L’Etica del Tempo

Sono convinta che nella vita nulla avvenga per caso.
Da qualche tempo rifletto sulla aberrante strategia del neoliberismo che mercifica l’Uomo a proprio uso e consumo e che lo fa imponendo delle categorie etiche e sociali che ne oltraggiano la Dignità. Questa strategia comprende un azzeramento delle identità degli Individui e dei Popoli a fini strumentali e la costruzione di una enorme ed indistinta melassa globale dove chiunque sulla carta potrebbe ambire ad uno status di cittadinanza superiore, ma dove nei fatti ognuno di noi comuni mortali vede ridotti al minimo indispensabile i diritti propri di quello status, nell’ottica miserabile che mira ad imporre la necessità del primato dell’interesse economico.
Una delle significative cartine di tornasole di questo malsano andazzo è la concezione del tempo propria delle società in cui impera il neoliberismo.
La conferma di questo mio convincimento mi è venuta già da alcuni interessanti saggi di Alessandro Di Battista ed è stata ulteriormente ribadita dalla lettura dell’ultimo libro dello stesso e suffragata poi dagli altrettanto interessanti spunti di riflessione che mi ha suggerito la pubblicazione di Andrea Marcolongo, LA LINGUA GENIALE. Riporto un brano che mi ha particolarmente colpito del lavoro di Di Battista:
“Chi ha tempo non aspetti tempo” si dice in Italia. In America Latina rispondono “Hay mas tiempo que vida”…. Eduardo Galeano… dice che l’utopia è come l’orizzonte, serve a camminare: “Mi avvicino di due passi e quella si allontana di altri dieci passi e l’orizzonte corre via per altri dieci passi. Posso camminare molto, moltissimo, ma non la raggiungerò mai. A che serve l’utopia? Serve a questo: a camminare”.
A dimostrazione che il tempo è una categoria dello spirito che induce un cambiamento ontologico del soggetto cui si riferisce e non una scansione metodica attuata a fini puramente utilitaristici. Il Tempo serve a camminare, cioè a modificare lo stato del soggetto che compie l’azione. Questa modifica può essere frutto di una imposizione necessaria, oppure può essere frutto di una scelta libera.
Del resto, la riflessione della Marcolongo sul carattere distintivo dell’espressione linguistica greca che rifugge da una idea quantitativa del tempo in favore dell’aspetto qualitativo dell’azione non fa che confermare la mia intuizione che nelle civiltà realmente superiori non è vero che “Il tempo è denaro”, ma che il tempo è una convenzione che deve essere gestita dall’uomo e che non può invece farne il proprio schiavo.
Nell’ottica neoliberista i pochi scandiscono le lancette dell’orologio dei molti che riducono ad elementi di un ingranaggio: così spersonalizzata, l’identità di ciascuno diviene ben misera cosa e dunque la si può agevolmente annientare in favore del Bene Supremo: la Necessità del Profitto. Cosa che non sarebbe mai balenata in mente ai Greci, che infatti non concepivano il tempo come una successione ordinata di eventi, ma solo sulla base degli effetti qualitativi che il semplice verificarsi, la modalità con cui si può verificare o l’intenzionalità che soggiace al verificarsi di un evento possono indurre.
Dice la Marcolongo: “I Greci si esprimevano in un modo che considerava l’effetto delle azioni sui parlanti. Loro, LIBERI, si chiedevano sempre COME. Noi, PRIGIONIERI, ci chiediamo sempre QUANDO.” E continua osservando che per i Greci vi erano tre diverse concezioni aspettuali del verbo: la linea retta (esaminare l’azione descritta dal verbo nel suo fluire, esaltandone solo l’aspetto fluente, propria del tema presente) la concezione puntuale (esaminare solo il verificarsi dell’evento come idea universale, come se fosse una fotografia istantanea, propria del tema aoristo) e infine la concezione circolare (assumere l’azione descritta come evento ormai cristallizzato nella sua attualizzazione, ma di cui si continuano a ‘respirare’ le conseguenze sia in positivo che in negativo, propria del tema perfetto).
E’ una singolare caratteristica non solo di un espressione linguistica formale, ma del carattere distintivo di un Popolo. I Greci non avevano la frenesia del tempo propria dei moderni. Non utilizzavano il tempo solo per produrre e infatti partorivano Cose Grandi. Dalle grandi riflessioni filosofiche di Socrate, alle meravigliose opere di ingegneria ed architettura dell’età di Pericle, passando per le intramontabili riflessioni etiche e morali della tragediografia classica.
Oggi invece la mercificazione del tempo ci fa tutti schiavi. Osserva Di Battista che “Più si va a sud e più i tempi si dilatano…. Sono le scelte delle persone… che stabiliscono la realizzazione di una certa attività. In Africa nera, soprattutto, il tempo non è un padrone assoluto…. In Africa il tempo non ti cattura, non ti lega, non ti castra, sei tu che lo puoi controllare, sei tu che te ne puoi servire. E chissà che non sia proprio per questo che anche i bambini più piccoli ballano come fenomeni. Per me danzano sul mondo perché sono dominatori del tempo.” E non a caso, i popoli del Sud non sono ancora stati inquinati dal diktat neoliberista, che come faceva nell’Ottocento li vuole semplicemente schiavi, trasferendo in Europa quelli che un tempo trasferiva nelle colonie delle Nuove Indie.
Le vere Culture hanno invece una diversa sensibilità del tempo. Non lo considerano come lo sterile funzionamento di un ingranaggio, ma come una realtà consustanziale ad un evento: in potenza o in atto, diremmo con Aristotele, ma anche in animo di verificarsi. Sono libere e svolazzano al vento della creatività, producendo molto più e molto meglio di quanto non consenta alle pseudoculture liberiste la schiavitù del tempo da ottimizzare per ricavare il massimo profitto, che crea eserciti di frustrate maschere del terrore, aggrappate ad un ingranaggio che le schiaccia, ma di cui sono state indotte a non poter fare a meno.
Curioso mi appare che questo modo qualitativo di ‘sentire il tempo’ sia molto più in linea con le recenti acquisizioni della Fisica, che trovano il culmine nelle Leggi della Relatività di Einstein. L’esistenza dei buchi neri conferma che il tempo è qualcosa di molto diverso da quello che concepiamo come entità assoluta newtoniana e che sta alla base dell’etica neoliberista. Tempo e spazio sono intimamente correlati, al punto che una contrazione dell’uno comporta una variazione dell’altro e viceversa: dunque il tempo non è una spada di Damocle sulle nostre vite, ma una realtà ontologica che dovremmo essere in grado di dominare, come saggiamente facevano i Greci, come saggiamente fanno i Popoli non ancora inquinati dalla spazzatura neoliberista. Forse dovremmo recuperare questa concezione alta del tempo, per (ri)conquistarci un minimo di felicità. L’uomo non può essere felice forzando la Natura, il naturale Ordine delle Cose. E l’Uomo dovrebbe, sempre e comunque, aspirare alla propria compiuta Felicità.
L’Etica del Tempo non è poi un tema di così marginale rilievo. Ce lo insegna la lezione dei Greci nostri progenitori, ce lo ricorda la Saggezza dei Popoli la cui Dignità non dovremmo permetterci di calpestare con un falso buonismo radical chic che nasconde i moderni mercanti di schiavi sotto le maschere di falsi mecenati, infidi come farisei.
Riconquistare l’Etica del Tempo ci porterebbe a conquistare una dimensione umana molto più felice e realizzata.
Personalmente mi auguro che questa sottile sensibilità diventi presto patrimonio indiscusso di una Civiltà rinnovata anche per via di un ritrovato impegno civico, sociale e politico del singolo che non si abbandona al fatalismo della delega, ma che si butta nella mischia dell’Azione, conscio dei propri limiti, ma sicuro delle proprie risorse.
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Imola 2015: Da Utopia a Eutopia

