Ora che anche l’Italia comincia ad avere i suoi martiri è giunto il momento che l’Europa si risvegli!…

Tutti ricordiamo con sommossa ma forse un pò distaccata trepidazione l’episodio che fu alla base della tunisina rivolta dei Gelsomini. Il venditore ambulante pluriqualificato Mohamed Bouazizi, di fronte all’ennesimo sopruso di un sistema di potere immondo, reagisce annientando la propria stessa vita e lo fa nel modo che a noi occidentali appare inusitatamente spropositato: diventando una torcia umana si zittisce per sempre, ma proprio in virtù della modalità del suo suicidio in realtà pronuncia un grido che fa balzare alla ribalta del mondo la situazione di tragica disperazione in cui versa la sua Nazione tutta. Basta poco e quel grido viene raccolto in quasi tutto il bacino del Nord Africa: cadono, come incerti birilli, molti dei regimi dittatoriali che fino a quel momento avevano vivacchiato angheriando i popoli sottoposti al loro Governo. Certo, rimangono in piedi ancora la Questione Siriana e quella Libica per le quali il discorso è più complicato, ma in tutto il bacino del Mediterraneo si respira un’aria di Rinnovamento, una primavera che ricorda molto da vicino il nostro glorioso Risorgimento Italiano. L’accoglienza da parte dell’Europa è però abbastanza tiepida. A parte le prevedibili preoccupazioni dei mercati, ovverosia degli speculatori, i governi sono troppo impegnati nelle questioni interne per prendere in eccessiva considerazione il fenomeno Nordafricano. Presto l’Europa volge lo sguardo altrove con la solita indifferenza che spesso ne caratterizza il miope indirizzo politico e si limita a considerare la questione solo dal punto di vista della difesa delle frontiere ed è come se prendesse coscienza dell’importanza epocale del Movimento dei gelsomini solo nel momento in cui la nostra Lampedusa viene invasa da frotte di disperati che fuggono a vario titolo da una situazione di indubbia difficoltà. A quel punto l’insipienza ormai acclarata del governo italiano fa precipitare la questione, che però continua ad essere trattata dagli Stati membri alla stregua di un problema ‘indigeno’,  che in fondo non ci riguarda. A distanza di qualche settimana, anche la civilissima España scende in piazza. Il pretesto formale è la protesta degli Indignados del Movimiento 15 M, a ridosso delle elezioni Amministrative del 22 Maggio. La gente si affolla in massa alla Puerta del Sol e, nel momento in cui la Giunta Elettorale impone lo sgombero per rispetto della giornata di silenzio preelettorale lancia il suo grido muto che, al pari dell’urlo silenzioso del giovane Mohamed, in realtà squarcia il velo di una indifferenza che non può più mostrarsi tale. A distanza di pochissimi giorni anche la Grecia raccoglie quell’urlo. Intanto, la sempre prudente Italia apparentemente temporeggia, attanagliata da problematiche interne al limite del paradosso, ma in realtà sceglie la via delle urne per urlare un Sì! che in effetti è un potentissimo No! No ad un indirizzo politico che intende subordinare il ruolo del pubblico nella gestione delle risorse comuni ad un fantomatico quanto indefinito intervento privato che, pur non detenendo la formale proprietà delle suddette risorse, in realtà viene a detenere il potere di farne oggetto di lucro. A questo punto l’Europa farebbe bene a chiedersi: Come mai? Perché da una parte all’altra del bacino del Mediterraneo scoppiano moti così incontenibili di rivolta popolare? Vi sono molti punti di contatto fra i vari moti insurrezionali: pressocché universalmente si leva una forte protesta contro una classe politica prona ai voleri delle lobbies massoniche. Una classe politica che, di fatto, indipendentemente dal colore di riferimento, salvaguarda gli interessi della finanza internazionale, facendo pagare agli inermi cittadini lo scotto di una crisi che quella stessa finanza ha determinato per bramosia di guadagno nelle sue speculazioni sempre più ardite. Scommettendo sul fallimento degli Stati, la finanza internazionale fattura profitti praticamente ‘a costo zero’, mentre i cittadini vedono crollare le loro legittime aspettative di una vita sana e dignitosa. A quel punto, la minaccia: la situazione è grave, è necessario sacrificarsi, pena l’inasprimento della stessa. In Italia, un governo fatto di ometti pavidi ed ignoranti cerca di arrabbattarsi al meglio per conservare quei privilegi di casta che nemmeno la cosiddetta ‘opposizione’ mostra di disdegnare, ma la precarietà della situazione si mostra con sempre maggiore urgenza. Così una inqualificabile Lega è costretta a sbandierare lo spauracchio di una secessione che in fondo non conviene nemmeno ai suoi politicanti (invischiati tutti nel sistema di malgoverno, ladrocinio ed illegalità diffusa che ammorba quasi tutta la classe politica nostrana) in quanto si rivelerebbe il suicidio ideale di uno Stato sul quale essi continuano a lucrare prebende e privilegi e, molto più concretamente, in sordina, senza che (come al solito!) un’informazione serva ne dia il giusto risalto, arriva il primo martire Italiano. Certo, non è il primo italiano che si suicida per mancanza di lavoro, ma è forse il primo che denuncia un gesto estremo per mancanza di speranza. Pier Paolo Faggiano lancia un toccante J’accuse: è la mancanza di una prospettiva di occupazione fissa a gettarlo nella condizione di scoramento che ne determinerà il suicidio. Cosa vuol dire mancanza di una occupazione fissa? Vuol dire impossibilità di sottoscrivere un mutuo per l’acquisto di una casa e dunque necessità di rinunciare ad un progetto di vita, ad esempio. Vuol dire vedersi troncati quei diritti che sono stati universalmente sanciti dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789, alla quale si informano tutte le Costituzioni delle odierne Nazioni Europee. Le diffuse rivolte popolari mostrano che in tutta Europa ed in tutto il bacino del Mediterraneo, più che una vaga minaccia, uno spauracchio, la negazione di questi diritti diventa giorno dopo giorno una triste quanto ineluttabile realtà. In Italia probabilmente presto l’informazione drogata ci farà dimenticare di Pier Paolo Faggiano, mentre ancora ci ammorba con i particolari truculenti del delitto Scazzi, senza il minimo rispetto per il dolore della famiglia e la memoria della povera vittima. Ed invece il sacrificio del povero Pier Paolo dovrebbe essere un’imperdibile occasione di riflessione: l’Europa vuole davvero risorgere? Vuole davvero mostrare al mondo la via per il vero progresso? Il progresso non è uno sciupìo di risorse o un consumismo spropositato che arricchisce i ricchi depredando i deboli. Il progresso è la tutela autentica dello Stato Sociale. Progresso significa incentivare ogni cittadino a sviluppare il proprio talento utilizzando con oculatezza le risorse che la Natura gli mette a disposizione, in modo da gratificare se stesso ed il prossimo con un operato industrioso e responsabile. Progresso e Civiltà: un binomio che l’Europa fino al Novecento ha additato al mondo. Oggi vuole davvero riscoprirlo? In questo binomio sta la sua salvezza. Speriamo che non lo comprenda troppo tardi. Continua a leggere

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Caro ministro Brunetta, ecco l’Italia migliore!

Nelle ultime ore si sono sollevate numerosissime e doverose polemiche a seguito delle insensate dichiarazioni di un ministro della nostra amata Repubblica (in presenza di cotanto modeste ‘levature’ morali il minuscolo è d’obbligo) su una certa Italia, definita peggiore. A queste dichiarazioni, esternate con proterva e fastidiosa villanìa, questa sì segno inequivocabilmente distintivo del ‘peggio’ cui si intende alludere, vogliamo contrapporre la cronaca di una manifestazione che ha portato ad una piccola ma non trascurabile ribalta l’esempio civico di un’altra Italia, che nel garbo dei suoi naturali rappresentanti si mostra effettivamente come l’Italia migliore.

In una piacevolissima sera di un’ormai prossima estate, in una suggestiva cornice architettonica, un piccolo centro della nobilissima Grecìa Salentina ha avuto l’occasione di premiare, promuovere ed esaltare l’esempio civico di alcune figure di nostri contemporanei, distintesi nella difesa dei valori della solidarietà, dell’umiltà, dell’amore per il prossimo e della conoscenza. Occasione formale, la consegna del premio San Leonardo, conferito dall’Associazione Gruppo San Leonardo di Castrignano dei Greci al Dott. Dino Lefons, decano medico condotto e antesignano della medicina moderna, al Prof. Antonio Greco, docente di Filosofia, scrittore, musicista e maestro di cultura grika, alla memoria del Prof. Angiolino Cotardo, insegnante, studioso e sperimentatore dell’insegnamento nelle scuole della lingua grika, a Pantaleo Corvino, Direttore Sportivo della ACF Fiorentina e, dulcis in fundo, al Dott. Ing. Salvatore Borsellino, fratello dell’eroico Magistrato Paolo.

Caro ministro con la ‘m’ minuscola, forse sarà per ella (con la ‘e’ altrettanto minuscola) motivo di sconcertante sorpresa scoprire le magiche ed ancestrali interconnessioni che si possono riconoscere fra i valori sopra richiamati, di cui l’Associazione organizzatrice del Premio ha inteso riconoscere i destinatari dell’onorificenza come rispettabilissimi rappresentanti. Vede, caro ministro, l’acquisizione di una conoscenza al cui merito potrebbe eventualmente essere riconosciuta la valenza di un Nobel (onoreficenza che come da sua personale e, ci permetta, molto poco elegante dichiarazione, ella ha sacrificato sugli altari del suo impegno politico per il bene di quella stessa cittadinanza che crede di aver il diritto di insultare ad ogni piè sospinto) comporta quale sua naturale conseguenza una disposizione d’animo umile, mille miglia lontana dall’insopportabile spocchia che caratterizza l’ignoranza di molti rappresentanti dell’attuale classe politica di governo. Costoro, incuranti del legittimo sdegno popolare per le scandalose prebende con cui continuano a pascersi mentre la crisi economica determinata dalla loro stessa ingordigia attanaglia sempre più i cittadini che dicono di governare, si trastullano nei vari salotti mediatici disquisendo sul sesso degli angeli e mostrando (coi fatti nel momento stesso in cui li blandiscono con le parole) tutto il loro disprezzo nei confronti di quelli che mostrano di considerare come imbelli sudditi, più che dignitosi elettori cui dover rispondere dell’efficiente adempimento del proprio mandato. La Vera Conoscenza genera, quale sua gemma spontanea, l’Umiltà, ed è da questa vicendevolemente generata: non a caso, come lei mi insegna, Lucifero fu cacciato dal Paradiso per il peccato di Superbia, in cui era caduto proprio per aver millantato una Conoscenza che non poteva competergli. Ma vede, caro ministro, forse sarà il caso che le si spieghi, con parole semplici ed ‘umili’, quale sia l’accezione del termine Umiltà coerente con il contesto cui abbiamo la presunzione di riferirci: non intendiamo parlare dell’umiltà in senso dispregiativo, come assenza di agi economici, forse unica accezione del suo ministeriale dizionario, bensì di quella sana disposizione d’animo che apre al dialogo ed al confronto con l’altro, comunque costruttivo per ambo le parti in causa, ed a seguito del quale ambedue le parti possono maturare una nuova consapevolezza che era prima loro estranea e, dunque, migliorare. L’Umiltà che noi abbiamo come riferimento, si accompagna poi a quell’Amore che sta alla base della ricerca della Vera Conoscenza: e che non può che esprimersi nella sua forma sociale più pura, che i Latini chiamavano ‘pietas’ e che per noi, moderni eredi delle loro vestigia culturali, ha assunto come definizione formale il valore della solidarietà. Come vede, impagabile ministro, questa catena di valori cui s’è fatto riferimento rappresenta una figura etica e morale che non ha prezzo. E’ l’Amore che muove il mondo: ma Amore Vero, sincero, pulito, autentico, che certo non si può incontrare fra le mura delle residenze del ben(bunga)godi cui ella pare sia assiduo frequentatore. Per Amore Paolo Borsellino è morto di una morte atroce: Palermo non gli piaceva ed iniziò ad amarla perché voleva cambiarla. Amandola, decise di accostarsi alla Vera Conoscenza che lo portò all’Umiltà di opporre un cortese quanto fermo diniego ad una candidatura alla Presidenza della nostra Repubblica che avrebbe fatto onore prima di tutto a noi Italiani, stante l’Alta Levatura (con la maiuscola) del personaggio. Per Amore Paolo Borsellino decise di condividere l’acquisita Somma Conoscenza e renderla operativa perseguendo il bene della sua e delle Future Generazioni, con disposizione eticamente solidale.

