scoppiano moti così incontenibili di rivolta popolare? Vi sono molti punti di contatto fra i vari moti insurrezionali: pressocché universalmente si leva una forte protesta contro una classe politica prona ai voleri delle lobbies massoniche. Una classe politica che, di fatto, indipendentemente dal colore di riferimento, salvaguarda gli interessi della finanza internazionale, facendo pagare agli inermi cittadini lo scotto di una crisi che quella stessa finanza ha determinato per bramosia di guadagno nelle sue speculazioni sempre più ardite. Scommettendo sul fallimento degli Stati, la finanza internazionale fattura profitti praticamente ‘a costo zero’, mentre i cittadini vedono crollare le loro legittime aspettative di una vita sana e dignitosa. A quel punto, la minaccia: la situazione è grave, è necessario sacrificarsi, pena l’inasprimento della stessa. In Italia, un governo fatto di ometti pavidi ed ignoranti cerca di arrabbattarsi al meglio per conservare quei privilegi di casta che nemmeno la cosiddetta ‘opposizione’ mostra di disdegnare, ma la precarietà della situazione si mostra con sempre maggiore urgenza. Così una inqualificabile Lega è costretta a sbandierare lo spauracchio di una secessione che in fondo non conviene nemmeno ai suoi politicanti (invischiati tutti nel sistema di malgoverno, ladrocinio ed illegalità diffusa che ammorba quasi tutta la classe politica nostrana) in quanto si rivelerebbe il suicidio ideale di uno Stato sul quale essi continuano a lucrare prebende e privilegi e, molto più concretamente, in sordina, senza che (come al solito!) un’informazione serva ne dia il giusto risalto, arriva il primo martire Italiano. Certo, non è il primo italiano che si suicida per mancanza di lavoro, ma è forse il primo che denuncia un gesto estremo per mancanza di speranza. Pier Paolo Faggiano lancia un toccante J’accuse: è la mancanza di una prospettiva di occupazione fissa a gettarlo nella condizione di scoramento che ne determinerà il suicidio. Cosa vuol dire mancanza di una occupazione fissa? Vuol dire impossibilità di sottoscrivere un mutuo per l’acquisto di una casa e dunque necessità di rinunciare ad un progetto di vita, ad esempio. Vuol dire vedersi troncati quei diritti che sono stati universalmente sanciti dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789, alla quale si informano tutte le Costituzioni delle odierne Nazioni Europee. Le diffuse rivolte popolari mostrano che in tutta Europa ed in tutto il bacino del Mediterraneo, più che una vaga minaccia, uno spauracchio, la negazione di questi diritti diventa giorno dopo giorno una triste quanto ineluttabile realtà. In Italia probabilmente presto l’informazione drogata ci farà dimenticare di Pier Paolo Faggiano, mentre ancora ci ammorba con i particolari truculenti del delitto Scazzi, senza il minimo rispetto per il dolore della famiglia e la memoria della povera vittima. Ed invece il sacrificio del povero Pier Paolo dovrebbe essere un’imperdibile occasione di riflessione: l’Europa vuole davvero risorgere? Vuole davvero mostrare al mondo la via per il vero progresso? Il progresso non è uno sciupìo di risorse o un consumismo spropositato che arricchisce i ricchi depredando i deboli. Il progresso è la tutela autentica dello Stato Sociale. Progresso significa incentivare ogni cittadino a sviluppare il proprio talento utilizzando con oculatezza le risorse che la Natura gli mette a disposizione, in modo da gratificare se stesso ed il prossimo con un operato industrioso e responsabile. Progresso e Civiltà: un binomio che l’Europa fino al Novecento ha additato al mondo. Oggi vuole davvero riscoprirlo? In questo binomio sta la sua salvezza. Speriamo che non lo comprenda troppo tardi. Continua a leggere

Caro ministro Brunetta, ecco l’Italia migliore!

Nelle ultime ore si sono sollevate numerosissime e doverose polemiche a seguito delle insensate dichiarazioni di un ministro della nostra amata Repubblica (in presenza di cotanto modeste ‘levature’ morali il minuscolo è d’obbligo) su una certa Italia, definita peggiore. A queste dichiarazioni, esternate con proterva e fastidiosa villanìa, questa sì segno inequivocabilmente distintivo del ‘peggio’ cui si intende alludere, vogliamo contrapporre la cronaca di una manifestazione che ha portato ad una piccola ma non trascurabile ribalta l’esempio civico di un’altra Italia, che nel garbo dei suoi naturali rappresentanti si mostra effettivamente come l’Italia migliore.