C’era una volta l’Utopia di Tommaso Moro. Un meraviglioso regno dell’impossibile, una realizzazione immanente dell’iperuranio platonico e per ciò stesso un ‘Non-Luogo’. Nel corso dei cinque secoli che ci separano dalla stesura di quello scritto è invalso l’uso di considerare utopia ogni idea particolarmente azzardata che precorre i tempi. Non stupisce pertanto che sia bollato col marchio subdolamente infamante di utopia ogni tentativo di scuotere le fondamenta di un sistema che sta lì lì per crollare, ma che si regge -questo sì per miracolo- su traballanti architetture, sostenute con mezzi eticamente riprovevoli da personaggi per lo più approssimativi, se non proprio squallidi.
La Rivoluzione Culturale che il M5S sta mettendo in atto viene frettolosamente bollata con l’etichetta di utopia: un sogno irrealizzabile per i più ingenui osservatori, incuriositi dalla singolarità della nuova proposta, se non peggio un incubo terrificante, incombente sui destini del Popolo Italiano per i più accaniti detrattori, spaventati dalle reali potenzialità del fenomeno.
Eppure hanno torto sia gli uni che gli altri. La Rivoluzione Culturale che il M5S prospetta non è un sogno irrealizzabile, ma sta divenendo ogni giorno di più una irrinunciabile necessità che per forza di cose passerà dalla sfera del probabile a quella del possibile. D’altro canto, lungi dall’essere lo spauracchio che molti osservatori intellettualmente poco onesti temono, essa non si propone alcun fine oscuro, se non quello di attualizzare un concetto che forse è stato inspiegabilmente trascurato e negletto in anni in cui è trionfato il mito del Capitalismo rampante, che mostra ormai tutte le sue criticità: la felicità dell’uomo non consiste nell’accumulo indiscriminato delle ricchezze (ci sarebbe poi da intendersi su cosa si debba considerare una ricchezza) ma nella realizzazione di uno stile di vita sostenibile, che consenta di conseguire gratificazioni di più marcato spessore.
Per troppo tempo si è guardato a questa novella utopia con diffidenza, o peggio con supponenza. Si è preferito sbeffeggiare i cosiddetti “grillini” al più come individui volenterosi o novelli Savonarola in un oceano di squali in cravatta e doppiopetto, quando non si è scelto di indulgere in veri e propri insulti, sintomo di una malcelata insofferenza della cosiddetta “Casta” alla potenza dirompente del loro messaggio e del loro operato. Quel che però non si riesce a comprendere è che la Rivoluzione Culturale che il MoVimento persegue possiede un carattere epocale. Non si tratta della ricerca di un Non-Luogo ma di un Buon-Luogo. Vogliamo rendere reale ciò che finora non si è mai realizzato, pur essendo indubbiamente possibile.
Una società equa, anzitutto.
Una società sana.
Una società ove, pur nella consapevolezza che l’istinto umano palesa la sua immagine nell’homo homini lupus, il principio di comunità solidale universalmente riconosciuto consenta di calmierare opportunamente il prezzo dell’investimento in termini di competenze, energie e sano conflitto dialettico che il singolo è tenuto a prestare al consesso sociale.
Il mito del Capitalismo rampante che porta all’affermazione dell’individuo sotto la spinta della ricerca dell’utile mostra ormai tutte le sue falle. Cosa è giusto perseguire? L’utile fine a se stesso inteso come tensione spasmodica verso un accumulo di “ricchezze” vacue, o la felicità che deriva dal soddisfacimento di bisogni non solo materiali?
È più gratificante la ricerca dell’Utile o del Bene?
Ecco: noi restiamo convinti che sia più gratificante e dunque eticamente e concretamente preferibile la ricerca del Bene.
Un Bene riconosciuto nella sua prospettiva più completa, non solo come affermazione economica, ma anche come effettiva crescita dell’individuo nel consesso sociale e dunque della comunità tutta. A tal fine ci confrontiamo su progetti concreti, ricerchiamo e prospettiamo le possibili soluzioni ai problemi che si presentano di volta in volta; in una parola, comunichiamo solidalmente.
Laddove questo nuovo modello di società operosa e solidale comincia a prendere piede i risultati sono tangibili: è un Buon-Luogo, piuttosto che un Non-Luogo.
E oggi a Imola a questo siamo chiamati. Mostrare come Utopia, il Non-Luogo dell’Immaginario, possa diventare Eutopia, il Buon-Luogo del concreto.

BEPPE GRILLO A LECCE: DI FRONTE AD UN GOVERNO CHE SEMINA L’ODIO SOCIALE UN BENEVOLO RICHIAMO ALLA PARTECIPAZIONE CIVICA

Lecce, Pasquetta 2012: sembra inverno. Per il rigore del clima, certo, ma non solo. Un altro, ben più spietato rigore minaccia la serenità dei volti di alcuni dei pochi temerari che si aggirano per le vie della città barocca. Famigliole in vacanza che non rinunciano al sacrosanto compito genitoriale di instillare nei piccoli l’amore per l’arte attraverso l’osservazione delle meraviglie architettoniche del capoluogo salentino, malgrado un profondo senso di sgomento interiore. Lo leggi negli occhi dei padri, che mostrano ai figli i fregi dei palazzi padronali nascondendo un velo di tristezza, un’ansia sottile che hanno cercato di esorcizzare rincorrendo l’atmosfera che ancora si respira passeggiando per le vie del centro, a Lecce come a Firenze, a Roma, in ogni angolo della nostra bellissima Patria, ricca di risorse naturali, artistiche e di ingegno umano. Ma è un’atmosfera minacciata, ed anche se la Ragione non ne ha la piena consapevolezza, il Cuore lo avverte. Ed allora non può che guardare ai segni di tutto ciò che siamo stati e che ancora siamo (e torneremo ad essere, se solo lo vogliamo!) con un velo di mestizia, un’inconsapevole ed inespressa tristezza. Cosa ha generato questa tristezza? Fin troppo facile la risposta: la crisi. Ma quale crisi? Quella che ha fatto raddoppiare il prezzo della benzina in soli tre anni? Certo: quella crisi. Ma quella è solo la goccia che sta facendo traboccare il vaso. La crisi autentica risiede nel furto che viene diuturnamente perpetrato ai nostri danni. Furto di entusiasmo e soprattutto furto di speranza. E, quel che è peggio, nell’istigazione all’odio del fratello contro il fratello. Il commerciante odia lo statale che non consuma il suo stipendio nell’acquisto dei suoi prodotti, lo statale odia il commerciante vittima del sospetto di evasione e ultimo anello di una catena che comporta il rincaro dei prezzi causato da una economia malata, solo per fare un esempio. Un cane che si morde la coda, al guinzaglio di un padrone (le lobbies dei pochi magnacci della finanza, formalmente rappresentate dai maggiordomi in montiana livrea) che con un ghigno sottile di autocompiacimento promuove la ‘svendita’ delle risorse nazionali al miglior offerente. Non importa chi sia l’acquirente: una Cina che -assurdo paradosso- in qualità di ultimo baluardo del Comunismo al potere disconosce e calpesta le minime regole di giustizia ed equità sociale e pretende come contropartita che da noi si faccia lo stesso, una Germania esosa e cieca, un’India emergente, rampante, bramosa così come il Brasile di affrancarsi dall’etichetta di Paese sottosviluppato, o peggio ancora gruppi di potere privati (i più pericolosi, perché anonime congreghe di poteri occulti). Qui, nel Bel Paese, si sguinzaglia la Finanza a multare la maestrina che dà lezioni private per barcamenarsi, si portano gli imprenditori onesti al suicidio, si costringe il pensionato che vive in ospizio a pagare l’IMU su una casa che ha dovuto (spesso dolorosamente) abbandonare unendo al danno la beffa, mentre si chiudono gli occhi sui ladrocini dei partiti, si ha l’impudenza di affermare che gli immobili delle fondazioni bancarie sono esentati dal pagamento IMU in quanto per lo più effettuano beneficienza, ma soprattutto ci si rende colpevoli del padre dei silenzi. Si crede che ingenerando l’odio sociale si potrà beatamente continuare a tacere: tanto la gente, vedendo nel suo prossimo vicino il nemico, non riconoscerà il vero colpevole, la Truffa delle Truffe.