La Provvidenza Divina tesse i suoi disegni con mirabile maestrìa. Nella stessa sera in cui viene premiato l’impegno di Salvatore Borsellino il quale, umilmente, si definisce solo un ‘catalizzatore’ di consapevolezze e che, sperimentando in prima persona quell’Amore autentico nel cammino (idealmente condiviso col fratello Paolo) di Santiago di Compostela, si sente vocato a riprendere una battaglia etica e civile per un risorgimento morale della nostra amata Patria, vengono attribuiti dei riconoscimenti anche a due insigni cittadini del posto che hanno dedicato le loro energie intellettuali alla promozione di quella particolare traccia che la cultura greca ha lasciato nel territorio salentino quale viva testimonianza di un patrimonio che in molti dovrebbero riscoprire. Ricordiamo di aver visto tempo fa un servizio televisivo in cui si magnificavano le sue non comuni doti di intelligenza e versatilità, grazie alle quali era riuscito nel breve spazio di un’estate ad acquisire il livello di conoscenza delle Lettere Greche necessario all’ammissione alla frequenza del Primo Liceo Classico, provenendo dalla frequenza del Primo Biennio dell’Istituto Magistrale. Ci permetta di dissentire da questa così rosea esaltazione. Le sue recenti esternazioni e soprattutto la modalità di tutte le sue interazioni con l’alter da sè dimostrano che ella non ha in alcun modo colmato quello che non necessariamente è un divario (esistono persone che, pur non avendo spiccato quel salto, hanno avuto accesso alla sostanza di quella conoscenza che a lei sembra del tutto ignota). Forse può averlo fatto nella forma, ma non nella sostanza. Non basta snocciolare paradigmi e declinazioni per dimostrare di aver metabolizzato la Cultura Greca. E’ necessario, tramite la ragionata lettura di quei classici che i paradigmi e le declinazioni consentono solo di gustare nella loro forma originale (apprezzandone così le varie sfumature semantiche ed ideali) vestire un ‘abito’ culturale che è fatto di un Amore che, per dirla con i Greci, diviene Empatia e che noi moderni conosciamo come solidarietà.

Quest’abito Paolo e Salvatore Borsellino lo hanno indossato, ed insieme a loro tutti i rappresentanti dell’Italia Migliore che ella non conosce e che si permette di offendere e calpestare senza nemmeno ascoltarne le istanze: lo hanno indossato oggi e lo consegnano alle generazioni future di una Italia che finalmente s’è desta. Lei, ci permetta, caro ministro, non solo lo ha ignorato, ma ha fatto di molto peggio. Ha consapevolmente deciso di non indossarlo, disprezzandolo quale inutile cencio. Di questo, se non ai tribunali civili e penali, dovrà rispondere al Tribunale della Storia!

L’asino del mio bisnonno ha ancora qualcosa da dire…

La mia adorata Mamma mi raccontava che suo nonno Carmelo, commerciante di sale, aveva un asino buonissimo, docile, forte e servizievole. Il buon Carmelo, uomo onesto ed integerrimo, di sanissimi principi, come usava agli inizi del Secolo Scorso, aveva una numerosissima famiglia. Moglie e dieci figli: in totale dodici bocche da sfamare, tutte sulle spalle del capofamiglia. Così era necessario, indispensabile, che egli traesse dal minimo investimento il massimo profitto. A suo modo anche don Carmelo era un Capitalista. La sua impresa era il commercio del sale, il suo fatturato il guadagno (a volte anche in natura) sulla vendita, la sua forza-lavoro l’asino. Ora l’asino lo accompagnava fedelmente nei suoi giri in lungo ed in largo ed in cambio chiedeva solo un pò d’avena come carburante. Ma le bocche da sfamare erano sempre dodici e l’avena costava. Così il buon nonno Carmelo, a malincuore, un bel giorno gli si avvicinò e, con parole blande, soppesando accuratamente le frasi, con gesti affettuosi e misurati, con fare mellifluo, gli fece capire che, visto che gli affari andavano male, era necessario che, per il bene di tutti, egli si rendesse disponibile ad un sacrificio che, seppur forte da tollerare, sarebbe comunque servito a migliorare le condizioni di tutto il nucleo familiare, di cui la brava bestia sarebbe sempre stata riconosciuta come uno dei principali componenti. L’asino, inorgoglito da tanto inattesa magnanimità, considerò suo dovere imprescindibile rispondere positivamente a quella chiamata e se ne assunse coraggiosamente il carico. Così si diede da fare con alacre solerzia per apportare il proprio contributo alla Causa. Correva tutto il giorno da una parte all’altra come cavallo al galoppo. Carmelo non faceva in tempo a salire in groppa, che l’asino era già in marcia: quanto poi agli incitamenti, erano del tutto superflui. Si rivelava al contrario opportuno qualche sporadico ammonimento a non eccedere nello zelo. A fine giornata però, l’asino trovava una sorpresa poco simpatica: la razione di avena andava progressivamente diminuendo. All’inizio considerò questa come una conseguenza della difficile situazione di ristrettezze economiche che egli, con la sua abnegazione, stava tentando di contrastare. Era in verità un asino molto ingenuo. Era altresì un asino molto buono, e perciò non faceva che aumentare il proprio impegno: al calar della sera rientrava stremato nella propria stalla, dove trovava ad attenderlo una razione di avena ogni giorno più ridotta. Finché una sera la mangiatoia divenne completamente vuota. Il povero Carmelo, che ogni sera lo salutava con un malinconico sospiro perché in fondo gli era tanto affezionato, quella volta si nascose qualche istante per osservare le reazioni dell’animale. Lo abbiamo già detto: l’asino era buono ed ingenuo. Annusò la sua mangiatoia, chinò il muso fino a terra per trovare qualche traccia di cibo e, constatato che non v’era speranza di trovarne, chiuse gli occhi e si addormentò. In piedi, come ogni asino che si rispetti. Carmelo, confortato dalla reazione tutto sommato bonaria del fedele collaboratore, proseguì in questa sua strategia. Eliminando la voce ‘avena’ dal bilancio familiare realizzò un bel risparmio, che gli consentì di acquistare tante belle cosette che prima non poteva permettersi. Piccoli lussi, si badi bene, ché don Carmelo era un uomo giusto e timorato di Dio. Ogni mattina l’asino correva da un capo all’altro del paese per rispettare le sue consegne ed ogni sera si addormentava digiuno, docile e remissivo. Dopo qualche giorno però, don Carmelo si accorse che l’asino aveva l’affanno. Decise allora che forse avrebbe rispettato meglio la tabella di marcia se il buon padrone avesse evitato di salirgli in groppa. Malgrado ciò, giorno dopo giorno l’asino diveniva più lento, finché un bel mattino, recatosi come sempre di buon’ora nella stalla, don Carmelo non vide più il suo buon animale ritto sulle zampe, ma accasciato per terra. Si avvicinò e lo trovò con gli occhi sbarrati e la bava al muso. Da quel momento in poi dovette da solo trascinare sulle sue spalle il sacco carico di sale e a chi, incontrandolo mentre si trascinava lentamente, oberato di quel peso, gli chiedeva: “Compare Carmelo! E il vostro asino?” egli ripeteva: “Ah! Non me lo ricordate! Gran bella bestia! Fedele, docile e mansueto. Ebbe un solo difetto! Mi morì sul più bello, quando gli avevo insegnato a non mangiare!”

 

 

I diritti che in ogni contesto lavorativo sono calpestati giorno dopo giorno sono come l’avena per l’asino del mio bisnonno: se gliela togliamo, prima o poi l’asino muore. E quando l’asino muore cosa accade? Si blocca il processo di sviluppo e il Paese precipita nell’indigenza: naturalmente i grandi gruppi di potere riescono ad ammortizzare bene il colpo per via della caratteristica costitutiva che è loro connaturata, la diffusione globale. Così, speculando sul fallimento degli Stati traggono occasione di lucro e perpetuano il loro circolo vizioso, mentre continuano a ribadire, come fa Marchionne qui in Italia, che le organizzazioni statali sono un peso per le loro aziende. Marchionne lo ha più di una volta sfacciatamente dichiarato: l’Italia è un peso per la Fiat. Ed ha ragione. L’Italia è un peso per la Fiat perché qui non si è ancora del tutto smantellato lo Stato Sociale. Perché esiste ancora la possibilità (che Marchionne ritiene solo teorica e che invece noi tutti speriamo ardentemente abbia una sua implacabile concretezza) che le parti sociali si appellino al Diritto perché vengano riconosciute le loro legittime istanze.

