L’asino del mio bisnonno ha ancora qualcosa da dire…

La mia adorata Mamma mi raccontava che suo nonno Carmelo, commerciante di sale, aveva un asino buonissimo, docile, forte e servizievole. Il buon Carmelo, uomo onesto ed integerrimo, di sanissimi principi, come usava agli inizi del Secolo Scorso, aveva una numerosissima famiglia. Moglie e dieci figli: in totale dodici bocche da sfamare, tutte sulle spalle del capofamiglia. Così era necessario, indispensabile, che egli traesse dal minimo investimento il massimo profitto. A suo modo anche don Carmelo era un Capitalista. La sua impresa era il commercio del sale, il suo fatturato il guadagno (a volte anche in natura) sulla vendita, la sua forza-lavoro l’asino. Ora l’asino lo accompagnava fedelmente nei suoi giri in lungo ed in largo ed in cambio chiedeva solo un pò d’avena come carburante. Ma le bocche da sfamare erano sempre dodici e l’avena costava. Così il buon nonno Carmelo, a malincuore, un bel giorno gli si avvicinò e, con parole blande, soppesando accuratamente le frasi, con gesti affettuosi e misurati, con fare mellifluo, gli fece capire che, visto che gli affari andavano male, era necessario che, per il bene di tutti, egli si rendesse disponibile ad un sacrificio che, seppur forte da tollerare, sarebbe comunque servito a migliorare le condizioni di tutto il nucleo familiare, di cui la brava bestia sarebbe sempre stata riconosciuta come uno dei principali componenti. L’asino, inorgoglito da tanto inattesa magnanimità, considerò suo dovere imprescindibile rispondere positivamente a quella chiamata e se ne assunse coraggiosamente il carico. Così si diede da fare con alacre solerzia per apportare il proprio contributo alla Causa. Correva tutto il giorno da una parte all’altra come cavallo al galoppo. Carmelo non faceva in tempo a salire in groppa, che l’asino era già in marcia: quanto poi agli incitamenti, erano del tutto superflui. Si rivelava al contrario opportuno qualche sporadico ammonimento a non eccedere nello zelo. A fine giornata però, l’asino trovava una sorpresa poco simpatica: la razione di avena andava progressivamente diminuendo. All’inizio considerò questa come una conseguenza della difficile situazione di ristrettezze economiche che egli, con la sua abnegazione, stava tentando di contrastare. Era in verità un asino molto ingenuo. Era altresì un asino molto buono, e perciò non faceva che aumentare il proprio impegno: al calar della sera rientrava stremato nella propria stalla, dove trovava ad attenderlo una razione di avena ogni giorno più ridotta. Finché una sera la mangiatoia divenne completamente vuota. Il povero Carmelo, che ogni sera lo salutava con un malinconico sospiro perché in fondo gli era tanto affezionato, quella volta si nascose qualche istante per osservare le reazioni dell’animale. Lo abbiamo già detto: l’asino era buono ed ingenuo. Annusò la sua mangiatoia, chinò il muso fino a terra per trovare qualche traccia di cibo e, constatato che non v’era speranza di trovarne, chiuse gli occhi e si addormentò. In piedi, come ogni asino che si rispetti. Carmelo, confortato dalla reazione tutto sommato bonaria del fedele collaboratore, proseguì in questa sua strategia. Eliminando la voce ‘avena’ dal bilancio familiare realizzò un bel risparmio, che gli consentì di acquistare tante belle cosette che prima non poteva permettersi. Piccoli lussi, si badi bene, ché don Carmelo era un uomo giusto e timorato di Dio. Ogni mattina l’asino correva da un capo all’altro del paese per rispettare le sue consegne ed ogni sera si addormentava digiuno, docile e remissivo. Dopo qualche giorno però, don Carmelo si accorse che l’asino aveva l’affanno. Decise allora che forse avrebbe rispettato meglio la tabella di marcia se il buon padrone avesse evitato di salirgli in groppa. Malgrado ciò, giorno dopo giorno l’asino diveniva più lento, finché un bel mattino, recatosi come sempre di buon’ora nella stalla, don Carmelo non vide più il suo buon animale ritto sulle zampe, ma accasciato per terra. Si avvicinò e lo trovò con gli occhi sbarrati e la bava al muso. Da quel momento in poi dovette da solo trascinare sulle sue spalle il sacco carico di sale e a chi, incontrandolo mentre si trascinava lentamente, oberato di quel peso, gli chiedeva: “Compare Carmelo! E il vostro asino?” egli ripeteva: “Ah! Non me lo ricordate! Gran bella bestia! Fedele, docile e mansueto. Ebbe un solo difetto! Mi morì sul più bello, quando gli avevo insegnato a non mangiare!”