In questo clima triste, un bagliore di luce arriva da chi denuncia in prima persona che in un Paese normale avrebbe continuato a svolgere il proprio mestiere: giullare di professione che paradossalmente, in un’era in cui la Nazione è in mano ad una congrega di autentici buffoni, arriva ad ergersi a legittimo paladino di uno Stato Sociale che quegli stessi burattini stanno sgretolando, mattone dopo mattone, in cambio non solo di prebende e privilegi, ma di una impunità formale che gli eviti la galera, ma che non potrà mai assolverli di fronte al più importante dei Tribunali, quello della Storia. Un giorno si ricorderà quest’epoca come l’epoca dei rivolgimenti. Leggi truffaldine fatte dai fuorilegge e combattute con le armi del Diritto (quelle che ancora non sono riusciti a spuntare) da chi proprio per questo viene bollato dell’etichetta di sovversivo fuorilegge, buffoni codardi e vigliacchi assurti ai ruoli di potere che svendono il proprio onore per il biblico piatto di lenticchie, messi alla berlina e contrastati da un comico. Tanto di cappello a quel comico che si riconosce prima di tutto come Cittadino Italiano e sente in quanto tale l’obbligo di sfruttare la propria visibilità mediatica per fungere da ‘catalizzatore’ di un sentimento di rivalsa che si percepisce ovunque come un fruscio sottile e spesso inconsapevole. Tanto di cappello al messaggio di ‘conciliazione’ CONTRO L’ODIO SOCIALE. Odio promosso da una subdola politica che risponde con un secco e proditorio ‘NO!’ alla richiesta di commenti sulle proprie responsabilità. Episodi recentemente registrati dalle cronache nazionali di suicidio di imprenditori, sopraffatti dalle vessazioni fiscali e dal blocco degli accessi al credito da parte di quelle banche che tirano le redini del governo. Morti atroci delle quali quello stesso governo si lava le mani con una criminale improntitudine, che farebbe arrossire le peggiori attitudini autoassolutorie di Pilato. Tanto di cappello alle soluzioni proposte. NAZIONALIZZARE LE BANCHE, IMITARE L’ESEMPIO DELL’ISLANDA E DEL BELGIO (che dimostrano come un’assenza di governanti sia da preferire alla presenza di governanti disonesti e collusi con poteri occulti) ma soprattutto SPEZZARE UNA CATENA: RITIRARE UNA DELEGA CONSEGNATA IN BIANCO E DELLA QUALE GENTE PRIVA DI SCRUPOLI E DIGNITA’ HA DIMOSTRATO DI FARE LERCIO ABUSO. NON BASTA METTERE UNA ‘X’ SU UN SIMBOLO CHE IN QUESTO MOMENTO PUO’ DIMOSTRARSI AFFIDABILE, E’ NECESSARIO CAMBIARE STILE DI VITA POLITICO. Iniziare a curare i propri interessi, non solo come individui, ma come Cittadini e come Popolo. E’ questo il messaggio più importante che ci viene consegnato in un momento in cui tutti siamo consapevoli che questa melma putrida e indegna che ci soffoca deve essere spazzata via ‘con le buone, con le semibuone…’ Non finisce la frase, Beppe, le parole gli muoiono in gola, ma in ognuno di noi una vocina interiore si trasforma in un potentissimo urlo disperato che è facile immaginare. Eppure rimangono dei puntini di sospensione a mezz’aria. In quei puntini di sospensione sedimenta tutta l’essenza del particolare momento che stiamo vivendo. Si cambia dal basso, iniziando a lavorare per tutelare localmente quei baluardi di uno Stato Sociale in cui tutti noi siamo nati e che abbiamo sin qui considerato scontato (nessuno di noi, caro Beppe, sa cosa voglia dire vivere senza, ma stiamo dolorosamente iniziando a comprendere che nelle mani di questi cerberi presto purtroppo impareremo a sperimentarlo) finché poi, pian piano, si riuscirà a lavorare ai livelli più alti per ripristinare ciò che oggi ci viene tolto e che domani ricostruiremo più bello. Al punto che si riuscirà anche a combattere la vera causa che tutto questo male ha partorito. L’inganno di una truffa legalizzata che ci ha privato di quella sovranità monetaria che negli ultimi mesi ha consentito all’ottima Cristina di traghettare la sua Argentina dalla situazione disperata del 2001 all’attuale fase di ottima ripresa del PIL con una politica sensatamente autarchica, laddove -notizia che mi ha raggelato il sangue nelle vene- la nostra Italia dipende per il 51% dalle importazioni estere sulle derrate alimentari! Cosa vuol dire questo? che se non cambiamo rotta non saremo nemmeno in condizione di imitare l’esempio di Islanda, Belgio, Argentina, Ecuador e quanti altri Paesi hanno rovesciato la tirannia delle elites dei magnacci finanziari, perché ci affameranno! Allora? Iniziamo dai Comuni. Portiamo i cittadini nei Comuni. A difendere concretamente il Bene Comune. Ma su presupposti diversi: Uno vale Uno. Cittadini intercambiabili che non siano allettati dalle sirene dei privilegi e che non abbiano bisogno di tesorieri perché i tesori da gestire appartengono a tutti: sono le incommensurabili bellezze che ci appartengono per diritto di nascita. Dono della natura o frutto dell’ingegno umano, sono nostre e se le difendiamo in prima persona nessun lacchè di potenti le potrà mai svendere per ripagare (inutilmente) un debito truffaldino!Image

Perché non decretiamo il lutto anche per il 17 Marzo?

Sento da più parti levarsi gli strali delle opposizioni politiche e sindacali contro la soppressione delle festività laiche del 25 Aprile, del 1 Maggio e del 2 Giugno. Posto che condivido pienamente queste posizioni critiche non solo per ragioni di ordine ideale, ma anche di ordine pratico (una sana per quanto breve pausa lavorativa può rivelarsi un incentivo della successiva produttività) mi chiedo: e il 17 Marzo? Possibile che quando c’era da bacchettare il Governo perché nicchiava sull’opportunità di istituirla come Festa Nazionale le opposizioni di sinistra dimostrassero un insolito sentimento patriottico che ora hanno completamente dimenticato?

Eppure il 17 Marzo avrebbe potuto rappresentare un’occasione di coesione molto più forte, concreta e soprattutto efficace delle altre (pur rispettabili) festività.