 

 

A questo punto è evidente come si stia realizzando quella che è una vergognosa quanto inesorabile e prevedibile convergenza di interessi. Smantellare lo stato Sociale crea i presupposti per potenziare gli arricchimenti che provengono dalla speculazione finanziaria: è contento Marchionne con le sue stock options. Ma non solo lui, a ben vedere. Lo sono tutti quegli insospettabili volti più o meno noti e ‘rassicuranti’ nella loro popolarità che depositano i capitali all’estero usufruendo dello Scudo Fiscale ‘inventato’ dal Governo Berlusconi. E spesso, ironia della sorte, appartengono a quel settore dello spettacolo radical-chic, sulla carta antiberlusconiano. Indebolire la Magistratura crea le condizioni migliori per far sì che lo smantellamento dello Stato Sociale divenga irrimediabile. Se il Diritto non ha più alcuna rilevanza e ‘libito divien ‘licito in sua legge’, a chi ricorre l’asino del mio bisnonno per rivendicare la sua razione d’avena? Ecco spiegato perché sia così importante ribadire la prevalenza del Diritto sull’Abitrio, ed i cittadini indignati -quel manipolo di ‘stravaganti’ che si sono recati alle urne il 12 e 13 giugno- sembrano averlo perfettamente capito. Oggi è Berlusconi che ha interesse a farsi una legge tutta sua, ma domani potrebbe essere chiunque altro a farlo. Ma, quand’anche si fosse riusciti nell’intento di scavalcare il potere censorio della Magistratura, come la si metterebbe con l’opinione pubblica? Esisterebbe sempre la possibilità che qualche ingenuo ‘cretino’, illuso di vivere in uno Stato di Diritto, avesse l’impudenza di scaldare gli animi e portare ad una sollevazione popolare. Certo, le sollevazioni popolari possono essere represse nel sangue. In fondo anche i comunisti di Stalin e della ferrea nomenklatura cinese hanno fatto così. Carri armati a sfidare il movimento studentesco che lottava per la libertà. Oggi invece sono i grandi liberisti che usano le loro insospettabili armi ‘democratiche’ per reprimere con anche maggiore determinazione e pervicacia qualunque cenno di protesta. E così l’ultimo atto di questa sciagurata ed ignobile strategia è colpire la scuola e la ricerca, dunque la formazione: in ultima analisi, l’Educazione. I cervelli è meglio che espatrino, così non danno fastidio, esattamente come le giovani donne che non riescono a trovare un lavoro consono alle proprie competenze è meglio che sposino un miliardario. Peccato che il mondo non sia fatto solo di nababbi (anzi, con questi sistemi il numero dei nababbi è destinato a decrescere esponenzialmente!) e che se tutti i cervelli espatriano, alla fine la Nazione crolla. E qual è l’obiettivo delle lobbies che stanno alle spalle del fantoccio Bossi e dei suoi degni compari? Esattamente questo. Liberarsi del pesante fardello dello Stato Nazionale Unitario. Ricordiamo il motto latino ‘divide et impera’. Ma questa è una di quelle pericolose massime che si imparano dall’inutile studio del Latino: non a caso la zelante Mrs. Maria Star s’è impegnata a cancellarne al più presto la memoria. Lei stessa non ha ancora ben capito cosa significhi, ma le hanno spiegato che è una pericolosa affermazione sovversiva, che allude a cose che si devono fare ma non si devono dire. Come l’avena: dobbiamo toglierla all’asino, ma che a nessuno scappi detto che lo stiamo facendo! Sarebbe ‘unpolitically correct‘ perché noi siamo in verità dei convinti animalisti. Chi potrebbe sostenere il contrario? Quindi noi aboliamo il Latino ma solo perché dobbiamo dar spazio a materie più formative, che aprono le porte del mercato del lavoro. Un mercato del lavoro che però è come un acquario pieno di barracuda, pronto a divorare il pesce che non abbia la corazza per difendersi. Un sistema informativo dove si ‘creano le notizie ad arte’ per manipolare l’opinione pubblica, povero pesciolino indifeso. Ma come fa il pesce a costruirsi una corazza? Dovrebbe essere in grado di farlo. Come? Possedendo quel minimo substrato culturale che gli consenta di decifrare i messaggi contorti che lo bombardano a destra e a manca da parte di una Informazione il più delle volte farlocca. Essendo in grado di decifrare un documento, di interpretare un tabulato, di leggere fra le righe di un dibattito (anche il più faziosamente guidato) possedendo in buona sostanza delle capacità di astrazione logica che, per quanto possano per accidente essere innate nei più fortunati, rischiano di atrofizzarsi se non opportunamente coltivate. Ora io mi augurerei (anche se so benissimo che questa è purtroppo un’utopia) che ogni Italiano possieda ancora quel minimo grado di lucidità mentale per dedurre da tutto questo che l’annientamento della scuola, unito alla manipolazione dell’informazione e alla promozione dello ‘spettacolo’ spazzatura sono i provvedimenti concreti in cui si attua questo intento astratto di asservimento della dignità del cittadino ad oscure manovre di potere. E si capiscono allora benissimo le sacrosante parole che un giovane studente ha pronunciato durante una delle puntate di ‘Annozero’ con comprensibile emozione: “Siccome noi non vogliamo fuggire dall’Italia, dobbiamo far fuggire questa classe dirigente, che è la peggiore che la nostra Nazione abbia mai avuto!” In questo mi dichiaro pienamente e fermamente d’accordo. La strategia sembra perfettamente delineata e facile da interpretare: un’educazione fiaccata ed indebolita da un esponenziale abbassamento del livello culturale dei mass media e dallo stillicidio creato dalle condizioni disagevoli in cui si costringono gli Istituti Pubblici all’uopo preposti, un’informazione ‘pilotata’ che plasma le opinioni a proprio uso e consumo, ed il risultato sembra scontato: la narcolessia dell’opinione pubblica, che corrisponde anch’essa alla morte dell’asino.

 

 

Esiste però a mio avviso una soluzione. Ancora una volta mi richiamo alla favola dell’asino del mio bisnonno. Se una sera fosse giunta nella stalla, mattarello in resta, la cara bisnonna Agata, a bacchettare l’improvvido marito facendogli notare che la sua balzana idea avrebbe alle lunghe portato alla morte del cavallo -non vogliatemene, ma alle volte è così: le donne in un lampo hanno delle intuizioni che i gentili Signori spesso non riconoscono nemmeno a fatto compiuto!- magari il buon puledro sarebbe ancora lì, con la sua razioncina d’avena, a servire orgoglioso il suo padrone, che intanto avrebbe potuto evitare di farsi carico del pesante fardello sulle sue non giovanissime spalle. E nel nostro caso, mutatis mutandis, chi dovrebbe impersonare il ruolo chiave della bisnonna Agata? Lo Stato! Lo Stato, si badi bene: non la politica! La politica è un coacervo di opportunismi. La politica è il gregge dove in mezzo a qualche sparuto agnello pascolano i lupi mascherati da Scilipoti. La politica è il dantesco bordello dove tutti prima o poi si vendono. La politica, in un contesto in cui i partiti sono completamente ‘scollati’ dalla società civile perché perseguono solo gli interessi di chi li rappresenta, non ha alcun margine di affidabilità. Sono i movimenti civili, che non a caso sono gli unici autenticamente meritocratici, che si fanno effettivo carico delle istanze concrete, che poi solo concrete non sono. E infatti i movimenti civili si sono fatti promotori del ‘passaparola carbonaro’ che ha portato al successo delle tesi dei comitati promotori dei referendum. Cittadini onesti impegnati a difendere i propri insindacabili diritti (e non imbelli nullafacenti, caro Stracquadanio!) che con sacrificio di tempo, energie e passione, hanno sopperito alle mancanze dei mezzi di informazione asserviti ai diktat del potere politico. Ma i movimenti civili non possiedono l’autorevolezza dello Stato. Non possono pretendere di imporre una legittimità che si basi sulla forza. Perché l’unica forza sta nel Diritto e l’unico che potrebbe ragionevolmente imporre la forza del Diritto è lo Stato. Ma non uno Stato pulcinellamente federativo, bensì uno stato solido e coeso che davvero si comporti da Robin Hood: contenendo cioè il divario fra la condizione rosea dei privilegiati e le misere aspettative di coloro che privilegiati non hanno la fortuna di essere.

 

 

Anni fa è stata lucida intuizione politica perseguire l’Unità Europea: Unità intenzionalmente limitata al piano economico, dove in larga misura è fallita proprio perché non poggiava su solide fondamenta politiche. Oggi abbiamo un’Europa in cui un Marchionne viene urbanamente licenziato quando propone agli Stati degni di questo nome un piano industriale non rispettoso delle istanze sociali, partorito solo per favorire le speculazioni finanziarie; ma abbiamo anche un’Europa in cui le condizioni sociali di alcuni Stati di pari dignità storica tendono progressivamente e pericolosamente ad equipararsi al livello del pessimo modello asiatico: non a caso è in questi Stati che lo stesso Marchionne sa di poter essere accolto a braccia aperte. Noi sulla carta diciamo di voler alzare lo standard dei diritti, ma nei fatti pensiamo a cancellarli. Prova ne sia l’involontario lapsus di un pessimo Gasparri, divenuto ormai il cagnolino di una altrettanto pessima lobby finanziaria, che più o meno recitava così: “Noi dobbiamo esportare i diritti nei Paesi in cui i lavoratori sono meno tutelati… per cui… cosa dobbiamo fare? Siccome non possiamo cancellare i diritti…” Come dire: siamo animalisti, non potremmo mai affamare l’asino. Però… gli nascondiamo la biada! In Serbia la fame ha fatto sì che si cedesse già da tempo al ricatto del Marchionne della situazione. I diritti, se mai sono esistiti, sono stati cancellati da lungo tempo, e il caro Sergio lo sa benissimo. In Canada il discorso è leggermente diverso. Non è la fame, ma l’ingordigia dei grandi speculatori ad assicurare al nostro l’impunità.

 

 

L’Italia è in una situazione border-line. Non è ancora completamente tramontato lo Stato di Diritto (e infatti la Consulta ha in qualche modo sanzionato il benedetto (!) lodo Alfano) ma Angelino e Mrs. Maria Star (non a caso indicati come due fra i papabili eredi del premier) si stanno industriando perché venga soffocata al più presto, insieme a questo, ogni sparuta possibilità che qualche facinoroso in futuro riesca a restaurarlo. Naturalmente il tutto con l’avallo di Tremonti, che con i suoi richiami alla ineludibile necessità di una morigerata gestione delle risorse, fornisce la giustificazione ideale che consente ai nostri di dormire sonni tranquilli. Ammesso che in tali illuminate e munifiche menti possa albergare per un solo istante il tarlo del dubbio.

 

 

In conclusione: cosa potrebbe davvero risollevarci? Un Sistema Educativo veramente degno di tale nome, in grado di plasmare una Società fatta di Uomini liberi perché consapevoli di ciò che pensano e fanno che sia in grado di selezionare al suo interno le migliori componenti (con meccanismo autenticamente meritocratico) onde affidare a queste la gestione politica della Res Publica. E tale Sistema Educativo dovrebbe essere premessa insostituibile per l’operato di un sano sistema di Informazione autenticamente indipendente e libera. Il cittadino educato, nel senso più nobile ed alto del termine, possiede gli strumenti di discernimento per valutare la qualità di un sistema di Informazione che gli fornisce la materia prima per il consolidamento di un’opinione politica, laddove l’aggettivo ‘politica’ si richiama al suo valore semantico più autentico, che attiene alla gestione della ‘polis’, in ultima istanza, alle sue necessità concrete, materiali e non solo. Se così fosse in tutti gli Stati Europei (e non solo) avremmo una stabilità economica e politica veramente invidiabile.