In una piacevolissima sera di un’ormai prossima estate, in una suggestiva cornice architettonica, un piccolo centro della nobilissima Grecìa Salentina ha avuto l’occasione di premiare, promuovere ed esaltare l’esempio civico di alcune figure di nostri contemporanei, distintesi nella difesa dei valori della solidarietà, dell’umiltà, dell’amore per il prossimo e della conoscenza. Occasione formale, la consegna del premio San Leonardo, conferito dall’Associazione Gruppo San Leonardo di Castrignano dei Greci al Dott. Dino Lefons, decano medico condotto e antesignano della medicina moderna, al Prof. Antonio Greco, docente di Filosofia, scrittore, musicista e maestro di cultura grika, alla memoria del Prof. Angiolino Cotardo, insegnante, studioso e sperimentatore dell’insegnamento nelle scuole della lingua grika, a Pantaleo Corvino, Direttore Sportivo della ACF Fiorentina e, dulcis in fundo, al Dott. Ing. Salvatore Borsellino, fratello dell’eroico Magistrato Paolo.

Caro ministro con la ‘m’ minuscola, forse sarà per ella (con la ‘e’ altrettanto minuscola) motivo di sconcertante sorpresa scoprire le magiche ed ancestrali interconnessioni che si possono riconoscere fra i valori sopra richiamati, di cui l’Associazione organizzatrice del Premio ha inteso riconoscere i destinatari dell’onorificenza come rispettabilissimi rappresentanti. Vede, caro ministro, l’acquisizione di una conoscenza al cui merito potrebbe eventualmente essere riconosciuta la valenza di un Nobel (onoreficenza che come da sua personale e, ci permetta, molto poco elegante dichiarazione, ella ha sacrificato sugli altari del suo impegno politico per il bene di quella stessa cittadinanza che crede di aver il diritto di insultare ad ogni piè sospinto) comporta quale sua naturale conseguenza una disposizione d’animo umile, mille miglia lontana dall’insopportabile spocchia che caratterizza l’ignoranza di molti rappresentanti dell’attuale classe politica di governo. Costoro, incuranti del legittimo sdegno popolare per le scandalose prebende con cui continuano a pascersi mentre la crisi economica determinata dalla loro stessa ingordigia attanaglia sempre più i cittadini che dicono di governare, si trastullano nei vari salotti mediatici disquisendo sul sesso degli angeli e mostrando (coi fatti nel momento stesso in cui li blandiscono con le parole) tutto il loro disprezzo nei confronti di quelli che mostrano di considerare come imbelli sudditi, più che dignitosi elettori cui dover rispondere dell’efficiente adempimento del proprio mandato. La Vera Conoscenza genera, quale sua gemma spontanea, l’Umiltà, ed è da questa vicendevolemente generata: non a caso, come lei mi insegna, Lucifero fu cacciato dal Paradiso per il peccato di Superbia, in cui era caduto proprio per aver millantato una Conoscenza che non poteva competergli. Ma vede, caro ministro, forse sarà il caso che le si spieghi, con parole semplici ed ‘umili’, quale sia l’accezione del termine Umiltà coerente con il contesto cui abbiamo la presunzione di riferirci: non intendiamo parlare dell’umiltà in senso dispregiativo, come assenza di agi economici, forse unica accezione del suo ministeriale dizionario, bensì di quella sana disposizione d’animo che apre al dialogo ed al confronto con l’altro, comunque costruttivo per ambo le parti in causa, ed a seguito del quale ambedue le parti possono maturare una nuova consapevolezza che era prima loro estranea e, dunque, migliorare. L’Umiltà che noi abbiamo come riferimento, si accompagna poi a quell’Amore che sta alla base della ricerca della Vera Conoscenza: e che non può che esprimersi nella sua forma sociale più pura, che i Latini chiamavano ‘pietas’ e che per noi, moderni eredi delle loro vestigia culturali, ha assunto come definizione formale il valore della solidarietà. Come vede, impagabile ministro, questa catena di valori cui s’è fatto riferimento rappresenta una figura etica e morale che non ha prezzo. E’ l’Amore che muove il mondo: ma Amore Vero, sincero, pulito, autentico, che certo non si può incontrare fra le mura delle residenze del ben(bunga)godi cui ella pare sia assiduo frequentatore. Per Amore Paolo Borsellino è morto di una morte atroce: Palermo non gli piaceva ed iniziò ad amarla perché voleva cambiarla. Amandola, decise di accostarsi alla Vera Conoscenza che lo portò all’Umiltà di opporre un cortese quanto fermo diniego ad una candidatura alla Presidenza della nostra Repubblica che avrebbe fatto onore prima di tutto a noi Italiani, stante l’Alta Levatura (con la maiuscola) del personaggio. Per Amore Paolo Borsellino decise di condividere l’acquisita Somma Conoscenza e renderla operativa perseguendo il bene della sua e delle Future Generazioni, con disposizione eticamente solidale.