Innanzitutto il 17 Marzo era la Festa di TUTTI GLI ITALIANI, senza distinzione di credo politico e bandiera ideologica.

Non solo: il 17 Marzo avrebbe potuto rivelarsi la FESTA DEGLI ITALIANI ONESTI, novelli patrioti in lotta contro un regime di ladri e farabutti.

Il 17 Marzo precedeva, idealmente e cronologicamente, le altre festività contro le quali è calata la mannaia governativa ed avrebbe potuto essere coltivato come un’occasione per cementare una coesione civile che ha sempre faticato ad imporsi sul ‘bello italico suolo’, dal dopoguerra in poi. Eppure si tratta di una coesione la cui urgenza appare giorno dopo giorno più pressante!

Infine, il 17 Marzo avrebbe potuto diventare la data simbolica del nostro nuovo riscatto ‘carbonaro’, magari sotto la spinta di pulsioni ideali come quelle che supportano l’iniziativa dell’ammirevole Gaetano Ferrieri.

Per quel che mi riguarda, dopo aver avuto solo una possibilità nella vita di festeggiare questa ricorrenza (o almeno così pare!) ho deciso che dal mio terrazzo il Tricolore sventolerà finché avrò vita… Sono Italiana e non intendo farmi scippare della mia identità nazionale!

Caro Di Pietro, questa volta non ci hai azzeccato…

Caro on. Di Pietro, mi conceda di condividere il suo famigerato slogan, divenuto ormai storico, con qualche piccolo adattamento.

Questa volta, a quanto pare, caro Tonino,  Lei non ci ha azzeccato. Noi poveri Italiani onesti e stufi di questo insaziabile putridume imperante, nel corso di questo Agosto funestamente memorabile, abbiamo ascoltato con interesse le dichiarazioni della cosiddetta ‘opposizione’ parlamentare a questo governo di marionette, di cui Ella sostiene di far parte. Le sue posizioni inizialmente segnavano una ‘timida apertura’ a discutere del merito delle proposte governative, in osservanza del monito del Quirinale, poi successivamente rientrata all’indomani del famoso Venerdì di ‘Lacrime e Sangue’. Ella ha doverosamente preso le distanze da una manovra che suggerisce ad ‘Avvenire’ il severo ammonimento: “Chi ci governa e chi siede in Parlamento ricordi che, da oggi, tutto ciò che verrà scontato o addirittura perdonato a questa Casta peserà 45 miliardi di volte in più nel giudizio degli Italiani onesti”. Giustissimo. Ella ne ha dunque preso le distanze. Ma, nel farlo, ha addotto delle motivazioni generiche, diverse da quelle che noi, autoiscrittici (per minima ed indegna ma pur esistente militanza sul campo) al cosiddetto ‘popolo dei referendum’, ci saremmo aspettati di veder addurre da chi, all’indomani del 13 giugno, è stato osannato come ‘vincitore’ della battaglia referendaria. Perché, caro on. Di Pietro, è vero che questa manovra è ingiusta perché fa scontare la crisi ai dipendenti Statali che non l’hanno prodotta e invece consegna il solito salvacondotto agli speculatori che ne sono responsabili (gustosissima a questo proposito la storiella pubblicata oggi dal ‘Fatto Quotidiano’, a firma di Luca Telese, l’Amaro risveglio di Speranzoso Azzurro) perché cancella di fatto le tredicesime dei dipendenti pubblici, penalizza il lavoro dando formale legittimazione al metodo Marchionne  e frena la crescita. Ma, soprattutto, è una vera e propria vergogna il fatto che si propagandino supposte cancellazioni di privilegi della ‘Casta’ per rabbonire i cittadini mentre si adottano provvedimenti tesi a sovvertire di fatto il parere palesemente dichiarato dal 95% degli elettori votanti aglì ultimi referendum. Ricordiamo tutti benissimo i Suoi spot che invitavano gli elettori ad andare a votare ed a votare quattro Sì. Noi tutti ne abbiamo dato massima diffusione. Ora il quesito proposto nella scheda rossa “Gestione dei Servizi di Interesse Generale”, pur avendo come immediata ricaduta il settore dei Servizi Idrici, non riguardava solo l’acqua, ma ogni possibile servizio che lo Stato fornisce ai Suoi cittadini. Nella presente manovra-rapina questa manica di malfattori ha mostrato di infischiarsene del solenne pronunciamento degli elettori, riproponendo delle norme tese alla privatizzazione dei SIG (Servizi di Interesse Generale) come se nulla fosse, al pari di chi, fischiettando fischiettando, spera di uscire dal ristorante senza pagare il conto e facendola franca. Non solo: si eliminano gli incentivi alle rinnovabili, il che è come dire che si vuole lentamente ma inesorabilmente indurre il popolo schiavo (non più sovano!) a maturare la convinzione che il ricorso all’energia nucleare sia l’amaro calice da trangugiare, magari col cuore che gronda sangue insieme a quello di Qualcuno cui ha avuto la sconsideratezza di affidare le sue sorti (e del quale, per curiosa quanto imbarazzante combinazione, contemporaneamente il portafoglio gronda soddisfazione, visto che, nell’altalena delle rilevazioni borsistiche, nelle stesse ore in cui veniva annunciata la manovra le azioni delle Società di Famiglia marcavano un cospicuo guadagno…).

Carissimo Tonino, noi strenui sostenitori dei quattro Sì referendari ci saremmo aspettati questo discorso da chi come Lei non ha esitato ad autoproclamarsi come alfiere del cambiamento: la manovra è iniqua perché, fra le altre cose, carissimo popolo bue (perché tale questi signori vi considerano) se ne frega delle Vostre opinioni. Avete inutilmente speso soldi che magari oggi avreste sperato di risparmiare sul taccheggio ai danni delle Vostre Risorse (ma che evidentemente non Vi avrebbero mai risparmiato) e avete perso tempo prezioso andando a votare: tempo che non ricupererete più, visto che come schiavi non avrete più diritto a festività (bellissima la precisazione, non concordatarie). Questi le privatizzazioni le fanno, non hanno alcuna intenzione di mollare la gallina dalle uova d’oro, basti sentire il motto del ministro dei Beni Culturali Galan VENDERE! VENDERE! VENDE RE!. Questi il nucleare Ve lo imporranno facendoVelo trangugiare con l’imbuto, e nel modo più bestiale: costringendoVi ad essere Voi per primi a convincerVi che si tratta di una scelta inevitabile. Magari avremmo immaginato di sentirLa chiosare con una delle sue ormai consuete filippiche sull’attacco alla Giustizia, perpetrato con il varo della norma sul Processo Lungo mentre giocavano a fare i Legislatori in attesa di mettere in atto le istruzioni della BCE. Tanto per guadagnare tempo prezioso e portare a casa una nuova ‘legge ad canaglias’ per tutelare il Capo e tutti i suoi pari prima che si scateni la Rivolta popolare di cui mostrano di avere un certo timore. Sempre in osservanza della determinazione di trattare le opinioni del popolo bue come carta utile a scopi non propriamente edificanti, ma forse ben più nobili delle loro coscienze.

Orbene, nulla di tutto ciò da parte Sua.