 

 

I diritti che in ogni contesto lavorativo sono calpestati giorno dopo giorno sono come l’avena per l’asino del mio bisnonno: se gliela togliamo, prima o poi l’asino muore. E quando l’asino muore cosa accade? Si blocca il processo di sviluppo e il Paese precipita nell’indigenza: naturalmente i grandi gruppi di potere riescono ad ammortizzare bene il colpo per via della caratteristica costitutiva che è loro connaturata, la diffusione globale. Così, speculando sul fallimento degli Stati traggono occasione di lucro e perpetuano il loro circolo vizioso, mentre continuano a ribadire, come fa Marchionne qui in Italia, che le organizzazioni statali sono un peso per le loro aziende. Marchionne lo ha più di una volta sfacciatamente dichiarato: l’Italia è un peso per la Fiat. Ed ha ragione. L’Italia è un peso per la Fiat perché qui non si è ancora del tutto smantellato lo Stato Sociale. Perché esiste ancora la possibilità (che Marchionne ritiene solo teorica e che invece noi tutti speriamo ardentemente abbia una sua implacabile concretezza) che le parti sociali si appellino al Diritto perché vengano riconosciute le loro legittime istanze.

 

 

A questo punto è evidente come si stia realizzando quella che è una vergognosa quanto inesorabile e prevedibile convergenza di interessi. Smantellare lo stato Sociale crea i presupposti per potenziare gli arricchimenti che provengono dalla speculazione finanziaria: è contento Marchionne con le sue stock options. Ma non solo lui, a ben vedere. Lo sono tutti quegli insospettabili volti più o meno noti e ‘rassicuranti’ nella loro popolarità che depositano i capitali all’estero usufruendo dello Scudo Fiscale ‘inventato’ dal Governo Berlusconi. E spesso, ironia della sorte, appartengono a quel settore dello spettacolo radical-chic, sulla carta antiberlusconiano. Indebolire la Magistratura crea le condizioni migliori per far sì che lo smantellamento dello Stato Sociale divenga irrimediabile. Se il Diritto non ha più alcuna rilevanza e ‘libito divien ‘licito in sua legge’, a chi ricorre l’asino del mio bisnonno per rivendicare la sua razione d’avena? Ecco spiegato perché sia così importante ribadire la prevalenza del Diritto sull’Abitrio, ed i cittadini indignati -quel manipolo di ‘stravaganti’ che si sono recati alle urne il 12 e 13 giugno- sembrano averlo perfettamente capito. Oggi è Berlusconi che ha interesse a farsi una legge tutta sua, ma domani potrebbe essere chiunque altro a farlo. Ma, quand’anche si fosse riusciti nell’intento di scavalcare il potere censorio della Magistratura, come la si metterebbe con l’opinione pubblica? Esisterebbe sempre la possibilità che qualche ingenuo ‘cretino’, illuso di vivere in uno Stato di Diritto, avesse l’impudenza di scaldare gli animi e portare ad una sollevazione popolare. Certo, le sollevazioni popolari possono essere represse nel sangue. In fondo anche i comunisti di Stalin e della ferrea nomenklatura cinese hanno fatto così. Carri armati a sfidare il movimento studentesco che lottava per la libertà. Oggi invece sono i grandi liberisti che usano le loro insospettabili armi ‘democratiche’ per reprimere con anche maggiore determinazione e pervicacia qualunque cenno di protesta. E così l’ultimo atto di questa sciagurata ed ignobile strategia è colpire la scuola e la ricerca, dunque la formazione: in ultima analisi, l’Educazione. I cervelli è meglio che espatrino, così non danno fastidio, esattamente come le giovani donne che non riescono a trovare un lavoro consono alle proprie competenze è meglio che sposino un miliardario. Peccato che il mondo non sia fatto solo di nababbi (anzi, con questi sistemi il numero dei nababbi è destinato a decrescere esponenzialmente!) e che se tutti i cervelli espatriano, alla fine la Nazione crolla. E qual è l’obiettivo delle lobbies che stanno alle spalle del fantoccio Bossi e dei suoi degni compari? Esattamente questo. Liberarsi del pesante fardello dello Stato Nazionale Unitario. Ricordiamo il motto latino ‘divide et impera’. Ma questa è una di quelle pericolose massime che si imparano dall’inutile studio del Latino: non a caso la zelante Mrs. Maria Star s’è impegnata a cancellarne al più presto la memoria. Lei stessa non ha ancora ben capito cosa significhi, ma le hanno spiegato che è una pericolosa affermazione sovversiva, che allude a cose che si devono fare ma non si devono dire. Come l’avena: dobbiamo toglierla all’asino, ma che a nessuno scappi detto che lo stiamo facendo! Sarebbe ‘unpolitically correct‘ perché noi siamo in verità dei convinti animalisti. Chi potrebbe sostenere il contrario? Quindi noi aboliamo il Latino ma solo perché dobbiamo dar spazio a materie più formative, che aprono le porte del mercato del lavoro. Un mercato del lavoro che però è come un acquario pieno di barracuda, pronto a divorare il pesce che non abbia la corazza per difendersi. Un sistema informativo dove si ‘creano le notizie ad arte’ per manipolare l’opinione pubblica, povero pesciolino indifeso. Ma come fa il pesce a costruirsi una corazza? Dovrebbe essere in grado di farlo. Come? Possedendo quel minimo substrato culturale che gli consenta di decifrare i messaggi contorti che lo bombardano a destra e a manca da parte di una Informazione il più delle volte farlocca. Essendo in grado di decifrare un documento, di interpretare un tabulato, di leggere fra le righe di un dibattito (anche il più faziosamente guidato) possedendo in buona sostanza delle capacità di astrazione logica che, per quanto possano per accidente essere innate nei più fortunati, rischiano di atrofizzarsi se non opportunamente coltivate. Ora io mi augurerei (anche se so benissimo che questa è purtroppo un’utopia) che ogni Italiano possieda ancora quel minimo grado di lucidità mentale per dedurre da tutto questo che l’annientamento della scuola, unito alla manipolazione dell’informazione e alla promozione dello ‘spettacolo’ spazzatura sono i provvedimenti concreti in cui si attua questo intento astratto di asservimento della dignità del cittadino ad oscure manovre di potere. E si capiscono allora benissimo le sacrosante parole che un giovane studente ha pronunciato durante una delle puntate di ‘Annozero’ con comprensibile emozione: “Siccome noi non vogliamo fuggire dall’Italia, dobbiamo far fuggire questa classe dirigente, che è la peggiore che la nostra Nazione abbia mai avuto!” In questo mi dichiaro pienamente e fermamente d’accordo. La strategia sembra perfettamente delineata e facile da interpretare: un’educazione fiaccata ed indebolita da un esponenziale abbassamento del livello culturale dei mass media e dallo stillicidio creato dalle condizioni disagevoli in cui si costringono gli Istituti Pubblici all’uopo preposti, un’informazione ‘pilotata’ che plasma le opinioni a proprio uso e consumo, ed il risultato sembra scontato: la narcolessia dell’opinione pubblica, che corrisponde anch’essa alla morte dell’asino.