 

 

Appare evidente dunque come la questione dei diritti dei lavoratori fino ad oggi tutelati dallo Stato Sociale, le problematiche del mondo dell’Educazione e della Cultura ed infine la necessità di difendere l’indipendenza delle fonti di Informazione siano tematiche fra loro intrinsecamente correlate. Il crollo di una sola di esse compromette gravemente il sano equilibrio del quadro generale: la morte dell’asino ne è l’ultima, funesta ma inevitabile conseguenza.

 

Perché l’uscita del premier potrebbe non essere solo una battuta infelice

Non credo sia il caso di indulgere in catastrofismi. Tuttavia, le stesse parole pronunciate da Celentano durante la trasmissione Annozero dello scorso 12 Maggio, decise nella sostanza, quanto leggere nei toni, dimostrano che la mia potrebbe essere un’intuizione forse non isolata. Il nostro premier attacca gli oppositori (o almeno una parte dei suoi oppositori), accusandoli di scarsa igiene personale. Se una frase del genere fosse stata pronunciata solo qualche decennio fa sarebbe risultata risibile, oltre che offensiva, in quanto una carica istituzionale, per quanto corrotta, non avrebbe mai ritenuto consono al proprio ruolo l’abbandono di quel minimo di aplomb (appunto istituzionale) in favore di temi di una tale spicciola quotidianità. Ma, in mancanza di argomentazioni serie atte a difendere il proprio operato, forse ci si può aggrappare anche a questo. Il fatto che i dati Istat nelle ultime ore abbiano riportato il quadro di un Paese che non cresce, a differenza di quanto fanno Spagna, Germania e Francia magari è ritenuto un argomento non appropriato al giusto decoro della carica istituzionale. Eppure immagino che i suddetti Paesi si collochino in quella stessa Europa che sta affrontando un’immane crisi finanziaria internazionale e nello stesso momento storico in cui la sta affrontando l’attuale Governo Italiano, o forse stiamo viaggiando con la macchina del tempo in un luogo al mondo sconosciuto? Chissà, potrebbe essere… In ogni caso, quella pronunciata dal nostro Presidente del Consiglio potrebbe non essere una semplice battuta, nè una poco rilevante caduta di stile.

Se i cittadini Italiani non apprezzeranno in tempo l’importanza della consultazione referendaria sull’acqua pubblica, uno scenario in cui anche la stessa cura dell’igiene personale diventi appannaggio dei ceti privilegiati potrebbe non rivelarsi tanto fantascientifico. Perché il quesito su cui i cittadini sono chiamati a pronunciarsi riguarda la ratifica di un principio legislativo  che personalmente ritengo aberrante: alle strutture pubbliche è di fatto imposto l’obbligo di concedere ai privati la gestione delle risorse idriche. “Il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali avviene, in via ordinaria, a favore di imprenditori o di società in qualunque forma costituite individuati mediante procedure competitive ad evidenza pubblica, nel rispetto dei principi del Trattato che istituisce la Comunità europea e dei principi generali relativi ai contratti pubblici e, in particolare, dei principi di economicità, efficacia, imparzialità, trasparenza, adeguata pubblicità, non discriminazione, parità di trattamento, mutuo riconoscimento, proporzionalità” (Legge 6 Agosto 2008, n.133, art.23bis, comma 2). Proprio così: non è data facoltà, bensì, nonostante la contestuale e contraddittoria affermazione del comma 5 “Ferma restando la proprietà pubblica delle reti, la loro gestione può essere affidata a soggetti privati“, è in buona sostanza fatto obbligo agli enti pubblici di affidare la gestione dei Servizi di Interesse Generale (fra i quali la gestione delle Risorse Idriche, e non solo) ad imprenditori e società in qualunque forma costituite. Ciò vuol dire che è impossibile, una volta adempiuto l’obbligo, esercitare un qualunque controllo pubblico sulla suddetta gestione, compresa la calmierazione delle tariffe, che dovrebbe essere funzione principale dello Stato. Tralasciando la magistrale ed ipocrita scelta della forma espositiva in cui si pronuncia tale obbligo legislativo (si asserisce infatti che l’affidamento ai privati è la via ordinaria per la gestione del servizio, il che significa che qualunque altra forma di gestione, compresa quella pubblica, va intesa come ‘extra’-ordinaria) è la sostanza della norma che senza alcun dubbio va fortemente contestata e contrastata. I cosiddetti SIG (Servizi di Interesse Generale) non possono infatti essere oggetto di alcun tipo di speculazione in uno Stato degno di questo nome, altrimenti si rischia di scivolare in uno scenario da Far West: lo stesso che regolamenta la Sanità Pubblica Americana, per modificare il quale il Presidente degli Usa Barack Obama ha di recente combattuto una durissima quanto ammirevole battaglia politica contro le lobbies che manovrano nell’ombra le scelte del Congresso Americano. Tanto più che questa trovata legislativa si inserisce nel quadro della preesistente normativa (promulgata nell’Aprile del 2006, dal Governo Berlusconi III) : “La tariffa costituisce il corrispettivo del servizio idrico integrato ed è determinata tenendo conto della qualità della risorsa idrica e del servizio fornito, delle opere e degli adeguamenti necessari, dell’entità dei costi di gestione delle opere, dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito e dei costi di gestione delle aree di salvaguardia, nonché di una quota parte dei costi di funzionamento dell’Autorità d’ambito, in modo che sia assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio secondo il principio del recupero dei costi e secondo il principio “chi inquina paga”. Tutte le quote della tariffa del servizio idrico integrato hanno natura di corrispettivo.“(Decreto Legislativo n. 152 del 3 Aprile 2006, art. 154, comma 1). In soldoni, gli enti pubblici devono delegare ai privati la riscossione dei tributi imposti sui servizi idrici e i privati hanno piena facoltà (“La tariffa è applicata dai soggetti gestori, nel rispetto della Convenzione e del relativo disciplinare.” (Ibidem, comma 5) ) di stabilire a propria discrezione l’adeguatezza della tariffa imposta ai cittadini alla remunerazione del capitale investito. Il che significa che un privato può ritenere di dover ricavare dalla gestione del servizio idrico un certo utile X ed ha piena facoltà, a norma di legge, di fissare una tariffa che gli garantisca tale utile, anche se questa dovesse dimostrarsi esosa per il cittadino. Da qui allo scenario illustrato in uno spot dei comitati promotori del referendum (un contatore a moneta che conferisce al cittadino l’acqua strettamente necessaria all’espletamento delle funzioni di prima necessità, fra le quali appunto l’igiene personale) il passo è breve.

Se i cittadini prenderanno sotto gamba l’opportunità duramente conquistata dai comitati promotori di esprimersi su un tema di così primario interesse, il rischio è che la norma metta all’asta le risorse idriche che diverranno appannaggio dei privilegiati. A quel punto, se il ‘gettone’ per una doccia mattutina venisse a costare cinque o dieci euro è chiaro che l’operaio sottopagato o il professore precario che deve sopravvivere al Nord con uno stipendio di poco più di mille euro al mese, pagando un affitto che spesso si aggira sulle cinquecento, dovranno seriamente porsi il problema se sono in grado di permettersi il lusso di una doccia quotidiana. Lo stesso vale per tutti i dipendenti (pubblici o privati) che non hanno facoltà di decidere sull’adeguatezza del compenso ricevuto per le proprie prestazioni professionali alla remunerazione del capitale investito (che in quel caso non è solo vile pecunia, ma anni di sacrifici intellettuali e/o sforzi fisici e materiali). Ricordo una citazione di una mia vecchia antologia: “I poveri non sono sporchi per scelta, ma perché devono scegliere tra comprare il pane e comprare il sapone”. Questa citazione, in caso del fallimento del referendum, andrebbe aggiornata: “I poveri non sono sporchi per scelta, ma perché devono scegliere fra bere l’acqua, oppure usarla per lavarsi.” Mi si obietterà che malgrado la crisi anche i cassaintegrati continuano a bere acqua minerale. Vero: ma è altrettanto vero che calano i consumi, si impoveriscono i risparmi ed aumentano le vendite patrimoniali. Questo significherà pure qualcosa? Magari l’alternativa è imparare tutti a ‘rubare’ per garantirsi la sopravvivenza, ed in effetti è ciò che purtroppo spesso accade, ma quanta tristezza in uno Stato in cui i cittadini sono privati della ricchezza che proviene dall’intimo orgoglio di una condotta morale trasparente!  

Il modello del cattolico italiano: don Abbondio o Padre Cristoforo?