A questo punto, caro Tonino, gettiamo la maschera. L’Italiano non è un popolo bue e nessuno ha il diritto di prenderlo in giro ed approfittarsi di lui. Se Ella desidera non essere accomunato nel severo giudizio di cui parlavano i Vescovi, non basta fotografare e diffondere qualche menu della Buvette di Montecitorio per dimostrare che si sta dalla parte del popolo. Siamo tutti bravi a sostenere di non aver mai approfittato di privilegi che pure ci erano consentiti. Tanto, chi ci può smentire? Diverso sarebbe il discorso se si mostrasse quella coerenza di cui ormai non si può più fare a meno. E, soprattutto, diverso sarebbe il discorso se, invece di appendere la bandiera su ogni iniziativa che può riscuotere il plauso degli Onesti, a questi Cittadini Onesti si desse fattivamente manforte. Perché non muove una campagna di stampa per sostenere il gesto del novello patriota Gaetano Ferrieri? Forse perché gli Italiani che lo appoggiano sono stufi di tutti coloro che hanno titolo a frequentare i palazzi della politica e dunque anche di Lei? Noi certo ne condividiamo la protesta e cerchiamo nel nostro piccolo di diffonderne la voce, ma se Ella si muovesse il gesto avrebbe una maggiore visibilità e potrebbe contribuire a convincere la gente onesta che magari è pur vero che non sono tutti uguali, che forse esiste ancora qualcuno da salvare dentro quei bellissimi palazzi storici, diventati sedi di lupanari della politica.

Perché il nostro beneamato Presidente del Consiglio diventerà ogni giorno di più uno ‘stupratore della democrazia’, questo è vero (e quando mai più di oggi?) ma chi provvidenzialmente dimentica di farglielo notare dopo averlo tanto pesantemente redarguito in proposito, credo che non possa esimersi da doverosa critica.

È giunto il momento di gettare la maschera, on. Di Pietro. O dentro, o fuori! Non sono più ammessi temporeggiamenti. Le lacrime ed il sangue appartengono al popolo Italiano ed ai Martiri che hanno sacrificato la vita per dargli una Patria… Non vi è consentito piegarli disgustosamente ai vostri scopi.

VENDERE? IO NON VENDO! CASOMAI COMPRO! (SOTTOTITOLO: ARIDATECE BONDI!)

Decisamente debbo appartenere ad una famiglia di arcaiche tradizioni stataliste. E il bello è che non ci avevo mai fatto caso prima d’ora. Per il conseguimento di tanto illuminante consapevolezza devo ringraziare un altro dei nostri ‘ottimi’ ministri di un altrettanto ‘ottimo’ (absit iniuria verbis) governo. Chissà perché, quando c’è in ballo il riferimento a questa accolita di cialtroni proprio non riesco ad utilizzare le maiuscole, mi muoiono fra le dita. Comunque, bando alle ciance. L’autoproclamatosi vate della rivoluzione liberale che mi ha fatto maturare l’orgogliosa consapevolezza di essere portatrice sana di una forma di statalismo pervicace è Giancarlo Galan, già Presidente della Regione Veneto, Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, oggi per nostra sventura Ministro per i Beni e le Attività Culturali. L’ottimo ministro, qualche sera fa, intervistato da un altrettanto ‘ottimo’ (si fa sempre per dire) Oscar Giannino, l’economista con farfallino, occhialetti e barbetta risorgimentale, per intenderci (che ai patrioti del Risorgimento avrebbe fatto orrore) ha solennemente pontificato: la soluzione è VENDERE! VENDERE! VENDERE! Il liberale non ci pensa su nemmeno un momento e vende, non gli interessa, vende! Lo statalista tiene, compra, non vende nulla, neanche una caserma dismessa, tiene tutto quello che è assolutamente superfluo… “Quante cose si potrebbero fare vendendo quel che il pubblico ha?” Già, quante cose! Ad esempio spartirsi il malloppo? Visto che è ormai assodato come la Casta non ci pensi nemmeno lontanamente a non approfittare di quanto può arraffare dalle risorse accumulate negli anni dall’odiata gestione statalista… “Quindi vendiamo anche domani mattina, tutto quel che lo Stato ha… ” e via così dicendo… un susseguirsi di florilegi di trovate geniali di questo non lodevole tenore. Già: perché l’ottimo ministro, non solo da ministro non è in grado di fornire alcun chiarimento su un’ipotesi di finanziamento di un fantomatico restauro di Pompei da parte di aziende francesi che pretendono di imporre un loro progetto e loro maestranze promettendo un finanziamento di duecento milioni di euro, ma nello stesso tempo si scandalizza per il fatto che nel sito archeologico della Penisola secondo per importanza solo al Colosseo, in un’area di sessanta ettari, sia presente un solo punto di ristoro. Ora viene spontaneo chiedersi: chi è il ministro? Noi o lui? Chi dovrebbe essere informato sui dettagli dell’offerta francese? Chi dovrebbe autorizzare un restauro che, nel caso in cui se ne ravveda l’effettiva necessità, dovrebbe prevedere un ampliamento dell’offerta ristorativa nell’area? Magari un redivivo Imperatore Tiberio? O meglio, l’asino che l’Imperatore Caligola nominò senatore? Credo che quest’ultimo si dimostrerebbe ben più all’altezza dell’ottimo Galan. Il quale, a parte il diktat VENDERE! VENDERE! VENDERE! non sembra avere altra intuizione politica. Ebbene, questo semplicistico escamotage mi è sempre stato dipinto come una misera e magra soluzione da adottare quando mancano sì le risorse, ma le risorse intellettive, non già quelle economiche.

La mia è una famiglia di antiche tradizioni imprenditoriali. Non voglio tediare il già fin troppo benevolo lettore riepilogandone i fasti; mi limito solo a ricordare che a cavallo fra le due guerre mondiali fummo fornitori della Real Casa. Poi, una gestione ‘liberale’ dell’impresa di famiglia, all’insegna del motto così entusiasticamente proclamato dal nostro Galan, portò al fallimento della stessa. Curiosamente, il tutto accadde dopo la morte di mia nonna, la quale, mirabile esempio di donna imprenditrice che negli anni della Prima Guerra Mondiale era riuscita non solo a tirare la carretta ma a promuovere lo sviluppo dell’impresa fondata da suo zio, aveva sempre tenuto in piedi la baracca al motto VENDERE? MAI! IO NON VENDO! CASOMAI COMPRO! E giù una serie di articolate considerazioni sull’opportunità di espandere le attività produttive in periodo di crisi per promuovere la crescita economica e dunque migliorare le prospettive future. Sembra di sentir parlare la Marcegaglia, eh? Posso garantire che mia nonna era meglio!