 

 

Esiste però a mio avviso una soluzione. Ancora una volta mi richiamo alla favola dell’asino del mio bisnonno. Se una sera fosse giunta nella stalla, mattarello in resta, la cara bisnonna Agata, a bacchettare l’improvvido marito facendogli notare che la sua balzana idea avrebbe alle lunghe portato alla morte del cavallo -non vogliatemene, ma alle volte è così: le donne in un lampo hanno delle intuizioni che i gentili Signori spesso non riconoscono nemmeno a fatto compiuto!- magari il buon puledro sarebbe ancora lì, con la sua razioncina d’avena, a servire orgoglioso il suo padrone, che intanto avrebbe potuto evitare di farsi carico del pesante fardello sulle sue non giovanissime spalle. E nel nostro caso, mutatis mutandis, chi dovrebbe impersonare il ruolo chiave della bisnonna Agata? Lo Stato! Lo Stato, si badi bene: non la politica! La politica è un coacervo di opportunismi. La politica è il gregge dove in mezzo a qualche sparuto agnello pascolano i lupi mascherati da Scilipoti. La politica è il dantesco bordello dove tutti prima o poi si vendono. La politica, in un contesto in cui i partiti sono completamente ‘scollati’ dalla società civile perché perseguono solo gli interessi di chi li rappresenta, non ha alcun margine di affidabilità. Sono i movimenti civili, che non a caso sono gli unici autenticamente meritocratici, che si fanno effettivo carico delle istanze concrete, che poi solo concrete non sono. E infatti i movimenti civili si sono fatti promotori del ‘passaparola carbonaro’ che ha portato al successo delle tesi dei comitati promotori dei referendum. Cittadini onesti impegnati a difendere i propri insindacabili diritti (e non imbelli nullafacenti, caro Stracquadanio!) che con sacrificio di tempo, energie e passione, hanno sopperito alle mancanze dei mezzi di informazione asserviti ai diktat del potere politico. Ma i movimenti civili non possiedono l’autorevolezza dello Stato. Non possono pretendere di imporre una legittimità che si basi sulla forza. Perché l’unica forza sta nel Diritto e l’unico che potrebbe ragionevolmente imporre la forza del Diritto è lo Stato. Ma non uno Stato pulcinellamente federativo, bensì uno stato solido e coeso che davvero si comporti da Robin Hood: contenendo cioè il divario fra la condizione rosea dei privilegiati e le misere aspettative di coloro che privilegiati non hanno la fortuna di essere.