Le ultime dichiarazioni di alcuni autorevoli esponenti della Chiesa Cattolica suggeriscono argomenti di seria riflessione politica, ma non solo. La contrapposizione è fra due scuole di pensiero e suggerisce un richiamo a due grandi figure, così sapientemente ritratte in quello che fino a qualche tempo fa si considerava il capolavoro della nostra Letteratura: i Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Mi riferisco alle figure di don Abbondio e padre Cristoforo. Don Abbondio è il manifesto di un ‘habitus mentale’ che purtroppo oggi sembra essere diventato dominante nel panorama delle nostre ‘virtù civiche’. Intendo naturalmente limitarmi a considerare il (ristretto? speriamo di no!) ambito della popolazione che ancora conserva il gusto dell’onestà e del rispetto delle Istituzioni, oltre che della legalità. Il sillogismo di don Abbondio si può tratteggiare in questi termini: io mi schiero dalla parte del più forte, ma intanto, siccome non si sa mai, le parti potrebbero sempre capovolgersi, guardo con tenera indulgenza a quello che momentaneamente mostra di essere più debole, esortandolo con lo sguardo a diventare lui il più forte, così da poter contare sul mio appoggio (“Perché non diventate Voi il più forte, cosicché io mi possa schierere dalla parte Vostra?”). Così alcuni atteggiamenti, non tanto delle gerarchie ecclesiastiche quanto di quel sottobosco del mondo laicale che si illude di poter consolidare e tutelare privilegi di casta ‘turandosi il naso’ di fronte a comportamenti (istituzionali, non solo privati!) eticamente deprecabili, inducono l’opinione pubblica generale in un pericoloso ‘stato di rassegnazione’ che favorisce gli speculatori (finanziari, ma non solo, anche ‘etici’). C’è la crisi, non è colpa di Berlusconi se stiamo male. E’ vero, c’è la crisi: ma la crisi c’era anche nel 1929, quando i provvedimenti adottati dall’allora governo fascista per incentivare lo sviluppo delle risorse economiche nazionali non solo risparmiavano all’Italia il pesante tributo in termini di regressione pagato dalle altre Nazioni europee e dagli USA, ma (elemento di verità storica che va riconosciuto) portavano anche  al consolidamento della struttura di quello stesso Stato Sociale che oggi invece una cosiddetta ‘destra’, serva del potere delle plutocrazie (tanto invise al suo tradizionale e storico mentore) sta vergognosamente procedendo a smantellare. La crisi pertanto non può essere presa come pretesto, come facile elemento di discolpa. C’è la crisi e dunque ci arrendiamo ad istituzionalizzare l’arbitrio del più forte? C’è la crisi e dunque partoriamo provvedimenti legislativi che tutelano gli speculatori finanziari, le banche, le assicurazioni e schiacciano i produttori dei beni economici reali, il ceto medio, i dipendenti statali? Perché oggi molto più che anche solo cinque anni fa è più frequente che un ingegnere si trovi costretto a far domanda per l’insegnamento nella speranza di trovare una collocazione lavorativa che nemmeno in quel campo risulta ormai scontata? Perché ci sono troppi laureati? Forse è vero che negli ultimi anni l’imbarbarimento della formazione scolastica ed universitaria ha prodotto catastrofici effetti, ma è anche vero che NON SI INCENTIVA LO SVILUPPO e dunque non si può incentivare l’occupazione. In tutto questo come si colloca l’atteggiamento civico del cattolico? Il cattolico dovrebbe perseguire come obiettivo l’attualizzazione di un sistema quanto più vicino alla Dottrina Sociale della Chiesa, che certo non può ammettere che si schiaccino i diritti dei più deboli per favorire l’arricchimento dei più forti. Infatti gli esponenti più illuminati del mondo cattolico (il Cardinale Tettamanzi fra le alte gerarchie e don Luigi Ciotti, quale rappresentante del clero che opera in prima linea nel sociale) giustamente levano il dito contro quei comportamenti istituzionali che oltre a rappresentare i segni di un arbitrio etico e morale, testimoniano una miopia politica pericolosa. Perché istituzionalizzare l’abuso della legge significa sovvertire tutte le regole, anche quelle che tutelano i privati cittadini gli uni contro gli altri. Questi sacerdoti illuminati incarnano il modello di padre Cristoforo, vero seguace di Cristo, che, di fronte all’arroganza del potere di un meschino don Rodrigo, leva il dito e ribadisce: “Verrà un giorno…”. Senza cedere alla violenza, il padre Cristoforo denuncia l’arbitrio e si richiama al provvidenziale intervento divino. Sembra quasi che il modello di padre Cristoforo, ammirato ed emulato negli anni del nostro Risorgimento, oggi risulti pericolosamente ‘controcorrente’. Invece sarebbe non solo il più coerente, ma anche il più ‘socialmente fertile’. Il problema è che è anche quello che richiede più coraggio e, per dirla sempre col Manzoni, uno il coraggio se non ce l’ha non se lo può dare. Quindi turiamoci pure il naso quando una maggioranza politica tutela i privilegi delle banche e perde tempo prezioso a ratificare istituzionalmente che una qualunque sciacquetta (degna nemmeno del ben più meritevole paragone con madame de Pompadour) è nipote di un capo di stato estero. Arrendiamoci all’evidenza che il più forte ‘libito’ fa ‘licito in sua legge’. Lasciamoci turlupinare dalle subdole argomentazioni di chi asserisce che per fronteggiare le difficoltà l’unica soluzione è abbassare l’ostacolo quando non si riesce a superarlo. Ma non dimentichiamo che, come la peste manzoniana, implacabile arriva il giudizio di Dio. Il grande Papa che sta per essere beatificato, Giovanni Paolo II, lo urlò al mondo nella valle dei Templi nel maggio del 1993. E il vero cattolico dovrebbe seguirne l’esempio. A chi fraudolentemente insinua l’ineluttabilità del predominio dell’arbitrio sulla legalità, con ferma ma pacata determinazione, insieme a padre Cristoforo il vero cattolico dovrebbe ribadire: “Verrà un giorno…”

Una fugace tentazione

Lo ammetto. Per un momento l’ho pensato. E’ stato un pensiero che ha attraversato (nemmeno troppo fugacemente) i più reconditi meandri della mia mente. “Se proprio ne siete tanto entusiasti promotori, tenetevelo! Contenti voi…” Dai discorsi del popolino si impara molto e soprattutto si monitora la situazione. Si osservano gli umori generali, traendo preziose conclusioni. E il popolino, quello che non possiede gli anticorpi culturali per difendersi, ormai sembra essersi immedesimato in un punto di vista aberrante, che giustifica e promuove (addirittura!) la rassegnazione al trionfo dell’abuso sul diritto, sulla base dell’artefatto pregiudizio per cui non ci sarebbero alternative praticabili. Non solo: il popolino aggiunge senza mezzi termini che chiunque ne abbia la possibilità è LEGITTIMATO (si badi bene: legittimato, non giustificato) ad esercitare un abuso dei mezzi di potere perché è questo il prezzo del potere ed è giusto che così sia. Per quel che mi riguarda, a sentire un tale argomentare non ho potuto ignorare il profondo senso di disgusto che fsi impadroniva di tutto il mio essere. Ed è stato in quel momento che, sfuggente come meteora, ha transitato nel mare del miei pensieri la tentazione di mandare tutto a quel paese, mollare la spugna, arrendersi definitivamente all’equazione SICILIA=DISPREZZO DELLA LEGALITA’. E, da siciliana, con tutta la passione umorale che contraddistingue il nostro modus operandi, con plateale risolutezza, gettarsi tutto alle spalle. Ma, nel momento stesso in cui venivo tentata da un tale proposito, mi si presentavano alla memoria (come disciplinati soldatini all’ordine di un invisibile generale) tanti esempi illuminanti. Il mio maestro di vita, nonché professore di lettere classiche, mentre risolutamente pontificava: “Iù fazzu scola!” davanti ad ogni possibile perturbazione dei sereni ritmi dell’attività scolastica, o mentre, con altrettanto risoluta fermezza, ribadiva la supremazia della legalità sul compromesso. La buona fioraia che, contro il proprio interesse, ribadiva la supremazia del fiore deboluccio coltivato nel vaso del parente stretto sull’opulente segno di omaggio postumo acquistato in bottega. Persone lontane dalle ribalte della cronaca, ma non per questo meno importanti. Soprattutto, SICILIANI. Di una specie forse in via d’estinzione, ma siciliani. Ed è a loro che mi sono aggrappata per reagire all’inerzia fatalista che sembrava aver fatto preda di me. SONO SICILIANA ANCH’IO, MA DISPREZZO IL POTERE E NON PROVO ALCUNA INVIDIA PER CHI NE HA TALMENTE TANTO DA DIVENTARE SCHIAVO DI SE STESSO, anzi confesso che un pò mi fa pena. SONO SICILIANA ANCH’IO, ED E’ MIO DOVERE MOSTRARE AL MONDO CHE IO LA PENSO DIVERSAMENTE. SONO SICILIANA ANCH’IO, ED E’ MIO DOVERE RACCOGLIERE L’EREDITA’ DEI LUMINOSI ESEMPI CHE MI HANNO PRECEDUTA.

Dopo le ‘leggi ad personam’ la ‘scuola ad classem’