La Provvidenza Divina tesse i suoi disegni con mirabile maestrìa. Nella stessa sera in cui viene premiato l’impegno di Salvatore Borsellino il quale, umilmente, si definisce solo un ‘catalizzatore’ di consapevolezze e che, sperimentando in prima persona quell’Amore autentico nel cammino (idealmente condiviso col fratello Paolo) di Santiago di Compostela, si sente vocato a riprendere una battaglia etica e civile per un risorgimento morale della nostra amata Patria, vengono attribuiti dei riconoscimenti anche a due insigni cittadini del posto che hanno dedicato le loro energie intellettuali alla promozione di quella particolare traccia che la cultura greca ha lasciato nel territorio salentino quale viva testimonianza di un patrimonio che in molti dovrebbero riscoprire. Ricordiamo di aver visto tempo fa un servizio televisivo in cui si magnificavano le sue non comuni doti di intelligenza e versatilità, grazie alle quali era riuscito nel breve spazio di un’estate ad acquisire il livello di conoscenza delle Lettere Greche necessario all’ammissione alla frequenza del Primo Liceo Classico, provenendo dalla frequenza del Primo Biennio dell’Istituto Magistrale. Ci permetta di dissentire da questa così rosea esaltazione. Le sue recenti esternazioni e soprattutto la modalità di tutte le sue interazioni con l’alter da sè dimostrano che ella non ha in alcun modo colmato quello che non necessariamente è un divario (esistono persone che, pur non avendo spiccato quel salto, hanno avuto accesso alla sostanza di quella conoscenza che a lei sembra del tutto ignota). Forse può averlo fatto nella forma, ma non nella sostanza. Non basta snocciolare paradigmi e declinazioni per dimostrare di aver metabolizzato la Cultura Greca. E’ necessario, tramite la ragionata lettura di quei classici che i paradigmi e le declinazioni consentono solo di gustare nella loro forma originale (apprezzandone così le varie sfumature semantiche ed ideali) vestire un ‘abito’ culturale che è fatto di un Amore che, per dirla con i Greci, diviene Empatia e che noi moderni conosciamo come solidarietà.

Quest’abito Paolo e Salvatore Borsellino lo hanno indossato, ed insieme a loro tutti i rappresentanti dell’Italia Migliore che ella non conosce e che si permette di offendere e calpestare senza nemmeno ascoltarne le istanze: lo hanno indossato oggi e lo consegnano alle generazioni future di una Italia che finalmente s’è desta. Lei, ci permetta, caro ministro, non solo lo ha ignorato, ma ha fatto di molto peggio. Ha consapevolmente deciso di non indossarlo, disprezzandolo quale inutile cencio. Di questo, se non ai tribunali civili e penali, dovrà rispondere al Tribunale della Storia!

