VENDERE? IO NON VENDO! CASOMAI COMPRO! (SOTTOTITOLO: ARIDATECE BONDI!)

Decisamente debbo appartenere ad una famiglia di arcaiche tradizioni stataliste. E il bello è che non ci avevo mai fatto caso prima d’ora. Per il conseguimento di tanto illuminante consapevolezza devo ringraziare un altro dei nostri ‘ottimi’ ministri di un altrettanto ‘ottimo’ (absit iniuria verbis) governo. Chissà perché, quando c’è in ballo il riferimento a questa accolita di cialtroni proprio non riesco ad utilizzare le maiuscole, mi muoiono fra le dita. Comunque, bando alle ciance. L’autoproclamatosi vate della rivoluzione liberale che mi ha fatto maturare l’orgogliosa consapevolezza di essere portatrice sana di una forma di statalismo pervicace è Giancarlo Galan, già Presidente della Regione Veneto, Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, oggi per nostra sventura Ministro per i Beni e le Attività Culturali. L’ottimo ministro, qualche sera fa, intervistato da un altrettanto ‘ottimo’ (si fa sempre per dire) Oscar Giannino, l’economista con farfallino, occhialetti e barbetta risorgimentale, per intenderci (che ai patrioti del Risorgimento avrebbe fatto orrore) ha solennemente pontificato: la soluzione è VENDERE! VENDERE! VENDERE! Il liberale non ci pensa su nemmeno un momento e vende, non gli interessa, vende! Lo statalista tiene, compra, non vende nulla, neanche una caserma dismessa, tiene tutto quello che è assolutamente superfluo… “Quante cose si potrebbero fare vendendo quel che il pubblico ha?” Già, quante cose! Ad esempio spartirsi il malloppo? Visto che è ormai assodato come la Casta non ci pensi nemmeno lontanamente a non approfittare di quanto può arraffare dalle risorse accumulate negli anni dall’odiata gestione statalista… “Quindi vendiamo anche domani mattina, tutto quel che lo Stato ha… ” e via così dicendo… un susseguirsi di florilegi di trovate geniali di questo non lodevole tenore. Già: perché l’ottimo ministro, non solo da ministro non è in grado di fornire alcun chiarimento su un’ipotesi di finanziamento di un fantomatico restauro di Pompei da parte di aziende francesi che pretendono di imporre un loro progetto e loro maestranze promettendo un finanziamento di duecento milioni di euro, ma nello stesso tempo si scandalizza per il fatto che nel sito archeologico della Penisola secondo per importanza solo al Colosseo, in un’area di sessanta ettari, sia presente un solo punto di ristoro. Ora viene spontaneo chiedersi: chi è il ministro? Noi o lui? Chi dovrebbe essere informato sui dettagli dell’offerta francese? Chi dovrebbe autorizzare un restauro che, nel caso in cui se ne ravveda l’effettiva necessità, dovrebbe prevedere un ampliamento dell’offerta ristorativa nell’area? Magari un redivivo Imperatore Tiberio? O meglio, l’asino che l’Imperatore Caligola nominò senatore? Credo che quest’ultimo si dimostrerebbe ben più all’altezza dell’ottimo Galan. Il quale, a parte il diktat VENDERE! VENDERE! VENDERE! non sembra avere altra intuizione politica. Ebbene, questo semplicistico escamotage mi è sempre stato dipinto come una misera e magra soluzione da adottare quando mancano sì le risorse, ma le risorse intellettive, non già quelle economiche.

La mia è una famiglia di antiche tradizioni imprenditoriali. Non voglio tediare il già fin troppo benevolo lettore riepilogandone i fasti; mi limito solo a ricordare che a cavallo fra le due guerre mondiali fummo fornitori della Real Casa. Poi, una gestione ‘liberale’ dell’impresa di famiglia, all’insegna del motto così entusiasticamente proclamato dal nostro Galan, portò al fallimento della stessa. Curiosamente, il tutto accadde dopo la morte di mia nonna, la quale, mirabile esempio di donna imprenditrice che negli anni della Prima Guerra Mondiale era riuscita non solo a tirare la carretta ma a promuovere lo sviluppo dell’impresa fondata da suo zio, aveva sempre tenuto in piedi la baracca al motto VENDERE? MAI! IO NON VENDO! CASOMAI COMPRO! E giù una serie di articolate considerazioni sull’opportunità di espandere le attività produttive in periodo di crisi per promuovere la crescita economica e dunque migliorare le prospettive future. Sembra di sentir parlare la Marcegaglia, eh? Posso garantire che mia nonna era meglio!

D’altro canto, se si giudicasse indegno di cotanto elevato paragone l’esempio della filippica di mia nonna, basterebbe il divertito commento del regista greco ormai (ahinoi!) naturalizzato francese Costa Gavras, pubblicato nell’ultimo numero del Venerdì di Repubblica, in edicola il ventidue u.s. Ad un impertinente cronista che chiedeva la sua opinione in merito al progetto di vendere le isole greche per finanziare la restituzione del debito, il grande artista prima rimane per un attimo interdetto e poi scoppia in una fragorosa risata. Infine osserva: “E come farà il governo greco a tenere in piedi la sua più grande e redditizia industria, il turismo?  Chiederà in affitto le isole ai privati dopo avergliele vendute?” Indebitandosi esponenzialmente, aggiungiamo noi? Quindi anche in Italia: vendiamo, vendiamo, vendiamo il Colosseo, Pompei, la Valle dei Templi ai privati e poi chiediamoli in affitto per organizzarci le gite turistiche. Va bene che anche l’ottimo Giannino in un rigurgito statalista li definisce beni inalienabili, e che Galan parla di vendita di beni immobili (magari perché siano acquistati a loro insaputa per le classiche due lire da politici che li danno in affitto lucrandoci su ma senza saperlo? scusate la malignità, ma in questi tempi il dubbio è legittimo!). Tuttavia, quando si addentrano nell’argomento Pompei nè l’uno nè l’altro sono in grado di produrre un quadro sensato ed esauriente della situazione. Ed il bello è che uno dei due almeno dovrebbe esserne informato, essendo, udite bene, il ministro. Ma chissà: magari anche a lui le cose le dicono all’ultimo momento. Verrà a sapere che gli hanno venduto Pompei a sua insaputa e sempre a sua insaputa gli hanno elargito un bel ‘presente’ (in natura? girato su conti correnti esteri?) così, tanto per gradire, per il semplice fatto di aver adempiuto con coscienziosa sollecitudine al proprio dovere di ministro di questo mirabile governo, ovvero aver disciplinatamente girato la testa dall’altra parte senza scocciare mentre altri prendevano le decisioni importanti, sicuro come ribadisce di essere che “A Pompei ci sono tutte le premesse per fare benissimo”. Ma fare cosa? Lo stesso non lo sa. Sa soltanto che vuol dare concessioni ai privati, farsele pagare e poi fare gestire ai privati senza starci troppo su a pensare. L’importante è combattere l’odiato Stato che “produce panettoni o fa cappuccini nei musei”. Magari lo desterà da questo suo disciplinato disinteresse qualche altro crollo nella suddetta Pompei. Ma giureremmo che ad un così entusiasta difensore dell’ipotesi liberale non passerà nemmeno per l’anticamera del cevello l’idea di dimettersi dalla sua poltrona, in quel caso. Forse è il caso di dirlo: ARIDATECE BONDI!!!!!!!!!!!!

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