L’Etica del Tempo

Sono convinta che nella vita nulla avvenga per caso.
Da qualche tempo rifletto sulla aberrante strategia del neoliberismo che mercifica l’Uomo a proprio uso e consumo e che lo fa imponendo delle categorie etiche e sociali che ne oltraggiano la Dignità. Questa strategia comprende un azzeramento delle identità degli Individui e dei Popoli a fini strumentali e la costruzione di una enorme ed indistinta melassa globale dove chiunque sulla carta potrebbe ambire ad uno status di cittadinanza superiore, ma dove nei fatti ognuno di noi comuni mortali vede ridotti al minimo indispensabile i diritti propri di quello status, nell’ottica miserabile che mira ad imporre la necessità del primato dell’interesse economico.
Una delle significative cartine di tornasole di questo malsano andazzo è la concezione del tempo propria delle società in cui impera il neoliberismo.
La conferma di questo mio convincimento mi è venuta già da alcuni interessanti saggi di Alessandro Di Battista ed è stata ulteriormente ribadita dalla lettura dell’ultimo libro dello stesso e suffragata poi dagli altrettanto interessanti spunti di riflessione che mi ha suggerito la pubblicazione di Andrea Marcolongo, LA LINGUA GENIALE. Riporto un brano che mi ha particolarmente colpito del lavoro di Di Battista:
“Chi ha tempo non aspetti tempo” si dice in Italia. In America Latina rispondono “Hay mas tiempo que vida”…. Eduardo Galeano… dice che l’utopia è come l’orizzonte, serve a camminare: “Mi avvicino di due passi e quella si allontana di altri dieci passi e l’orizzonte corre via per altri dieci passi. Posso camminare molto, moltissimo, ma non la raggiungerò mai. A che serve l’utopia? Serve a questo: a camminare”.
A dimostrazione che il tempo è una categoria dello spirito che induce un cambiamento ontologico del soggetto cui si riferisce e non una scansione metodica attuata a fini puramente utilitaristici. Il Tempo serve a camminare, cioè a modificare lo stato del soggetto che compie l’azione. Questa modifica può essere frutto di una imposizione necessaria, oppure può essere frutto di una scelta libera.
Del resto, la riflessione della Marcolongo sul carattere distintivo dell’espressione linguistica greca che rifugge da una idea quantitativa del tempo in favore dell’aspetto qualitativo dell’azione non fa che confermare la mia intuizione che nelle civiltà realmente superiori non è vero che “Il tempo è denaro”, ma che il tempo è una convenzione che deve essere gestita dall’uomo e che non può invece farne il proprio schiavo.
Nell’ottica neoliberista i pochi scandiscono le lancette dell’orologio dei molti che riducono ad elementi di un ingranaggio: così spersonalizzata, l’identità di ciascuno diviene ben misera cosa e dunque la si può agevolmente annientare in favore del Bene Supremo: la Necessità del Profitto. Cosa che non sarebbe mai balenata in mente ai Greci, che infatti non concepivano il tempo come una successione ordinata di eventi, ma solo sulla base degli effetti qualitativi che il semplice verificarsi, la modalità con cui si può verificare o l’intenzionalità che soggiace al verificarsi di un evento possono indurre.
Dice la Marcolongo: “I Greci si esprimevano in un modo che considerava l’effetto delle azioni sui parlanti. Loro, LIBERI, si chiedevano sempre COME. Noi, PRIGIONIERI, ci chiediamo sempre QUANDO.” E continua osservando che per i Greci vi erano tre diverse concezioni aspettuali del verbo: la linea retta (esaminare l’azione descritta dal verbo nel suo fluire, esaltandone solo l’aspetto fluente, propria del tema presente) la concezione puntuale (esaminare solo il verificarsi dell’evento come idea universale, come se fosse una fotografia istantanea, propria del tema aoristo) e infine la concezione circolare (assumere l’azione descritta come evento ormai cristallizzato nella sua attualizzazione, ma di cui si continuano a ‘respirare’ le conseguenze sia in positivo che in negativo, propria del tema perfetto).