L’asino del mio bisnonno ha ancora qualcosa da dire…

La mia adorata Mamma mi raccontava che suo nonno Carmelo, commerciante di sale, aveva un asino buonissimo, docile, forte e servizievole. Il buon Carmelo, uomo onesto ed integerrimo, di sanissimi principi, come usava agli inizi del Secolo Scorso, aveva una numerosissima famiglia. Moglie e dieci figli: in totale dodici bocche da sfamare, tutte sulle spalle del capofamiglia. Così era necessario, indispensabile, che egli traesse dal minimo investimento il massimo profitto. A suo modo anche don Carmelo era un Capitalista. La sua impresa era il commercio del sale, il suo fatturato il guadagno (a volte anche in natura) sulla vendita, la sua forza-lavoro l’asino. Ora l’asino lo accompagnava fedelmente nei suoi giri in lungo ed in largo ed in cambio chiedeva solo un pò d’avena come carburante. Ma le bocche da sfamare erano sempre dodici e l’avena costava. Così il buon nonno Carmelo, a malincuore, un bel giorno gli si avvicinò e, con parole blande, soppesando accuratamente le frasi, con gesti affettuosi e misurati, con fare mellifluo, gli fece capire che, visto che gli affari andavano male, era necessario che, per il bene di tutti, egli si rendesse disponibile ad un sacrificio che, seppur forte da tollerare, sarebbe comunque servito a migliorare le condizioni di tutto il nucleo familiare, di cui la brava bestia sarebbe sempre stata riconosciuta come uno dei principali componenti. L’asino, inorgoglito da tanto inattesa magnanimità, considerò suo dovere imprescindibile rispondere positivamente a quella chiamata e se ne assunse coraggiosamente il carico. Così si diede da fare con alacre solerzia per apportare il proprio contributo alla Causa. Correva tutto il giorno da una parte all’altra come cavallo al galoppo. Carmelo non faceva in tempo a salire in groppa, che l’asino era già in marcia: quanto poi agli incitamenti, erano del tutto superflui. Si rivelava al contrario opportuno qualche sporadico ammonimento a non eccedere nello zelo. A fine giornata però, l’asino trovava una sorpresa poco simpatica: la razione di avena andava progressivamente diminuendo. All’inizio considerò questa come una conseguenza della difficile situazione di ristrettezze economiche che egli, con la sua abnegazione, stava tentando di contrastare. Era in verità un asino molto ingenuo. Era altresì un asino molto buono, e perciò non faceva che aumentare il proprio impegno: al calar della sera rientrava stremato nella propria stalla, dove trovava ad attenderlo una razione di avena ogni giorno più ridotta. Finché una sera la mangiatoia divenne completamente vuota. Il povero Carmelo, che ogni sera lo salutava con un malinconico sospiro perché in fondo gli era tanto affezionato, quella volta si nascose qualche istante per osservare le reazioni dell’animale. Lo abbiamo già detto: l’asino era buono ed ingenuo. Annusò la sua mangiatoia, chinò il muso fino a terra per trovare qualche traccia di cibo e, constatato che non v’era speranza di trovarne, chiuse gli occhi e si addormentò. In piedi, come ogni asino che si rispetti. Carmelo, confortato dalla reazione tutto sommato bonaria del fedele collaboratore, proseguì in questa sua strategia. Eliminando la voce ‘avena’ dal bilancio familiare realizzò un bel risparmio, che gli consentì di acquistare tante belle cosette che prima non poteva permettersi. Piccoli lussi, si badi bene, ché don Carmelo era un uomo giusto e timorato di Dio. Ogni mattina l’asino correva da un capo all’altro del paese per rispettare le sue consegne ed ogni sera si addormentava digiuno, docile e remissivo. Dopo qualche giorno però, don Carmelo si accorse che l’asino aveva l’affanno. Decise allora che forse avrebbe rispettato meglio la tabella di marcia se il buon padrone avesse evitato di salirgli in groppa. Malgrado ciò, giorno dopo giorno l’asino diveniva più lento, finché un bel mattino, recatosi come sempre di buon’ora nella stalla, don Carmelo non vide più il suo buon animale ritto sulle zampe, ma accasciato per terra. Si avvicinò e lo trovò con gli occhi sbarrati e la bava al muso. Da quel momento in poi dovette da solo trascinare sulle sue spalle il sacco carico di sale e a chi, incontrandolo mentre si trascinava lentamente, oberato di quel peso, gli chiedeva: “Compare Carmelo! E il vostro asino?” egli ripeteva: “Ah! Non me lo ricordate! Gran bella bestia! Fedele, docile e mansueto. Ebbe un solo difetto! Mi morì sul più bello, quando gli avevo insegnato a non mangiare!”