Le ultime esternazioni del cosiddetto ‘premier’ in tema di politica scolastica esigono una risposta ferma e sensata diretta non a lui, ma ai suoi spesso sprovveduti elettori. Il ‘grande statista’ lamenta una parzialità ideologica da parte di alcuni docenti delle scuole pubbliche, che avrebbe come ultimo effetto quello di plasmare giovani generazioni orientate al comunismo, anche quando l’orientamento familiare si dimostrasse a questo contrario. Benissimo. Non è del tutto falso. Come non è del tutto falso che lo stesso può accadere anche con orientamenti ideologici opposti. La discriminante non è l’orientamento ideologico, bensì la qualità morale dell’insegnante. Porto ad esempio la mia esperienza personale. Mio padre è sempre stato missino. Ha sempre sostenuto posizioni che, all’epoca in cui io frequentavo le scuole dell’obbligo e poi le superiori, erano senza dubbio appannaggio di una minoranza mal vista sia dalla maggioranza dell’allora pentapartito, sia dall’opposizione comunista (pur godendo di un consenso più ampio di quanto non portasse a ritenere il riscontro elettorale). Per le scuole dell’obbligo, da credente, volle iscrivermi ad un Istituto cattolico, dove mi fu impartita un’educazione sicuramente orientata ai principi del cattolicesimo, ma senza ‘sconti’ nè favoritismi di alcun genere. Tutt’altro. Devo dire che non ho nessuna recriminazione da fare sulla preparazione dei docenti, nè sui loro criteri valutativi, mentre molte lamentele potrei sollevare sull’atteggiamento delle famiglie degli altri iscritti, che spesso pretendevano di imporre linee guida sull’andamento scolastico generale improntate a criteri non certo meritocratici. Tali pretese venivano onorevolemente ‘tenute a bada’ da docenti e presidi che svolgevano il proprio mestiere con onestà e senso del dovere. Al Liceo mio padre decise che avrei frequentato le scuole pubbliche, perché voleva che avessi un contatto più diretto con il mondo reale. Io, felicissima perché desideravo frequentare il Liceo Classico che non era attivo nell’Istituto privato in cui avevo studiato fino a quel momento, mi iscrissi entusiasta allo stesso Liceo pubblico frequentato quarant’anni prima dai miei. Lì, fra i vari professori, trovai una vera perla d’uomo che non ringrazierò mai abbastanza la Provvidenza di avermi donato come docente, ed anche altri due professori cui si attaglia benissimo il senso del mio intervento. Uno, persona di specchiata onestà civica oltre che intellettuale, dichiaratamente comunista, era il mio docente di Storia e Filosofia. Conosceva le simpatie politiche di mio padre, sapeva che io ero convintamente cattolica, ma mai si permise di discriminarmi per questo o di condizionare il mio pensiero. La professionalità con cui esercitava la sua funzione di docente contribuì anzi ad incrementare quella che era già una mia grande passione: l’amore per la Filosofia. Ero cattolica, quando arrivammo a studiare le correnti filosofiche post-kantiane mi scoprii idealista, ma ero e rimasi sempre la sua pupilla, pur essendo egli ateo, comunista e convintamente materialista. L’altro docente, del quale mi limito a ricordare che, troppo impegnato nell’attività politica, ci impartì una formazione veramente scadente, non parlava mai di politica, nè esprimeva giudizi ideologici in classe, tuttavia tendeva a far ricadere sulle sue ‘disposizioni d’animo’ nei nostri confronti il suo personale giudizio sulle nostre convinzioni. A distanza di anni, mentre il primo (ormai in pensione) si candidava al Senato per Rifondazione Comunista meritando il mio voto in quanto unico nominativo onesto presente in una lista di candidati impresentabili (l’allora AN congiuntamente a Forza Italia aveva candidato il famigerato Firrarello, ora condannato per collusione mafiosa!) quest’ultimo si scopriva ‘Scilipoti ante litteram’ e non aggiungo altro per carità di patria. Fu l’ultima volta che espressi il mio voto. Sicuramente non condividevo nè condivido le impostazioni materialiste sottese all’indirizzo politico perseguito dalla sinistra radicale, tuttavia considero che un galantuomo, un onest’uomo con una mentalità aperta che magari sia orientata da parte opposta alla tua è da preferirsi sempre ad un gaglioffo. L’uomo onesto, intellettualmente onesto, è aperto al dialogo e può anche convincersi delle tue ragioni, ma il gaglioffo persegue un obiettivo suo. Le sue parole non sono pronunciate con l’intento di confrontarsi con l’avversario al fine di conseguire il benessere comune. Le sue parole sono solo uno strumento di cui si serve per curare i propri interessi. E’ probabile che io sia diventata comunista senza accorgermene? Tutt’altro! Semplicemente ritenevo e ritengo ancora che i quadri dirigenti debbano essere composti da persone oneste e capaci, al di là del colore politico, scelte dai cittadini sulla base della conoscenza diretta e non imposte da un ‘potere superiore’ di tipo ‘partitico’ o ‘aziendale’. In ogni settore il cittadino dovrebbe scegliere colui che dimostri sul campo di possedere le migliori capacità organizzative, ancor meglio se in seno al proprio settore occupazionale. Così ad esempio l’operaio X è in grado di selezionare colui che più sia idoneo a rappresentare i suoi interessi mentre il docente universitario Y conosce quello fra i suoi colleghi di settore che meglio saprebbe coordinare le attività di tutti. E’ una impostazione corporativa? Forse. Non me ne vergogno affatto. La ritengo sensata. Magari perfettibile, ma comunque sensata. Con questo cosa intendo dire? I due profili professionali che ho descritto hanno lasciato in me un ricordo improntato più alla rispettiva onestà intellettuale che al loro effettivo percorso politico. La mia esperienza credo sia paradigmatica di uno ‘status rerum’ che può essere a grandi linee generalizzato. Esercitare un condizionamento ideologico su un soggetto ancora in età di crescita è un atteggiamento irresponsabile che può essere assunto da chiunque: ‘comunista’ (ma esistono ancora i comunisti se i cinesi sono i più grandi capitalisti?), ‘fascista’ (certo non quelli da barzelletta che si sono investiti dell’umiliante quanto redditizio ruolo di ‘servi utili’), ‘berlusconiano’ (e sono i più pericolosi!), liberista o di qualunque orientamento politico dichiarato. Il problema è che la Scuola (sia pubblica che privata) deve dotarsi degli anticorpi necessari ad arginare un tale pericolo. Dopo le ‘leggi ad personam’ il Nostro escogita i ‘provvedimenti ad classem’. Il sillogismo piatto e sterile partorito dall’alta mente del Nostro si può riassumere in questo miserevole quanto eticamente scialbo balbettìo: nei ruoli di potere di qualunque genere chi detiene il comando ha facoltà di imporre agli altri le proprie ragioni; nella scuola pubblica prestano servizio molti docenti di sinistra; ergo, iscrivendosi alle scuole pubbliche i ragazzi dovranno necessariamente abbracciare ideologie di sinistra. Questo naturalmente senza lontanamente ammettere la possibilità che ciascun docente risponda a principi etici quali la responsabilità, l’onestà intellettuale e la correttezza professionale. IL LUPO DI MALA COSCIENZA, COME OPERA PENSA! Come egli ha tentato tutte le strade per imporre al mondo la propria impunità (e sembra per il momento esservi riuscito) così quello che lui giudica misero professorucolo (perché magari si accontenta di uno stipendio da fame senza scalare con l’arroganza rampante tipica della ‘Milano da bere’ dei colletti bianchi le leve del potere, cedendo ad ogni miserevole compromesso) non può non imporre ai propri sottoposti (gli alunni) il proprio convincimento politico. Ebbene: bisogna ricordare a questo ometto (nel senso di omuncolo) che esistono persone dotate di un abito mentale che egli ha dimostrato essergli del tutto ignoto: l’onestà (almeno quella intellettuale). Del resto, qualora così non fosse, la soluzione non è potenziare oltre il dovuto una scuola privata dove la meritocrazia rischia di essere soffocata dalle pressioni dei ‘padroni’ (le famiglie) a scapito di una scuola pubblica che appunto in quanto tale almeno non è sottoposta al ricatto della proprietà. In tempi di crisi e di tagli al settore scolastico, che senso ha destinare una parte dei fondi statali al sistema privato che ha già una fonte di reddito non trascurabile? O vogliamo trasmettere alle famiglie l’idea che, come tutto il resto, anche l’istruzione è un servizio che si paga? E che se vuoi che tuo figlio acceda alla conoscenza devi finanziare tu la sua formazione? Ma non basta il sacrificio che le famiglie o i soggetti direttamente interessati devono già sostenere per mantenere gli studi universitari che ormai sono divenuti indispensabili per l’accesso al mondo del lavoro? Anche perché il rischio serio è quello di creare un sistema in cui la conoscenza sia appannaggio esclusivo delle classi più agiate nella migliore delle ipotesi e, nell’ipotesi più realista, che il titolo di studio più che in passato assuma la valenza di vuoto ‘pezzo di carta’, cui non corrisponde alcuna effettiva preparazione. Se il meccanismo è: PAGO, QUINDI MERITO LA PROMOZIONE questa è spesso (purtroppo!) la prospettiva concreta. Sua Eccellenza Illustrissima dovrà riconoscere che un sistema privato risulta molto più vulnerabile sotto questo aspetto rispetto ad uno pubblico. Che poi anche nel pubblico l’imperativo dovrebbe essere agire sulla base della correttezza e della professionalità è scontato, ma anche questo è un abito mentale sempre più desueto e certo non può tornare di moda se il messaggio che si trasmette al mondo è che basta cambiare le leggi per farla franca e risultare innocenti… A buon intenditor poche parole…

All’Italia: Risorgi, mia Patria!

Sedevano tronfi sui sacri

miei scranni, inetti, incapaci,

ancor vili tiranni. Pecunia,

potere, sollazzo, ignominia,

lordavano lumi di mia fronte

virginea. Gli amati miei Figli,

mia vera speranza, deh! Percossi,

umiliati da truce mattanza.

Per anni mia Legge, cara al Padre

Romano, calpesta ed oltraggia

ben lorda mano! Sì che non regge,

si fugge angustiata, la Diche

qual vollemi Nazione beata.

Alberga nei cuori insano partito:

abiura al Diritto, di piombo vestito.

Perché faticare, soffrire, pugnare?

Levaronsi avverso sicura morte

i Figli Maggiori, ond’Io son forte.

Paolo, Giovanni! Nè più mi consolo,

strapparvi al mio Cor vidi tritolo.

Lo vidi, tapina! In fosca notte

lo cela moina di mani corrotte.

Figlio! Financo il dì che sapevi

giunto, lì t’inchiodò, col cor compunto!

Morivi. Incontro andare così

al fratello! Sì triste in mio nome

una sorte spartir: parveTi bello!

La madre Italia, curva, non vinta,

lasciaste al giogo di falsa lusinga.

Finché non sorse, per tutto, un grido

di figlie e figli, coro unito:

Risorgi, mia Patria! A chi Ti minaccia

sorridi benigna, ché pur si taccia!

Mai più si tenti di separare

il suol che a martiri consacra are!”

Si volgon le figlie, dolci Vestali,

mostrando ai fratelli capaci ali.

A voce accorata che intona

Tuo canto, gentile un “Sì!” fa eco

nel pianto. E’ Donna, è Madre, pronta

a giurare sua fede a una Patria

che vuol rifondare. “Sorti sì amare

ci vogliono schiave? Ma schiave

non siamo! Siam Donne, Italiane!

Levatevi, orsù, amati fratelli!

Giurate in Suo nom farvi belli!

Uniti per sempre: un cor, una speme!

Mostriamo all’Italia or quanto ci preme!

Risorgi, mia Patria! Sei bella, sei santa!

Ancora un “Sì!” mia voce Ti canta!

Son donna, son uomo, chiederlo è vano.

Per tutto si sappia: Io sono. Italiano.

Adesso e sempre!

In questi giorni si sono levate voci contrastanti a giudizio dell’opportunità e della bontà della manifestazione trasversale del 13 febbraio p.v. che si riconosce nello slogan “Se non ora, quando?”. Da un lato i detrattori (per lo più ‘berlusconiani’) accusano i promotori dell’evento di strumentalizzare l’ondata di perbenismo che sta attraversando il Paese in nome di una visione vetero-femminista che essi additano come responsabile del decadimento post sessantottino dei costumi sessuali. Dall’altro gli organizzatori rivendicano il diritto trasversalmente paritario di scendere in piazza liberi da qualunque riferimento di colore politico per tutelare la dignità della donna, offesa dalle recenti cronache politico-giudiziarie. Gli argomenti intellettualmente deboli dei primi fanno presa su un’opinione pubblica ormai fiaccata nelle sue capacità di reazione e di interazione da una propaganda (che definire aggressiva è un eufemismo) e dall’urgenza di problematiche ben più concretamente ‘primarie’, quali l’annosa questione della disoccupazione, ulteriormente aggravatasi nelle ultime settimane, o il progressivo smantellamento delle barriere protettive assicurate dallo stato Sociale, in uno con il rincaro dei prezzi del carburante e dei generi di prima necessità. Alla fine l’uomo della strada, l’elettore tipo, l’elemento infinitesimo che compone il ‘continuum’ del Popolo Sovrano si lascia conquistare e convincere dalla semplicità del sillogismo sfornato con veemente arroganza dalle ‘sirene berlusconiane’ (ad esempio la Santanché). Le femministe nel ’68 hanno imposto un modello femminile il cui grido di bandiera era ‘l’utero è mio e lo gestisco io’, le donnine che gravitano intorno al Rubygate hanno aderito a questa presa di posizione sessantottina; ergo, è affare loro se intendono mercificare responsabilmente il loro corpo. Nulla quaestio in proposito. Dal mio punto di vista ritengo che in merito alla specifica questione vada invece fatta chiarezza. Come al solito, in medio stat virtus.

Il mio giudizio sul ’68 non è positivo. Non sono convinta che abbia avuto delle ricadute positive sulla società italiana, anzi lo ritengo in larga misura responsabile dell’odierna involuzione. Pur avendo un’alta considerazione della figura femminile e delle sue prerogative non mi sono mai riconosciuta nel Femminismo Sessantottino. Desidero fare questa premessa perché sia chiaro che sulla mia presa di posizione in merito all’oggetto del contendere non grava alcun condizionamento ideologico di matrice femminista. Tutt’altro!