E’ una singolare caratteristica non solo di un espressione linguistica formale, ma del carattere distintivo di un Popolo. I Greci non avevano la frenesia del tempo propria dei moderni. Non utilizzavano il tempo solo per produrre e infatti partorivano Cose Grandi. Dalle grandi riflessioni filosofiche di Socrate, alle meravigliose opere di ingegneria ed architettura dell’età di Pericle, passando per le intramontabili riflessioni etiche e morali della tragediografia classica.
Oggi invece la mercificazione del tempo ci fa tutti schiavi. Osserva Di Battista che “Più si va a sud e più i tempi si dilatano…. Sono le scelte delle persone… che stabiliscono la realizzazione di una certa attività. In Africa nera, soprattutto, il tempo non è un padrone assoluto…. In Africa il tempo non ti cattura, non ti lega, non ti castra, sei tu che lo puoi controllare, sei tu che te ne puoi servire. E chissà che non sia proprio per questo che anche i bambini più piccoli ballano come fenomeni. Per me danzano sul mondo perché sono dominatori del tempo.” E non a caso, i popoli del Sud non sono ancora stati inquinati dal diktat neoliberista, che come faceva nell’Ottocento li vuole semplicemente schiavi, trasferendo in Europa quelli che un tempo trasferiva nelle colonie delle Nuove Indie.
Le vere Culture hanno invece una diversa sensibilità del tempo. Non lo considerano come lo sterile funzionamento di un ingranaggio, ma come una realtà consustanziale ad un evento: in potenza o in atto, diremmo con Aristotele, ma anche in animo di verificarsi. Sono libere e svolazzano al vento della creatività, producendo molto più e molto meglio di quanto non consenta alle pseudoculture liberiste la schiavitù del tempo da ottimizzare per ricavare il massimo profitto, che crea eserciti di frustrate maschere del terrore, aggrappate ad un ingranaggio che le schiaccia, ma di cui sono state indotte a non poter fare a meno.
Curioso mi appare che questo modo qualitativo di ‘sentire il tempo’ sia molto più in linea con le recenti acquisizioni della Fisica, che trovano il culmine nelle Leggi della Relatività di Einstein. L’esistenza dei buchi neri conferma che il tempo è qualcosa di molto diverso da quello che concepiamo come entità assoluta newtoniana e che sta alla base dell’etica neoliberista. Tempo e spazio sono intimamente correlati, al punto che una contrazione dell’uno comporta una variazione dell’altro e viceversa: dunque il tempo non è una spada di Damocle sulle nostre vite, ma una realtà ontologica che dovremmo essere in grado di dominare, come saggiamente facevano i Greci, come saggiamente fanno i Popoli non ancora inquinati dalla spazzatura neoliberista. Forse dovremmo recuperare questa concezione alta del tempo, per (ri)conquistarci un minimo di felicità. L’uomo non può essere felice forzando la Natura, il naturale Ordine delle Cose. E l’Uomo dovrebbe, sempre e comunque, aspirare alla propria compiuta Felicità.
L’Etica del Tempo non è poi un tema di così marginale rilievo. Ce lo insegna la lezione dei Greci nostri progenitori, ce lo ricorda la Saggezza dei Popoli la cui Dignità non dovremmo permetterci di calpestare con un falso buonismo radical chic che nasconde i moderni mercanti di schiavi sotto le maschere di falsi mecenati, infidi come farisei.
Riconquistare l’Etica del Tempo ci porterebbe a conquistare una dimensione umana molto più felice e realizzata.
Personalmente mi auguro che questa sottile sensibilità diventi presto patrimonio indiscusso di una Civiltà rinnovata anche per via di un ritrovato impegno civico, sociale e politico del singolo che non si abbandona al fatalismo della delega, ma che si butta nella mischia dell’Azione, conscio dei propri limiti, ma sicuro delle proprie risorse.
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