D’altro canto, se si giudicasse indegno di cotanto elevato paragone l’esempio della filippica di mia nonna, basterebbe il divertito commento del regista greco ormai (ahinoi!) naturalizzato francese Costa Gavras, pubblicato nell’ultimo numero del Venerdì di Repubblica, in edicola il ventidue u.s. Ad un impertinente cronista che chiedeva la sua opinione in merito al progetto di vendere le isole greche per finanziare la restituzione del debito, il grande artista prima rimane per un attimo interdetto e poi scoppia in una fragorosa risata. Infine osserva: “E come farà il governo greco a tenere in piedi la sua più grande e redditizia industria, il turismo?  Chiederà in affitto le isole ai privati dopo avergliele vendute?” Indebitandosi esponenzialmente, aggiungiamo noi? Quindi anche in Italia: vendiamo, vendiamo, vendiamo il Colosseo, Pompei, la Valle dei Templi ai privati e poi chiediamoli in affitto per organizzarci le gite turistiche. Va bene che anche l’ottimo Giannino in un rigurgito statalista li definisce beni inalienabili, e che Galan parla di vendita di beni immobili (magari perché siano acquistati a loro insaputa per le classiche due lire da politici che li danno in affitto lucrandoci su ma senza saperlo? scusate la malignità, ma in questi tempi il dubbio è legittimo!). Tuttavia, quando si addentrano nell’argomento Pompei nè l’uno nè l’altro sono in grado di produrre un quadro sensato ed esauriente della situazione. Ed il bello è che uno dei due almeno dovrebbe esserne informato, essendo, udite bene, il ministro. Ma chissà: magari anche a lui le cose le dicono all’ultimo momento. Verrà a sapere che gli hanno venduto Pompei a sua insaputa e sempre a sua insaputa gli hanno elargito un bel ‘presente’ (in natura? girato su conti correnti esteri?) così, tanto per gradire, per il semplice fatto di aver adempiuto con coscienziosa sollecitudine al proprio dovere di ministro di questo mirabile governo, ovvero aver disciplinatamente girato la testa dall’altra parte senza scocciare mentre altri prendevano le decisioni importanti, sicuro come ribadisce di essere che “A Pompei ci sono tutte le premesse per fare benissimo”. Ma fare cosa? Lo stesso non lo sa. Sa soltanto che vuol dare concessioni ai privati, farsele pagare e poi fare gestire ai privati senza starci troppo su a pensare. L’importante è combattere l’odiato Stato che “produce panettoni o fa cappuccini nei musei”. Magari lo desterà da questo suo disciplinato disinteresse qualche altro crollo nella suddetta Pompei. Ma giureremmo che ad un così entusiasta difensore dell’ipotesi liberale non passerà nemmeno per l’anticamera del cevello l’idea di dimettersi dalla sua poltrona, in quel caso. Forse è il caso di dirlo: ARIDATECE BONDI!!!!!!!!!!!!

Il ritorno di Tangentopoli? Magari!

Il diciassette febbraio del 1992 avevo ancora diciannove anni. Una mattina mi ero trattenuta in casa a sfaccendare dopo un periodo di intenso impegno nello studio e fu così, fra un lavaggio dei pavimenti ed un carico di lavatrice (perché noi bamboccioni inutilmente pluriqualificati abbiamo fatto anche questo senza che nessuno ci spianasse la strada a nostra insaputa) rimasi ipnotizzata dall’Edizione Straordinaria di un Tg1 che non era ancora Tg di Uno: arrestato il faccendiere Mario Chiesa per l’affare Pio Albergo Trivulzio. Da lì fu un crescendo. L’appuntamento quotidiano con l’informazione televisiva era quasi una specie di bollettino di guerra dove io avevo la piacevole sensazione di stare dalla parte di coloro che potevano finalmente gustare un epocale quanto tardivo riscatto del Diritto sul Ladrocinio. Qualche settimana dopo, però, la prima doccia fredda: strage di Capaci. Colpo inferto a quella Magistratura che aveva osato combattere concretamente il cancro mafioso, ribadito con la strage di via d’Amelio, a significare che la difesa dello Stato e delle Istituzioni dall’inquinamento politico mafioso si paga a prezzo della vita. Gli entusiasmi di noi ‘giovani forcaioli’, che finalmente cominciavamo ad intravvedere la possibilità di tradurre in realtà il sogno di riscatto dei nostri padri da sempre vittime di un potere proditorio, iniziarono a traballare. Pure, molti di noi continuarono a sperare. I bollettini di guerra quotidiani dilagavano a macchia d’olio, finendo per trascinare nel fango anche quei santuari del potere che solo fino a qualche stagione prima apparivano intoccabili. Si arrivò così al famigerato linciaggio del Raphael: con un’insolita emozione rimasi affascinata a guardare Craxi che si infilava di soppiatto nella sua auto blu, illudendomi che insieme a lui fuggissero verso l’ignoto tutte le brutture dell’Italia.

                  

Sentivo dentro di me che qualcosa stava cambiando. Era vero: qualcosa stava cambiando. Ma era il cambiamento che tutti noi ingenuamente auspicavamo? Mio padre, con la voce dell’esperienza, mi confessava la sua insoddisfazione, mentre io giudicavo il suo scetticismo come il segno di un esagerato fatalismo.

A distanza di quasi vent’anni qualcuno dice che si torna a respirare quell’atmosfera. Purtroppo non è così. Allora era una società ancora sana che gioiva nel veder chiamati i ladri col loro nome e comunque era capace di indignarsi anche quando i ladri per discolparsi sostenevano di aver rubato in nome di un interesse supremo, a loro estraneo. Allora si riteneva di dover dare almeno l’impressione di ripulire le istituzioni dal marciume e così si adottavano provvedimenti legislativi che almeno formalmente dovevano dare all’ingenua opinione pubblica l’impressione di costituire un deterrente per una futura reiterazione del delitto. Oggi no. Oggi la casta ha raggiunto un livello di legittimazione popolare (che se lo sia dato grazie al martellamento dei mezzi di comunicazione di massa poco importa, conta lo stato dell’arte) per cui non solo la gente sa che è inutile indignarsi, ma perfino le Istituzioni (anche le massime, purtroppo!) predicano la necessità di evitare la tentazione di protagonismo che io intendo invece come suggerimento di ‘scendere a patti’ con il potere, in modo da scongiurare il pericolo di essere tacciati di atteggiamento forcaiolo. Io però vado contro questo supremo monito: SONO FORCAIOLA E ME NE VANTO!!!!!!!!! Se essere forcaioli significa essere stufi di una casta di ladri, mafiosi, assassini che si industria per delinquere impunemente ebbene sì: SONO FORCAIOLA ED ORGOGLIOSA DI ESSERLO! Se essere forcaiola significa augurarsi che il Diritto valga ancora qualcosa e che i ladri che rubano sapendo che la conseguenza è la galera non abbiano ragione di essere ‘protetti’ da nessuna norma costituzionale, allora sì, lo ammetto: SONO FORCAIOLA! ASPETTO ANCORA IL MIO RISCATTO, CHE MI è STATO RUBATO QUANDO QUALCUNO APPROFITTò DELLA MIA BUONA FEDE PER IL PROPRIO TORNACONTO. Aspetto il riscatto della mia Patria, che non ha mai meritato un simile scempio.

Etica e Politica

“Tu dirai che da folle io mi comporto;

ma forse di follia m’accusa un folle.”

Sofocle, Antigone

La misura è ormai colma. Questa classe politica va ogni minuto che passa inasprendo il già amaro calice che i cittadini sono costretti a trangugiare. Non basta che siano destinatari dei vitalizi più cospicui a livello europeo e forse planetario, non basta che a quegli stessi vitalizi accedano con risibili tempi di anzianità contributiva, venti volte inferiori alle soglie stabilite per ‘la gente comune’. Non basta che quelle prebende siano ora per ora rinnovate, adeguate all’inflazione – galoppante proprio per via della loro criminale gestione amministrativa – arricchite di centinaia di privilegi al contorno, per citare solo le fonti ‘legali’ del loro ‘welfare’. A tutto ciò si aggiungono le tangenti, le mazzette, le ricompense per i responsabili voltagabbana, le scommesse, le speculazioni, e via dicendo. E non è questione di destra o sinistra. Sono tutti allegramente uniti e compatti nel tutelare i privilegi della casta, che ormai più casta non è: è ‘cosca’, ‘banda’, associazione a delinquere legalizzata. Non v’è più dubbio in proposito. Non v’è più speranza di trovare un briciolo di onestà in nessuna di queste patetiche figure.