E’ pur vero che io sono Donna, ed orgogliosa di esserlo. Resto convinta che l’Era Moderna abbia profondamente modificato il ruolo della donna nella Società, aprendo le porte ad una partecipazione dell’Universo Femminile alla vita sociale, politica e culturale dei consessi umani che quanto ad entità e peso non conosce precedenti, se non forse nel contesto temporalmente alquanto circoscritto della civilissima quanto criptica Scuola Pitagorica. Ed è proprio in virtù di tale mio convincimento che considero inadeguata, restrittiva e mortificante la lettura del ruolo della Donna nella Società che dal Femminismo Sessantottino ci è stata tramandata. Onore alla figura di Franca Viola, che mi è stata recentemente ricordata per il coraggio con cui seppe opporsi all’istituzione del matrimonio riparatore, diventando precorritrice di un cambiamento nella legislazione la cui legittimità non può che ritenersi sacrosanta. Tuttavia, dall’apprezzare (come è doveroso) una tal coraggiosa presa di posizione al ridurre la questione femminile allo slogan “l’utero è mio e lo gestisco io” corre tutta una sinfonia di passaggi musicali intermedi che spesso vengono colpevolmente azzerati proprio da quelle stesse sessantottine o post-sessantottine che si ergono a paladine dei diritti della figura femminile e non si accorgono che il loro operato nei modi in cui si esercita tira l’acqua al mulino dello ‘sciovinismo’ maschile.

Il modello femminile con cui personalmente ho avuto modo di confrontarmi essendo cresciuta nell’era post sessantottina è un modello alquanto bizzarro. La donna può decidere liberamente sui propri costumi sessuali, può ricoprire cariche istituzionali di prestigio, può scalare le multinazionali, può persino assumere il controllo delle organizzazioni malavitose (maschiliste per eccellenza!) ma sembra le sia negata forse l’unica cosa che la renderebbe veramente felice: essere pienamente ed autenticamente Donna. In nome del profitto le si lascia intendere che è opportuno che rinunci a formarsi una famiglia, in nome del profitto le si sono aperte le porte delle fabbriche, in nome del profitto la si è convinta che la battaglia per l’affermazione dei suoi diritti consistesse nella rivendicazione della possibilità di fare il metalmeccanico, ovverosia nel comportarsi ‘da uomo’ in una società di uomini. Sarò viziata da una visione antiquata del problema, ma io non ritengo che la donna abbia concluso un granché quando ha conquistato il diritto di scimmiottare una figura maschile che è invece sostanzialmente rimasta restìa ad un qualunque stimolo a porsi in discussione. La componente maschile della società, al di là di ogni collocazione politica, resta ubiquamente ancorata alle posizioni ‘tradizionaliste’ che spesso sono riemerse in questi giorni. Criticabile il comportamento della Minetti, ma io, da uomo, ‘una bottarella gliela darei’. Ecco, appunto. Da uomo, la Minetti vale solo perché ha un bel davanzale e delle belle curve. Sono quelle che le fanno conquistare una legittimità sociale (e perfino politica!) e che magicamente conferiscono ai suoi neuroni uno spessore che magari si fa fatica a riconoscere alle cellule del tessuto cerebrale di Rosy Bindi. Donne entrambe, ma nella mente di qualche uomo (a mio parere di troppi uomini, perché anche solo uno sarebbe troppo!) l’una più donna dell’altra. E perché il suo aspetto esteriore dovrebbe essere una condizione discriminante in base alla quale conferire alla donna maggiore o minore credenziale in questo o quell’altro settore? O, peggio, perché l’unica strategia che La si costringe ad adottare per essere seriamente presa in considerazione su un piano puramente intellettuale il più delle volte è rinunciare del tutto alla propria femminilità? La donna al giorno d’oggi sembra avere poche alternative: o punta sulla propria avvenenza, ma allora anche inconsapevolmente umilia se stessa mercificando una parte di sè, oppure sacrifica la propria femminilità perché la controparte maschile con cui viene ad interagire non sia ‘distratta’ da inutili orpelli. Certo, esistono lodevoli eccezioni e per fortuna stanno diventando sempre più frequenti. E’ a tali modelli che a mio parere la figura femminile dovrebbe improntarsi.

La donna, come l’uomo, viene al mondo con un patrimonio genetico che contempla la potenzialità di sviluppare un individuo adulto dotato di risorse di carattere sia fisico che intellettuale. Naturalmente, è la peculiarità del corredo genetico che determina lo sviluppo dell’individuo. Quel che è certo è che, in buona sostanza, vi è un elemento che distingue i due generi: una diversa sensibilità. La donna, proprio perché la Natura l’ha voluta Madre è istintivamente più incline alla dolcezza, alla gentilezza, alla stabilità alla grazia ed all’armonia. Sono tesori che vanno riscoperti, dei quali nessuna di noi dovrebbe vergognarsi. Fermo restando che se lo ritiene una donna ha tutto il diritto (non solo, ma almeno fino ad un certo livello basilare ne ha tutto il dovere!) di coltivare la sua intelligenza con le medesime modalità con cui lo fa un uomo, non è giusto che le si chieda di rinunciare ai tratti distintivi del proprio genere. L’uomo, plasmato dalla Natura per essere Padre, è istintivamente più rude, meno attento ai particolari, più superficiale. Non è giusto pretendere una inversione di ruoli, come spesso si arriva a fare nell’odierna società dei consumi, semmai vanno rafforzate e sostenute le reciproche peculiarità.

Ciò premesso, io ritengo che gli odierni scandali politico-sessuali non siano specificatamente un problema di offesa della dignità della donna, quanto un problema etico che coinvolge tutto il panorama civile della nostra Italia, senza distinzione alcuna di genere sessuale.

Da molti anni la pletora dei reality nati ad imitazione del Grande Fratello e le pessime trasmissioni di una altrettanto pessima Maria de Filippi (so che mi attirerò le antipatie di molti estimatori del personaggio, ma non me ne curo) non hanno fatto che diffondere un modello aberrante di essere umano. Un essere umano che si ‘prostituisce’ al voyeurismo altrui pur di conquistare una ribalta televisiva che comporta un corrispettivo riscontro di natura economica ed instaura (falsamente) delle ridicole relazioni affettive ‘pilotate’ ad arte per catturare l’interesse del pubblico. In questa ottica l’opinione pubblica ha gradatamente sedimentato il convincimento che sia legittimo seguire una via per così dire ‘non istituzionale’ per affermarsi anche in seri contesti professionali. Non desta dunque particolare scandalo il fatto che un concorrente di un reality assurga a dignità parlamentare o si conceda il lusso di ‘pontificare’ ex cathedra sentenze costruite ad arte proprio per raffermare tale convincimento. In questo panorama la notizia degli scandali sessuali scivola via senza destare particolare scalpore o, peggio, viene recepita negli accenti voluti dalla propaganda delle ‘memorie difensive’. Ma un tale modello di uomo, di donna e delle reciproche interazioni è sicuramente un modello misero, meschino, umiliante sia per la componente maschile (l’uomo veramente uomo una bottarella alla Minetti o chi per lei prima o poi la deve pur dare) sia per la componente femminile (non si esita a concedersi a quello che si definisce c..o flaccido, pur di conquistare prebende e privilegi).

Certo, esiste quella parte di società civile che è riuscita a salvarsi dall’inquinamento mediatico dei reality e della società delle letterine, meteorine, veline e trallalallero trallallallà. Ed è esattamente quella parte di società civile ancor ‘sana’, che giudica vergognoso per un uomo come per una donna cedere al compromesso e sacrificare la propria dignità sull’altare del dio denaro, che deve ribadire con forza che un’altra via è possibile. Perché nel momento in cui le rappresentanze politiche e civiche (a tutti i livelli) vengono considerate merce di scambio e di baratto si avvelena il futuro della Nazione tutta.

Pertanto il 13 Febbraio dovrebbero scendere in piazza non solo le donne, ma tutte le persone di buona volontà, senza distinzione di sesso, per affermare con risoluta certezza un principio che sembra ormai dimenticato: l’essere umano ha una sua dignità che deve essere tutelata. Oggi il modo migliore per farlo è avere il diritto a rappresentanze civiche e parlamentari indenni dal reato di ‘prostituzione’, fisica o intellettuale che sia non importa. Da questo punto di partenza, basilare vista l’urgenza della situazione (dettata non solo dal fatto che al Consiglio regionale Lombardo sieda la Minetti, ma che in Parlamento ci siano gli Scilipoti e tutti i vari condannati a diverso titolo) si può transitare a quella che sarebbe l’autentica conquista di una società veramente civile: creare finalmente dell’Italia una Nazione in cui sia favorita e promossa la più serena e rispettosa interazione fra i due sessi, presupposto irrinuciabile per una proficua politica della Famiglia che sarebbe provvidenziale anche ai fini della risoluzione dei problemi generati dalla famigerata crisi economica.

L’esigenza di questo cambiamento di rotta si rivela oggi quantomai urgente, direi quasi improcrastinabile. E’ per questo che all’appello lanciato dallo slogan “Se non ora, quando?” io sento di rispondere: Se si tratta della tutela della dignità dell’essere umano e del rilancio di una politica etica che porti alla restaurazione della meritocrazia tutto ciò non può che essere “Adesso e sempre!”

(continua…)

Una Nazione che va a p…

I discorsi del cosiddetto ‘uomo della strada’, un fenotipo significativo dietro il quale si nasconde la metafora del comune sentire, si rivelano spesso illuminanti. L’uomo della strada, facilmente manipolabile ed impressionabile dai mezzi di comunicazione di massa (ad esempio il ‘telegiornale’ diretto proprio da quello che è uno degli indagati per un reato che non è precisamente una leggera violazione del Codice Penale) ormai ha tratto la sua desolante conclusione: “Poverino, avrà diritto di fare quel che vuole a casa sua! Si stanno accanendo contro di lui!”.  Al di là della ingenuità di una tale affermazione, quel che colpisce maggiormente ne è il significato recondito. E’ come se fosse una sorta di ‘cartina di tornasole’, un indice che ci consente di monitorare il reale andamento del Paese. Abbiamo da una parte l’ “intellighenzia” delle arti e delle maestranze (intellettuali ed operai) che, come è naturale che sia, lancia i suoi severissimi strali contro chi ricopre una carica istituzionale calpestando l’art. 54 della Costituzione che impone ai cittadini cui sono affidate cariche pubbliche “di adempierle con disciplina ed onore” (concedendosi il contestuale lusso di dare un avallo istituzionale a comportamenti imprenditoriali criminali) e, da  un livello eticamente superiore, si erge a pubblico censore della morale altrui;  dall’altra, il cittadino comune che, spesso all’oscuro di tanti dettagli, cade vittima delle campagne mediatiche e dei sottili messaggi subliminali che trasudano dai cosiddetti ‘prodotti di intrattenimento’, apparentemente lontani da tematiche politiche, ma che in sostanza, impegnandosi a diffondere un ‘modello comportamentale’ discutibile, contribuiscono a plasmare gli ‘alibi culturali’ che fungono da premessa teorica per la legittimazione concreta di ogni nefandezza.

