Ora che anche l’Italia comincia ad avere i suoi martiri è giunto il momento che l’Europa si risvegli!…

Tutti ricordiamo con sommossa ma forse un pò distaccata trepidazione l’episodio che fu alla base della tunisina rivolta dei Gelsomini. Il venditore ambulante pluriqualificato Mohamed Bouazizi, di fronte all’ennesimo sopruso di un sistema di potere immondo, reagisce annientando la propria stessa vita e lo fa nel modo che a noi occidentali appare inusitatamente spropositato: diventando una torcia umana si zittisce per sempre, ma proprio in virtù della modalità del suo suicidio in realtà pronuncia un grido che fa balzare alla ribalta del mondo la situazione di tragica disperazione in cui versa la sua Nazione tutta. Basta poco e quel grido viene raccolto in quasi tutto il bacino del Nord Africa: cadono, come incerti birilli, molti dei regimi dittatoriali che fino a quel momento avevano vivacchiato angheriando i popoli sottoposti al loro Governo. Certo, rimangono in piedi ancora la Questione Siriana e quella Libica per le quali il discorso è più complicato, ma in tutto il bacino del Mediterraneo si respira un’aria di Rinnovamento, una primavera che ricorda molto da vicino il nostro glorioso Risorgimento Italiano. L’accoglienza da parte dell’Europa è però abbastanza tiepida. A parte le prevedibili preoccupazioni dei mercati, ovverosia degli speculatori, i governi sono troppo impegnati nelle questioni interne per prendere in eccessiva considerazione il fenomeno Nordafricano. Presto l’Europa volge lo sguardo altrove con la solita indifferenza che spesso ne caratterizza il miope indirizzo politico e si limita a considerare la questione solo dal punto di vista della difesa delle frontiere ed è come se prendesse coscienza dell’importanza epocale del Movimento dei gelsomini solo nel momento in cui la nostra Lampedusa viene invasa da frotte di disperati che fuggono a vario titolo da una situazione di indubbia difficoltà. A quel punto l’insipienza ormai acclarata del governo italiano fa precipitare la questione, che però continua ad essere trattata dagli Stati membri alla stregua di un problema ‘indigeno’,  che in fondo non ci riguarda. A distanza di qualche settimana, anche la civilissima España scende in piazza. Il pretesto formale è la protesta degli Indignados del Movimiento 15 M, a ridosso delle elezioni Amministrative del 22 Maggio. La gente si affolla in massa alla Puerta del Sol e, nel momento in cui la Giunta Elettorale impone lo sgombero per rispetto della giornata di silenzio preelettorale lancia il suo grido muto che, al pari dell’urlo silenzioso del giovane Mohamed, in realtà squarcia il velo di una indifferenza che non può più mostrarsi tale. A distanza di pochissimi giorni anche la Grecia raccoglie quell’urlo. Intanto, la sempre prudente Italia apparentemente temporeggia, attanagliata da problematiche interne al limite del paradosso, ma in realtà sceglie la via delle urne per urlare un Sì! che in effetti è un potentissimo No! No ad un indirizzo politico che intende subordinare il ruolo del pubblico nella gestione delle risorse comuni ad un fantomatico quanto indefinito intervento privato che, pur non detenendo la formale proprietà delle suddette risorse, in realtà viene a detenere il potere di farne oggetto di lucro. A questo punto l’Europa farebbe bene a chiedersi: Come mai? Perché da una parte all’altra del bacino del Mediterraneo scoppiano moti così incontenibili di rivolta popolare? Vi sono molti punti di contatto fra i vari moti insurrezionali: pressocché universalmente si leva una forte protesta contro una classe politica prona ai voleri delle lobbies massoniche. Una classe politica che, di fatto, indipendentemente dal colore di riferimento, salvaguarda gli interessi della finanza internazionale, facendo pagare agli inermi cittadini lo scotto di una crisi che quella stessa finanza ha determinato per bramosia di guadagno nelle sue speculazioni sempre più ardite. Scommettendo sul fallimento degli Stati, la finanza internazionale fattura profitti praticamente ‘a costo zero’, mentre i cittadini vedono crollare le loro legittime aspettative di una vita sana e dignitosa. A quel punto, la minaccia: la situazione è grave, è necessario sacrificarsi, pena l’inasprimento della stessa. In Italia, un governo fatto di ometti pavidi ed ignoranti cerca di arrabbattarsi al meglio per conservare quei privilegi di casta che nemmeno la cosiddetta ‘opposizione’ mostra di disdegnare, ma la precarietà della situazione si mostra con sempre maggiore urgenza. Così una inqualificabile Lega è costretta a sbandierare lo spauracchio di una secessione che in fondo non conviene nemmeno ai suoi politicanti (invischiati tutti nel sistema di malgoverno, ladrocinio ed illegalità diffusa che ammorba quasi tutta la classe politica nostrana) in quanto si rivelerebbe il suicidio ideale di uno Stato sul quale essi continuano a lucrare prebende e privilegi e, molto più concretamente, in sordina, senza che (come al solito!) un’informazione serva ne dia il giusto risalto, arriva il primo martire Italiano. Certo, non è il primo italiano che si suicida per mancanza di lavoro, ma è forse il primo che denuncia un gesto estremo per mancanza di speranza. Pier Paolo Faggiano lancia un toccante J’accuse: è la mancanza di una prospettiva di occupazione fissa a gettarlo nella condizione di scoramento che ne determinerà il suicidio. Cosa vuol dire mancanza di una occupazione fissa? Vuol dire impossibilità di sottoscrivere un mutuo per l’acquisto di una casa e dunque necessità di rinunciare ad un progetto di vita, ad esempio. Vuol dire vedersi troncati quei diritti che sono stati universalmente sanciti dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789, alla quale si informano tutte le Costituzioni delle odierne Nazioni Europee. Le diffuse rivolte popolari mostrano che in tutta Europa ed in tutto il bacino del Mediterraneo, più che una vaga minaccia, uno spauracchio, la negazione di questi diritti diventa giorno dopo giorno una triste quanto ineluttabile realtà. In Italia probabilmente presto l’informazione drogata ci farà dimenticare di Pier Paolo Faggiano, mentre ancora ci ammorba con i particolari truculenti del delitto Scazzi, senza il minimo rispetto per il dolore della famiglia e la memoria della povera vittima. Ed invece il sacrificio del povero Pier Paolo dovrebbe essere un’imperdibile occasione di riflessione: l’Europa vuole davvero risorgere? Vuole davvero mostrare al mondo la via per il vero progresso? Il progresso non è uno sciupìo di risorse o un consumismo spropositato che arricchisce i ricchi depredando i deboli. Il progresso è la tutela autentica dello Stato Sociale. Progresso significa incentivare ogni cittadino a sviluppare il proprio talento utilizzando con oculatezza le risorse che la Natura gli mette a disposizione, in modo da gratificare se stesso ed il prossimo con un operato industrioso e responsabile. Progresso e Civiltà: un binomio che l’Europa fino al Novecento ha additato al mondo. Oggi vuole davvero riscoprirlo? In questo binomio sta la sua salvezza. Speriamo che non lo comprenda troppo tardi.

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