 

 

I diritti che in ogni contesto lavorativo sono calpestati giorno dopo giorno sono come l’avena per l’asino del mio bisnonno: se gliela togliamo, prima o poi l’asino muore. E quando l’asino muore cosa accade? Si blocca il processo di sviluppo e il Paese precipita nell’indigenza: naturalmente i grandi gruppi di potere riescono ad ammortizzare bene il colpo per via della caratteristica costitutiva che è loro connaturata, la diffusione globale. Così, speculando sul fallimento degli Stati traggono occasione di lucro e perpetuano il loro circolo vizioso, mentre continuano a ribadire, come fa Marchionne qui in Italia, che le organizzazioni statali sono un peso per le loro aziende. Marchionne lo ha più di una volta sfacciatamente dichiarato: l’Italia è un peso per la Fiat. Ed ha ragione. L’Italia è un peso per la Fiat perché qui non si è ancora del tutto smantellato lo Stato Sociale. Perché esiste ancora la possibilità (che Marchionne ritiene solo teorica e che invece noi tutti speriamo ardentemente abbia una sua implacabile concretezza) che le parti sociali si appellino al Diritto perché vengano riconosciute le loro legittime istanze.

 

 

A questo punto è evidente come si stia realizzando quella che è una vergognosa quanto inesorabile e prevedibile convergenza di interessi. Smantellare lo stato Sociale crea i presupposti per potenziare gli arricchimenti che provengono dalla speculazione finanziaria: è contento Marchionne con le sue stock options. Ma non solo lui, a ben vedere. Lo sono tutti quegli insospettabili volti più o meno noti e ‘rassicuranti’ nella loro popolarità che depositano i capitali all’estero usufruendo dello Scudo Fiscale ‘inventato’ dal Governo Berlusconi. E spesso, ironia della sorte, appartengono a quel settore dello spettacolo radical-chic, sulla carta antiberlusconiano. Indebolire la Magistratura crea le condizioni migliori per far sì che lo smantellamento dello Stato Sociale divenga irrimediabile. Se il Diritto non ha più alcuna rilevanza e ‘libito divien ‘licito in sua legge’, a chi ricorre l’asino del mio bisnonno per rivendicare la sua razione d’avena? Ecco spiegato perché sia così importante ribadire la prevalenza del Diritto sull’Abitrio, ed i cittadini indignati -quel manipolo di ‘stravaganti’ che si sono recati alle urne il 12 e 13 giugno- sembrano averlo perfettamente capito. Oggi è Berlusconi che ha interesse a farsi una legge tutta sua, ma domani potrebbe essere chiunque altro a farlo. Ma, quand’anche si fosse riusciti nell’intento di scavalcare il potere censorio della Magistratura, come la si metterebbe con l’opinione pubblica? Esisterebbe sempre la possibilità che qualche ingenuo ‘cretino’, illuso di vivere in uno Stato di Diritto, avesse l’impudenza di scaldare gli animi e portare ad una sollevazione popolare. Certo, le sollevazioni popolari possono essere represse nel sangue. In fondo anche i comunisti di Stalin e della ferrea nomenklatura cinese hanno fatto così. Carri armati a sfidare il movimento studentesco che lottava per la libertà. Oggi invece sono i grandi liberisti che usano le loro insospettabili armi ‘democratiche’ per reprimere con anche maggiore determinazione e pervicacia qualunque cenno di protesta. E così l’ultimo atto di questa sciagurata ed ignobile strategia è colpire la scuola e la ricerca, dunque la formazione: in ultima analisi, l’Educazione. I cervelli è meglio che espatrino, così non danno fastidio, esattamente come le giovani donne che non riescono a trovare un lavoro consono alle proprie competenze è meglio che sposino un miliardario. Peccato che il mondo non sia fatto solo di nababbi (anzi, con questi sistemi il numero dei nababbi è destinato a decrescere esponenzialmente!) e che se tutti i cervelli espatriano, alla fine la Nazione crolla. E qual è l’obiettivo delle lobbies che stanno alle spalle del fantoccio Bossi e dei suoi degni compari? Esattamente questo. Liberarsi del pesante fardello dello Stato Nazionale Unitario. Ricordiamo il motto latino ‘divide et impera’. Ma questa è una di quelle pericolose massime che si imparano dall’inutile studio del Latino: non a caso la zelante Mrs. Maria Star s’è impegnata a cancellarne al più presto la memoria. Lei stessa non ha ancora ben capito cosa significhi, ma le hanno spiegato che è una pericolosa affermazione sovversiva, che allude a cose che si devono fare ma non si devono dire. Come l’avena: dobbiamo toglierla all’asino, ma che a nessuno scappi detto che lo stiamo facendo! Sarebbe ‘unpolitically correct‘ perché noi siamo in verità dei convinti animalisti. Chi potrebbe sostenere il contrario? Quindi noi aboliamo il Latino ma solo perché dobbiamo dar spazio a materie più formative, che aprono le porte del mercato del lavoro. Un mercato del lavoro che però è come un acquario pieno di barracuda, pronto a divorare il pesce che non abbia la corazza per difendersi. Un sistema informativo dove si ‘creano le notizie ad arte’ per manipolare l’opinione pubblica, povero pesciolino indifeso. Ma come fa il pesce a costruirsi una corazza? Dovrebbe essere in grado di farlo. Come? Possedendo quel minimo substrato culturale che gli consenta di decifrare i messaggi contorti che lo bombardano a destra e a manca da parte di una Informazione il più delle volte farlocca. Essendo in grado di decifrare un documento, di interpretare un tabulato, di leggere fra le righe di un dibattito (anche il più faziosamente guidato) possedendo in buona sostanza delle capacità di astrazione logica che, per quanto possano per accidente essere innate nei più fortunati, rischiano di atrofizzarsi se non opportunamente coltivate. Ora io mi augurerei (anche se so benissimo che questa è purtroppo un’utopia) che ogni Italiano possieda ancora quel minimo grado di lucidità mentale per dedurre da tutto questo che l’annientamento della scuola, unito alla manipolazione dell’informazione e alla promozione dello ‘spettacolo’ spazzatura sono i provvedimenti concreti in cui si attua questo intento astratto di asservimento della dignità del cittadino ad oscure manovre di potere. E si capiscono allora benissimo le sacrosante parole che un giovane studente ha pronunciato durante una delle puntate di ‘Annozero’ con comprensibile emozione: “Siccome noi non vogliamo fuggire dall’Italia, dobbiamo far fuggire questa classe dirigente, che è la peggiore che la nostra Nazione abbia mai avuto!” In questo mi dichiaro pienamente e fermamente d’accordo. La strategia sembra perfettamente delineata e facile da interpretare: un’educazione fiaccata ed indebolita da un esponenziale abbassamento del livello culturale dei mass media e dallo stillicidio creato dalle condizioni disagevoli in cui si costringono gli Istituti Pubblici all’uopo preposti, un’informazione ‘pilotata’ che plasma le opinioni a proprio uso e consumo, ed il risultato sembra scontato: la narcolessia dell’opinione pubblica, che corrisponde anch’essa alla morte dell’asino.