 

 

Anni fa è stata lucida intuizione politica perseguire l’Unità Europea: Unità intenzionalmente limitata al piano economico, dove in larga misura è fallita proprio perché non poggiava su solide fondamenta politiche. Oggi abbiamo un’Europa in cui un Marchionne viene urbanamente licenziato quando propone agli Stati degni di questo nome un piano industriale non rispettoso delle istanze sociali, partorito solo per favorire le speculazioni finanziarie; ma abbiamo anche un’Europa in cui le condizioni sociali di alcuni Stati di pari dignità storica tendono progressivamente e pericolosamente ad equipararsi al livello del pessimo modello asiatico: non a caso è in questi Stati che lo stesso Marchionne sa di poter essere accolto a braccia aperte. Noi sulla carta diciamo di voler alzare lo standard dei diritti, ma nei fatti pensiamo a cancellarli. Prova ne sia l’involontario lapsus di un pessimo Gasparri, divenuto ormai il cagnolino di una altrettanto pessima lobby finanziaria, che più o meno recitava così: “Noi dobbiamo esportare i diritti nei Paesi in cui i lavoratori sono meno tutelati… per cui… cosa dobbiamo fare? Siccome non possiamo cancellare i diritti…” Come dire: siamo animalisti, non potremmo mai affamare l’asino. Però… gli nascondiamo la biada! In Serbia la fame ha fatto sì che si cedesse già da tempo al ricatto del Marchionne della situazione. I diritti, se mai sono esistiti, sono stati cancellati da lungo tempo, e il caro Sergio lo sa benissimo. In Canada il discorso è leggermente diverso. Non è la fame, ma l’ingordigia dei grandi speculatori ad assicurare al nostro l’impunità.

 

 

L’Italia è in una situazione border-line. Non è ancora completamente tramontato lo Stato di Diritto (e infatti la Consulta ha in qualche modo sanzionato il benedetto (!) lodo Alfano) ma Angelino e Mrs. Maria Star (non a caso indicati come due fra i papabili eredi del premier) si stanno industriando perché venga soffocata al più presto, insieme a questo, ogni sparuta possibilità che qualche facinoroso in futuro riesca a restaurarlo. Naturalmente il tutto con l’avallo di Tremonti, che con i suoi richiami alla ineludibile necessità di una morigerata gestione delle risorse, fornisce la giustificazione ideale che consente ai nostri di dormire sonni tranquilli. Ammesso che in tali illuminate e munifiche menti possa albergare per un solo istante il tarlo del dubbio.

 

 

In conclusione: cosa potrebbe davvero risollevarci? Un Sistema Educativo veramente degno di tale nome, in grado di plasmare una Società fatta di Uomini liberi perché consapevoli di ciò che pensano e fanno che sia in grado di selezionare al suo interno le migliori componenti (con meccanismo autenticamente meritocratico) onde affidare a queste la gestione politica della Res Publica. E tale Sistema Educativo dovrebbe essere premessa insostituibile per l’operato di un sano sistema di Informazione autenticamente indipendente e libera. Il cittadino educato, nel senso più nobile ed alto del termine, possiede gli strumenti di discernimento per valutare la qualità di un sistema di Informazione che gli fornisce la materia prima per il consolidamento di un’opinione politica, laddove l’aggettivo ‘politica’ si richiama al suo valore semantico più autentico, che attiene alla gestione della ‘polis’, in ultima istanza, alle sue necessità concrete, materiali e non solo. Se così fosse in tutti gli Stati Europei (e non solo) avremmo una stabilità economica e politica veramente invidiabile.

 

 

Appare evidente dunque come la questione dei diritti dei lavoratori fino ad oggi tutelati dallo Stato Sociale, le problematiche del mondo dell’Educazione e della Cultura ed infine la necessità di difendere l’indipendenza delle fonti di Informazione siano tematiche fra loro intrinsecamente correlate. Il crollo di una sola di esse compromette gravemente il sano equilibrio del quadro generale: la morte dell’asino ne è l’ultima, funesta ma inevitabile conseguenza.

 

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