Quale allora la soluzione? Darsi all’anarchia? Personalmente giudico questo rimedio peggiore del male. Il proliferare della loro tracotanza si deve proprio all’assenza dello Stato. Mi si obietterà: quale Stato? Se lo Stato sono loro? E io rispondo invece di no. Lo Stato latita da tempo, in Italia. Ma lo Stato non sono questi gaglioffi: lo Stato siamo noi cittadini onesti. Lo ‘Stato’ dei doppiopetti e delle bardature ufficiali latitava ai funerali dei giudici Falcone e Borsellino, perché inviò dei rappresentanti che erano solidali più con i loro carnefici che con le vittime; lo Stato latita ogni qual volta il Diritto soccombe all’interesse economico.

Ma quale Diritto se le leggi le fanno loro? È vero, le leggi le fanno loro. Ma sono leggi degne di osservanza quelle partorite da una classe politica indegna? Beppe Grillo in val di Susa ha giustamente invitato ad andare a cercare i deprecabilissimi ‘black block’ nel Parlamento Italiano: alzi la mano chi si sente del tutto spassionatamente di dargli torto. Ciò però non significa che il Diritto debba considerarsi defunto. Per fortuna non lo hanno ancora del tutto smantellato a proprio uso e consumo: esistono procuratori, magistrati, esponenti delle forze dell’ordine che agiscono con onestà, nel solco di quel Diritto che abbiamo ereditato dalla grande tradizione di Roma (la Roma Imperiale, non la povera Roma di oggi).

A questo proposito mi sovviene l’esempio della Civiltà che ha insegnato al mondo cosa vuol dire essere Uomini e che ha fondato la democrazia. Esistono due gigantesche figure che si fronteggiano nel mito di Tebe: Creonte, incarnazione del ‘potere temporale’ non del tutto limpido e cristallino, ed Antigone, simbolo della ribellione a quel potere, reso cieco dalla propria stessa ingordigia. Se Creonte legifera che la giusta punizione per aver assediato la città è la negazione della sepoltura al fratello Polinice, Antigone ribatte che lei, in quanto sorella, non può lasciare inatteso il richiamo di un’altra legge, la legge degli dei, che a lei impone di curarsi invece della sepoltura di un consanguineo.

“Non Giove a me lanciò simile bando,
né la Giustizia, che dimora insieme
coi Dèmoni d’Averno, onde altre leggi
furono imposte agli uomini; e i tuoi bandi
io non credei che tanta forza avessero
da far sí che le leggi dei Celesti,
non scritte, ed incrollabili, potesse
soverchiare un mortal: ché non adesso
furon sancite, o ieri: eterne vivono
esse; e niuno conosce il dí che nacquero.
E vïolarle e renderne ragione
ai Numi, non potevo io, per timore
d’alcun superbo.

I Greci ci insegnano dunque che esiste un Diritto non scritto nei codici, ma marchiato a fuoco nel cuore delle coscienze. Questo Diritto impone la propria priorità sul diritto spicciolo, plasmato ad arte per favorire interessi che pretendono di calpestare il primo, forti della propria supremazia economica. È alla chiamata di questo Diritto che Antigone risponde, ben sapendo che ciò le costerà la vita.

Oggi questo Diritto chiama anche noi: esige che si operi una scelta di campo. E nello stesso momento ci impone di non cedere al disfattismo, allo scoramento. L’Islanda ci ha mostrato che è possibile cambiare rotta; che se gli infingardi depositari delle nostre deleghe politiche ed amministrative partoriscono provvedimenti scellerati è possibile porvi rimedio in via del tutto pacifica. La Spagna ci dimostra che rivendicare la propria dignità di cittadini contro un potere che ci vuole sudditi non solo è possibile, ma inizia anche a sortire qualche effetto. Il successo referendario di casa nostra ci ha provato che siamo in grado di organizzarci per tutelare interessi macroscopici che vediamo attaccati. Certo, lo scontro non può essere del tutto indolore: non basta dirgli ‘dovreste vergognarvi, eh?’. Vent’anni di Seconda Repubblica ci hanno dimostrato che non demordono, si riciclano; e spesso i loro cloni sono di gran lunga peggiori degli originali. Non molleranno mai l’osso tanto duramente conquistato. Lottano con le unghie e con i denti per strapparselo a vicenda, e quando riescono ad azzannarlo, lo spolpano fino al limite estremo.

Ma i Cittadini non devono perdere la fiducia. Un Diritto ben più alto delle loro leggine esiste ed è quello che fa muovere il mondo. Creonte condannò a morte Antigone, ma proprio per questa scellerata scelta si trovò a piangere il figlio Emone. Se avesse coniugato la sua legge con questo Diritto, ben altra sorte sarebbe toccata alla già provata dinastia di Tebe.

Ora come allora, non si può sfidare questo Diritto impunemente.

Arrestato l’INCENSURATO Gaetano Riina. Onorevole Paniz, ora come la mettiamo?

Carissimo Onorevole,

solo pochi giorni, direi poche ore fa, assistendo alla trasmissione di Lilli Gruber, abbiamo avuto l’immenso ‘piacere’ (si fa per dire!) di sentirLa pontificare a proposito della prescrizione breve, che Lei ritiene un atto di giustizia, in quanto, citiamo testualmente le Sue parole, “trattare nello stesso modo le persone incensurate e le persone recidive è una cosa non giustificata, non corretta”. Si da il caso però che proprio oggi sia giunta la notizia dell’arresto di tale Riina Gaetano, fratello minore del più noto Salvatore, detto Totò, accusato di essere il nuovo capo del mandamento mafioso di Corleone. Si da anche il caso che i telegiornali nazionali (non tutti, per la verità) abbiano incautamente osservato come il Nostro, malgrado le serissime accuse che gli vengono mosse e gli illustri legami di parentela che certo non possono farne un mite angioletto perseguitato dall’accanimento giudiziario di procure forcaiole, sia riuscito ad arrivare alla veneranda età di 78 anni da INCENSURATO. E’ un errore dei cronisti? Una svista? Le nostre orecchie ci hanno tratto in inganno? Tutto è possibile. Ma poniamo solo per un istante che sia tutto vero: che effettivamente Gaetano Riina risulti un cittadino dall’immacolata fedina penale. Eppure, a parte i commenti entusiasti dei soliti oltranzisti innamorati delle toghe rosse, anche il ‘vostro’ Carlo Vizzini commenta in proposito del suo arresto che ‘buon sangue non mente’ e, se tanto ci da tanto, ciò vuol dire che don Tano precisamente un mite agnellino non debba essere. Secondo il Suo rispettabilissimo metro di giudizio però, don Tano in linea di principio non andrebbe trattato alla stessa stregua del fratello Totò, pericolosissimo recidivo. In virtù di quale principio? Perché è riuscito a farla franca delinquendo esattamente come il fratello mentre il più noto Totò ci metteva la faccia? Totò ha brindato alle notizie della bomba di Capaci e del tritolo in via d’Amelio (Ci consenta di manifestargli tutto il nostro disprezzo per questo) e sono quasi venti anni che ne siamo a conoscenza e lo giudichiamo come merita. Tano, più discretamente, tomo tomo, cacchio cacchio, come direbbe l’unico Totò al quale in queste righe va il nostro rispetto, il Principe Antonio de Curtis, ha curato l’orticello di famiglia senza farsi beccare con le mani nel sacco. Almeno fino ad oggi. Quale sarebbe il suo vanto? Quale sarebbe il principio di giustizia che lo rende degno di un trattamento di favore rispetto a quel mascalzone di suo fratello Totò (il Riina)? Lei obietterà che non ha senso porsi il problema in quanto non vi è mai passato per la testa di annoverare i reati per cui questi ‘signori’ sono perseguiti nella lista dei beneficiari della vostra geniale intuizione giuridica. Ci consenta però di osservare che la nostra obiezione rimane comunque valida e che l’eclatanza dell’esempio lo rende in ogni modo calzante.