In un’Italia dove impera il Grande Fratello, dove basta un congruo numero di sedute dal chirurgo plastico per conquistare la ribalta di una meteorica notorietà, dove è persino possibile che i ‘rumors’ su particolari referenze arrivino a lambire i Ministri della Repubblica, il cittadino comune trae la conclusione che, visto l’andazzo, tutto è legittimo, tutto è giustificato, tutto è consentito. Manca il lavoro (quello Vero) mancano le risorse: il solo modo di tirare la carretta per chi ha un minimo di risorse ‘naturali’ è quello di ‘investirle’, o meglio di ‘saperle vendere’. Ecco che le ‘cosiddette’ (loro, indubbiamente!) ‘signorine’ che allietano i sacrosanti momenti di svago di un premier superingolfato da impegni istituzionali si fissano delle precise scadenze temporali: deputato prima dei trenta anni, perché senò diventa troppo ‘tardi’. Uno stralcio dell’intercettazione telefonica dove due di queste ‘signorine’ sono impegnate in un’amabile conversazione in cui espongono un pregno progetto politico si rivela significativo: «Le regionali son tra cinque anni. E non penso che hooo… che, che ho la voglia di aspettare. O no? Cinque anni! A trent’anni. Noo. No no no. Le parlamentari se devi farle o son tra due anni e mezzo, o sono adesso o sono di nuovo tra cinque anni per me. Quindi io devo sperare di entrare o adesso o tra due anni e mezzo. No? Capito?». Quale sublime esempio di impegno civico! E quale indubbia affezione al bene della Nazione di coloro che inducono a formulare un tale bieco sillogismo!

Non è ormai una questione di povertà economica, bensì di povertà culturale.

Eppure il colmo è che proprio il nostro Bel Paese ha le carte in regola per esibire di fronte al mondo una ricchezza invidiabile. Leggevo oggi la lettera aperta di Umberto Eco al ministro Tremonti ed un passaggio mi è sembrato significativo. Scrive Umberto Eco: “In termini economici il Louvre, il Metropolitan Museum of Art, la Harvard University (e tra poco quella di Pechino) sono imprese che fanno un sacco di soldi – scrive -. Credo che, bene amministrati come sono, facciano un sacco di soldi anche i musei vaticani. Un sacco di soldi potrebbero fare anche gli Uffizi o Pompei, e sempre mi domando come mai l’Italia, di cui si dice che abbia circa il 50% delle opere d`arte esistenti al mondo (per non dire del paesaggio, che non è male), abbia meno indotto turistico della Francia o della Spagna, e naturalmente di New York. C’è qualcosa che non funziona, qualcuno che non sa come far soldi (e mangiare) con la cultura nazionale.”

Il vero problema è che l’Italia, già nell’immediato dopoguerra, ha ‘dimenticato’ quelle che erano le ‘sue’ risorse per correre dietro a modelli economici che le erano lontani. La ricchezza dell’Italia non è il petrolio, sebbene da qualche parte forse se ne sia trovata qualche sparuta traccia. La ricchezza dell’Italia non è nemmeno la Fiat. Checché se ne dica, è stata proprio la sudditanza dei vari governi che si sono succeduti nell’arco dei primi cinquant’anni della Repubblica nei confronti del colosso dai piedi di argilla a creare le premesse per l’attuale attacco allo Stato Sociale. La Fiat è uno degli ‘attori’ del sistema economico italiano, non ne è l’esclusivo protagonista. E, soprattutto, la Fiat non è l’Italia. La Fiat fino a qualche tempo fa creava occupazione e in quanto tale poteva al più ambire alla responsabilità di interlocutore privilegiato nelle normali dialettiche fra iniziativa privata e controllo pubblico. Privilegio che l’azienda ha sempre rivendicato con una accezione molto più forte del lecito, pretendendo che si unisse al proprio destino quello della Nazione tutta. I governi deboli che si sono via via succeduti non hanno mai avuto la forza di imporsi sul colosso, negandogli i favori che questo aveva l’impudenza di esigere. La Sinistra, d’altro canto, abbagliata dalle luminose sirene delle spicciole rivendicazioni operaie, temendo di perdere il consenso della base, sulla scorta delle indicazioni di Mosca, piuttosto che levare la voce contro le scelte egoistiche (e fra l’altro imprenditorialmente suicide) della Proprietà, preferiva esigere a gran voce gli aiuti statali. Tanto, pagava lo Stato… Così come oggi, mutatis mutandis, il caro Silvio ha scoperto che c’è un sistema infallibile per ‘togliersi dalle scatole’ le signorine (!?!) che lo tampinano con esose richieste (non conosco i prezzi di mercato, ma francamente per quanto inducono a pensare i dettagli che sono circolati, mi pare che abbiano tutte un’alta considerazione del ritorno economico delle proprie ‘prestazioni’): basta mandarle in Parlamento, così ci pensa lo Stato…

Il problema è che quel che i grandi magnati, dalla famiglia Agnelli a Berlusconi, non hanno ancora capito (o che gli fa comodo non capire) è che lo Stato siamo noi: tutti. Lo Stato non è un’entità astratta, immateriale, una cassa senza fondo, dalla quale si può solo attingere senza versare. Lo Stato siamo noi, nel senso che dobbiamo costruirlo facendo ciascuno la propria parte. Così l’imprenditore che guida col criterio del buon padre di famiglia la sua attività produce ricchezza non solo per sè, ma per la Nazione tutta e della ricchezza collettiva alla lunga finisce per beneficiare in prima persona. L’operaio che svolge coscienziosamente il proprio dovere, in un clima sereno, con condizioni lavorative che ne esaltano l’umanità invece di equipararlo ad una macchina, può legittimamente ambire al miglioramento delle proprie condizioni economiche e sociali, ma nello stesso tempo contribuisce ad aumentare un fatturato che alla lunga ha un suo determinante peso: la dignità morale. Perché in una società dove quale modello positivo viene additato il lavoro serio, scrupoloso ed umano è difficile che si sviluppino quei ‘cancri’ che oggi avvelenano il nostro panorama socio-politico: agli operai si nega una pausa di dieci minuti per uno stipendio che vale un millesimo di quello del direttore amministrativo della loro azienda, mentre basta esibire il proprio corpo (anche solo superando un casting per un reality) per assicurarsi una comoda entrata vivendo praticamente nell’ozio.

Per uscire da questo pantano dunque l’Italia dovrebbe puntare sulle sue autentiche risorse, che come ricordano tutti i nostri intellettuali (che spesso sono ‘emigrati’ all’estero, anche loro colpevolmente abbagliati dalle sirene del profitto) sono sostanzialmente due: la Cultura ed il Paesaggio. Cultura nella accezione di più ampio respiro del termine: cultura che non si costringe nelle catene dell’erudizione nozionistica, ma che si mostra sensibile alle corde di una umanità tutta nostrana. La ricchezza del Popolo Italiano è l’inventiva, la sagacia, l’originalità, il dinamismo, la generosità e l’entusiasmo. Sono tutte doti che, ove opportunamente sfruttate, possono avere anche un potentissimo ritorno di carattere economico. Non tutti hanno l’ambizione o il talento dello scienziato ma è certo che ogni Italiano è capace, se opportunamente stimolato nel proprio orgoglio, di produrre risultati inimmaginabili in ogni contesto. Quale sarebbe allora una illuminata azione politica? Adottare dei provvedimenti che mirino a rafforzare queste naturali attitudini ‘genetiche’ al fine di favorire un sano sviluppo della Società che favorisca tutti, e non solo i più facoltosi. Pertanto avrebbe un senso rafforzare l’efficacia del sistema educativo (piuttosto che svilirne la portata e l’importanza) e contestualmente rafforzare lo Stato Sociale che oggi invece si vuole distruggere a beneficio dei pochi ‘soliti noti’ e a nocumento dei più. Un tale orientamento illuminato avrebbe come naturale conseguenza una valorizzazione del Paesaggio, patrimonio veramente prezioso. Piuttosto che sponsorizzare i villaggi turistici in Madagascar (si fa per dire) sui quali lucrano i ‘soliti noti’ perché non pubblicizzare il nostro patrimonio territoriale? L’Italia è l’unico Paese al mondo che possiede una conformazione geografica in cui mare e montagna quasi si lambiscono, in un clima mediamente temperato. In più, come se ciò non bastasse, ad ogni piè sospinto esistono siti archeologici operativi o potenziali. La passata dittatura (che paragonata a questa assurge ad una dignità in passato insospettabile) ha avuto il pregio di aver reso fruibili la maggior parte dei siti archeologici che oggi stanno cadendo a pezzi sotto le amorevoli cure del ‘ministro fiduciato’. Ricordo ancora una mia vacanza in Grecia nel 1988: da adolescente entusiasta dei suoi studi classici, fu mio grande desiderio esplorare tutti i siti archeologici delle città che andavamo visitando. Potei così constatare come, a parte l’Acropoli di Atene, il governo greco non si curasse della manutenzione dei suoi ‘tesori’. In particolare rimasi esterrefatta dalla visita all’Acrocorinto: un vero e proprio percorso ad ostacoli, dove il rischio di precipitare in un burrone era costante. Fu per me, che avevo già avuto occasione di vedere Pompei, il Foro Romano ed altri siti archeologici in Campania, Puglia e Basilicata, fonte di autentica meraviglia.

In quale direzione si muove oggi questo scellerato governo? Al ricatto proditorio di un qualunque Marchionne (il peso di un uomo non è direttamente proporzionale alla sua capacità di fare quattrini, ma alla traccia che lascia di sè nella Storia: questo soggetto sarà ricordato solo come un abile affarista che è riuscito a far soldi a spese della collettività) risponde avallandone la legittimità di prese di posizione aberranti. Lo Stato Sociale viene smantellato ad ogni piè sospinto, così come ogni occasione è buona per schiacciare il sistema educativo, sfoderare indegni attacchi alla magistratura, violare ripetutamente la Costituzione. Il patrimonio paesaggistico e culturale viene costantemente lasciato all’incuria di amministrazioni truffaldine, con la scusa che ” la Cultura non si mangia”… Quanta miopia dietro a tutto ciò!

E’ proprio per questo che sarebbe auspicabile un sussulto di dignità: sarebbe ora che si spegnessero i televisori e si aprissero i libri o, quantomeno, si mettesse in azione il cervello. Ora, proprio ora che, insieme ad una delle sue più alte cariche istituzionali, tutta la Nazione sta andando a p….