Etica e Politica

“Tu dirai che da folle io mi comporto;

ma forse di follia m’accusa un folle.”

Sofocle, Antigone

La misura è ormai colma. Questa classe politica va ogni minuto che passa inasprendo il già amaro calice che i cittadini sono costretti a trangugiare. Non basta che siano destinatari dei vitalizi più cospicui a livello europeo e forse planetario, non basta che a quegli stessi vitalizi accedano con risibili tempi di anzianità contributiva, venti volte inferiori alle soglie stabilite per ‘la gente comune’. Non basta che quelle prebende siano ora per ora rinnovate, adeguate all’inflazione – galoppante proprio per via della loro criminale gestione amministrativa – arricchite di centinaia di privilegi al contorno, per citare solo le fonti ‘legali’ del loro ‘welfare’. A tutto ciò si aggiungono le tangenti, le mazzette, le ricompense per i responsabili voltagabbana, le scommesse, le speculazioni, e via dicendo. E non è questione di destra o sinistra. Sono tutti allegramente uniti e compatti nel tutelare i privilegi della casta, che ormai più casta non è: è ‘cosca’, ‘banda’, associazione a delinquere legalizzata. Non v’è più dubbio in proposito. Non v’è più speranza di trovare un briciolo di onestà in nessuna di queste patetiche figure.

Quale allora la soluzione? Darsi all’anarchia? Personalmente giudico questo rimedio peggiore del male. Il proliferare della loro tracotanza si deve proprio all’assenza dello Stato. Mi si obietterà: quale Stato? Se lo Stato sono loro? E io rispondo invece di no. Lo Stato latita da tempo, in Italia. Ma lo Stato non sono questi gaglioffi: lo Stato siamo noi cittadini onesti. Lo ‘Stato’ dei doppiopetti e delle bardature ufficiali latitava ai funerali dei giudici Falcone e Borsellino, perché inviò dei rappresentanti che erano solidali più con i loro carnefici che con le vittime; lo Stato latita ogni qual volta il Diritto soccombe all’interesse economico.

Ma quale Diritto se le leggi le fanno loro? È vero, le leggi le fanno loro. Ma sono leggi degne di osservanza quelle partorite da una classe politica indegna? Beppe Grillo in val di Susa ha giustamente invitato ad andare a cercare i deprecabilissimi ‘black block’ nel Parlamento Italiano: alzi la mano chi si sente del tutto spassionatamente di dargli torto. Ciò però non significa che il Diritto debba considerarsi defunto. Per fortuna non lo hanno ancora del tutto smantellato a proprio uso e consumo: esistono procuratori, magistrati, esponenti delle forze dell’ordine che agiscono con onestà, nel solco di quel Diritto che abbiamo ereditato dalla grande tradizione di Roma (la Roma Imperiale, non la povera Roma di oggi).

A questo proposito mi sovviene l’esempio della Civiltà che ha insegnato al mondo cosa vuol dire essere Uomini e che ha fondato la democrazia. Esistono due gigantesche figure che si fronteggiano nel mito di Tebe: Creonte, incarnazione del ‘potere temporale’ non del tutto limpido e cristallino, ed Antigone, simbolo della ribellione a quel potere, reso cieco dalla propria stessa ingordigia. Se Creonte legifera che la giusta punizione per aver assediato la città è la negazione della sepoltura al fratello Polinice, Antigone ribatte che lei, in quanto sorella, non può lasciare inatteso il richiamo di un’altra legge, la legge degli dei, che a lei impone di curarsi invece della sepoltura di un consanguineo.

“Non Giove a me lanciò simile bando,
né la Giustizia, che dimora insieme
coi Dèmoni d’Averno, onde altre leggi
furono imposte agli uomini; e i tuoi bandi
io non credei che tanta forza avessero
da far sí che le leggi dei Celesti,
non scritte, ed incrollabili, potesse
soverchiare un mortal: ché non adesso
furon sancite, o ieri: eterne vivono
esse; e niuno conosce il dí che nacquero.
E vïolarle e renderne ragione
ai Numi, non potevo io, per timore
d’alcun superbo.

I Greci ci insegnano dunque che esiste un Diritto non scritto nei codici, ma marchiato a fuoco nel cuore delle coscienze. Questo Diritto impone la propria priorità sul diritto spicciolo, plasmato ad arte per favorire interessi che pretendono di calpestare il primo, forti della propria supremazia economica. È alla chiamata di questo Diritto che Antigone risponde, ben sapendo che ciò le costerà la vita.

Oggi questo Diritto chiama anche noi: esige che si operi una scelta di campo. E nello stesso momento ci impone di non cedere al disfattismo, allo scoramento. L’Islanda ci ha mostrato che è possibile cambiare rotta; che se gli infingardi depositari delle nostre deleghe politiche ed amministrative partoriscono provvedimenti scellerati è possibile porvi rimedio in via del tutto pacifica. La Spagna ci dimostra che rivendicare la propria dignità di cittadini contro un potere che ci vuole sudditi non solo è possibile, ma inizia anche a sortire qualche effetto. Il successo referendario di casa nostra ci ha provato che siamo in grado di organizzarci per tutelare interessi macroscopici che vediamo attaccati. Certo, lo scontro non può essere del tutto indolore: non basta dirgli ‘dovreste vergognarvi, eh?’. Vent’anni di Seconda Repubblica ci hanno dimostrato che non demordono, si riciclano; e spesso i loro cloni sono di gran lunga peggiori degli originali. Non molleranno mai l’osso tanto duramente conquistato. Lottano con le unghie e con i denti per strapparselo a vicenda, e quando riescono ad azzannarlo, lo spolpano fino al limite estremo.

Ma i Cittadini non devono perdere la fiducia. Un Diritto ben più alto delle loro leggine esiste ed è quello che fa muovere il mondo. Creonte condannò a morte Antigone, ma proprio per questa scellerata scelta si trovò a piangere il figlio Emone. Se avesse coniugato la sua legge con questo Diritto, ben altra sorte sarebbe toccata alla già provata dinastia di Tebe.

Ora come allora, non si può sfidare questo Diritto impunemente.

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