 

 

Esiste però a mio avviso una soluzione. Ancora una volta mi richiamo alla favola dell’asino del mio bisnonno. Se una sera fosse giunta nella stalla, mattarello in resta, la cara bisnonna Agata, a bacchettare l’improvvido marito facendogli notare che la sua balzana idea avrebbe alle lunghe portato alla morte del cavallo -non vogliatemene, ma alle volte è così: le donne in un lampo hanno delle intuizioni che i gentili Signori spesso non riconoscono nemmeno a fatto compiuto!- magari il buon puledro sarebbe ancora lì, con la sua razioncina d’avena, a servire orgoglioso il suo padrone, che intanto avrebbe potuto evitare di farsi carico del pesante fardello sulle sue non giovanissime spalle. E nel nostro caso, mutatis mutandis, chi dovrebbe impersonare il ruolo chiave della bisnonna Agata? Lo Stato! Lo Stato, si badi bene: non la politica! La politica è un coacervo di opportunismi. La politica è il gregge dove in mezzo a qualche sparuto agnello pascolano i lupi mascherati da Scilipoti. La politica è il dantesco bordello dove tutti prima o poi si vendono. La politica, in un contesto in cui i partiti sono completamente ‘scollati’ dalla società civile perché perseguono solo gli interessi di chi li rappresenta, non ha alcun margine di affidabilità. Sono i movimenti civili, che non a caso sono gli unici autenticamente meritocratici, che si fanno effettivo carico delle istanze concrete, che poi solo concrete non sono. E infatti i movimenti civili si sono fatti promotori del ‘passaparola carbonaro’ che ha portato al successo delle tesi dei comitati promotori dei referendum. Cittadini onesti impegnati a difendere i propri insindacabili diritti (e non imbelli nullafacenti, caro Stracquadanio!) che con sacrificio di tempo, energie e passione, hanno sopperito alle mancanze dei mezzi di informazione asserviti ai diktat del potere politico. Ma i movimenti civili non possiedono l’autorevolezza dello Stato. Non possono pretendere di imporre una legittimità che si basi sulla forza. Perché l’unica forza sta nel Diritto e l’unico che potrebbe ragionevolmente imporre la forza del Diritto è lo Stato. Ma non uno Stato pulcinellamente federativo, bensì uno stato solido e coeso che davvero si comporti da Robin Hood: contenendo cioè il divario fra la condizione rosea dei privilegiati e le misere aspettative di coloro che privilegiati non hanno la fortuna di essere.

 

 

Anni fa è stata lucida intuizione politica perseguire l’Unità Europea: Unità intenzionalmente limitata al piano economico, dove in larga misura è fallita proprio perché non poggiava su solide fondamenta politiche. Oggi abbiamo un’Europa in cui un Marchionne viene urbanamente licenziato quando propone agli Stati degni di questo nome un piano industriale non rispettoso delle istanze sociali, partorito solo per favorire le speculazioni finanziarie; ma abbiamo anche un’Europa in cui le condizioni sociali di alcuni Stati di pari dignità storica tendono progressivamente e pericolosamente ad equipararsi al livello del pessimo modello asiatico: non a caso è in questi Stati che lo stesso Marchionne sa di poter essere accolto a braccia aperte. Noi sulla carta diciamo di voler alzare lo standard dei diritti, ma nei fatti pensiamo a cancellarli. Prova ne sia l’involontario lapsus di un pessimo Gasparri, divenuto ormai il cagnolino di una altrettanto pessima lobby finanziaria, che più o meno recitava così: “Noi dobbiamo esportare i diritti nei Paesi in cui i lavoratori sono meno tutelati… per cui… cosa dobbiamo fare? Siccome non possiamo cancellare i diritti…” Come dire: siamo animalisti, non potremmo mai affamare l’asino. Però… gli nascondiamo la biada! In Serbia la fame ha fatto sì che si cedesse già da tempo al ricatto del Marchionne della situazione. I diritti, se mai sono esistiti, sono stati cancellati da lungo tempo, e il caro Sergio lo sa benissimo. In Canada il discorso è leggermente diverso. Non è la fame, ma l’ingordigia dei grandi speculatori ad assicurare al nostro l’impunità.

 

 

L’Italia è in una situazione border-line. Non è ancora completamente tramontato lo Stato di Diritto (e infatti la Consulta ha in qualche modo sanzionato il benedetto (!) lodo Alfano) ma Angelino e Mrs. Maria Star (non a caso indicati come due fra i papabili eredi del premier) si stanno industriando perché venga soffocata al più presto, insieme a questo, ogni sparuta possibilità che qualche facinoroso in futuro riesca a restaurarlo. Naturalmente il tutto con l’avallo di Tremonti, che con i suoi richiami alla ineludibile necessità di una morigerata gestione delle risorse, fornisce la giustificazione ideale che consente ai nostri di dormire sonni tranquilli. Ammesso che in tali illuminate e munifiche menti possa albergare per un solo istante il tarlo del dubbio.

 

 

In conclusione: cosa potrebbe davvero risollevarci? Un Sistema Educativo veramente degno di tale nome, in grado di plasmare una Società fatta di Uomini liberi perché consapevoli di ciò che pensano e fanno che sia in grado di selezionare al suo interno le migliori componenti (con meccanismo autenticamente meritocratico) onde affidare a queste la gestione politica della Res Publica. E tale Sistema Educativo dovrebbe essere premessa insostituibile per l’operato di un sano sistema di Informazione autenticamente indipendente e libera. Il cittadino educato, nel senso più nobile ed alto del termine, possiede gli strumenti di discernimento per valutare la qualità di un sistema di Informazione che gli fornisce la materia prima per il consolidamento di un’opinione politica, laddove l’aggettivo ‘politica’ si richiama al suo valore semantico più autentico, che attiene alla gestione della ‘polis’, in ultima istanza, alle sue necessità concrete, materiali e non solo. Se così fosse in tutti gli Stati Europei (e non solo) avremmo una stabilità economica e politica veramente invidiabile.

 

 

Appare evidente dunque come la questione dei diritti dei lavoratori fino ad oggi tutelati dallo Stato Sociale, le problematiche del mondo dell’Educazione e della Cultura ed infine la necessità di difendere l’indipendenza delle fonti di Informazione siano tematiche fra loro intrinsecamente correlate. Il crollo di una sola di esse compromette gravemente il sano equilibrio del quadro generale: la morte dell’asino ne è l’ultima, funesta ma inevitabile conseguenza.