La verità, stimatissimo (ma non troppo, per quel che ci riguarda) onorevole, è che questo esempio svela la sua affermazione per quello che è: una grandissima bufala, una balla colossale, pronunciata con arte machiavellica per catturare con lo specchietto del garantismo quelle allodole che Lei, onorevole, insieme ai Suoi degni compari, ritiene tanto sciocche da cadere nel sacco ogni qual volta a voi salta il grillo di ficcarcele. Si tratta però di un sacco pieno di smagliature: questa ne è forse una delle più evidenti. Il principio di fondo che ispira la norma è errato. Vero è che i reati che si ascrivono alla responsabilità dei fratelli Riina possono non ricadere nell’elenco delle violazioni del codice che beneficiano della suddetta agevolazione, ma è anche vero che il caso, per quanto sfugga dalla norma, è paradigmatico. Poniamo ad esempio che due fratelli, Totò e Tano, si siano macchiati, come nel nostro caso, del medesimo reato e che il fratello che è riuscito a farla franca ed a rimanere incensurato sia finalmente colto in flagrante e, per la natura del reato, rientri nella casistica cui si estendono i benefici di legge. Avrebbe diritto ad un trattamento di favore solo perché incensurato? E l’altro? È solo più fesso perché s’è fatto beccare? E non importa che il reato in questione sia meno grave di quelli che vengono imputati ai fratelli Riina. Conta il principio. Poniamo il caso che Totò e Tano siano due delinquenti da quattro soldi, che falsificano i bilanci di una piccola società. Totò viene beccato, si fa degli anni di carcere, ma tanto c’è Tano a mandare avanti l’azienda e tutto è a posto. Poi però si scopre che Tano agiva con le stesse modalità del fratello, solo che ha avuto l’accortezza di rimanere incensurato. Si può serenamente sostenere come Lei suggerisce che le responsabilità di Tano siano meno gravi di quelle di Totò e che Tano abbia diritto ad una maggiore clemenza da parte dello Stato?

Perché, caro onorevole, se lo lasci dire, il suo ragionamento porta sì ad una autentica ingiustizia: il povero Totò, REO DI AVERCI MESSO LA FACCIA, son quasi venti anni che si busca i nostri Vaffa (nel caso del Riina quelle sciocchezzuole e bazzecole come carcere duro in regime 41 bis e via discorrendo) mentre il più astuto Tano, non solo gli ha fatto le scarpe, ma oggi, presentandosi da incensurato, può vantare un privilegio che non è concesso alla ‘cosaccia’, al recidivo Totò. E così per i nostri ipotetici falsificatori di bilancio si mostrerebbe una ingiusta disparità di trattamento! Per quale ragione Totò dovrebbe pagare più di Tano?

Che ingiustizia! Non avremmo mai pensato di dirlo, ma a questo punto, povero Totò! Quasi quasi ci sarebbe da manifestargli la nostra solidarietà!

L’oscura rete che avviluppa il mondo non deve far paura: la Speranza esiste e si chiama Consapevolezza

Più di una volta in questo mio blog mi sono lasciata andare a rimembranze della mia storia e del mio vissuto personale. Cado ancora una volta in tentazione, ma solo per un istante: ricordo che spesso mio padre, fine seppur sconosciuto analista politico – per un suo vezzo direi quasi autocensorio – spesso mi faceva notare come l’inizio delle ostilità contro il suo ‘idolo’, il Duce Benito Mussolini, si dovesse far risalire a decisione unanime dei poteri massonici, che si sentivano minacciati da una ideologia politica che in buona sostanza minava i loro interessi e soprattutto i loro bassi intenti più della semplicistica risposta comunista. L’osservazione mi è sempre apparsa pertinente. Non che io condivida in tutto la sua visione di fervente estimatore del modello mussoliniano. Non mi piace il folklore, l’impostazione maschilista della società, la discriminazione razziale, ma riconosco che senza dubbio alcuni provvedimenti legislativi (soprattutto in materia di politica sociale) attuati dal Fascismo di Mussolini sono quanto di più avanzato le democrazie europee abbiano conosciuto, dai tempi della Rivoluzione Francese. Ad esempio, la scelta politica di imporre alle banche private di depositare il 60% del loro capitale alla Banca d’Italia. Questa disposizione di legge preservava i piccoli risparmiatori dal rischio di fallimento e, in un modello in cui l’iniziativa privata del singolo indipendente aveva indubbiamente molte più possibilità di successo di quanto non sia ai nostri giorni, in fondo finiva per tutelare la Nazione tutta. Naturalmente le varie lobbies massoniche non potevano guardare di buon occhio un regime che le esponesse a tali rischi e, concludeva mio padre, iniziarono a fargli la guerra, prendendo a pretesto le mire coloniali dell’Italia (che francamente anch’io non capisco perché dovevano essere perseguite, visto che a differenza di altri paesi dalla vetusta tradizione coloniale, come ad esempio l’Inghilterra, l’Italia si macchiava del reato di provvedere le popolazioni ‘conquistate’ di infrastrutture ed insediamenti industriali).

Dunque fu la massoneria a decidere di liberarsi di Mussolini? A questa domanda dovrebbero rispondere gli Storici: io non lo sono e non mi permetto di formulare un pronunciamento autorevole. Tuttavia posso comunicare la mia opinione positiva in tal senso. Per quella che può essere la mia umile capacità di giudizio e discernimento, anch’io sono convinta che nella massoneria si celi un grande pericolo per la sussistenza del progresso civile ed umano stabilito a prezzo di grossi sacrifici in secoli di diatribe e scontri non solo intellettuali. Oggi le proteste di piazza in Europa reclamano a gran voce una possibilità di riscatto contro lo strapotere delle lobbies finanziarie che altro non sono che il braccio operativo delle logge massoniche internazionali. Nel mondo arabo forse manca la consapevolezza, ma le cause scatenanti della protesta ritengo siano le medesime. Il che vuol dire che qualunque movimento politico deve confrontarsi con questo oscuro interlocutore. Il problema è che, trattandosi per l’appunto di un interlocutore oscuro, il confronto non è mai paritario e sempre rischioso solo per una delle due parti dialoganti, guardacaso sempre la stessa. Ricordo ancora a me stessa come un certo personaggio che ora credo ambisca ad ergersi quale faro locale di integrità politica e morale (tralasciamo qualunque commento in proposito) in seno ad un movimento che ha la stessa pretesa a carattere nazionale, mi confidò che la sua prima mossa dopo essere stato contattato per assumere una certa visibilità politica territoriale era stata fare richiesta di ammissione nel tessuto massonico. Erano importanti perché ‘muovevano voti’. Ergo, bisognava farsi conoscere in quel consesso, collaborare, se necessario affiliarsi. A quale fine? Assicurarsi la carriera politica. Ritengo questo esempio paradigmatico. La massoneria è un cancro, il vero cancro che affligge secondo me tutto il pianeta. Qualcuno tempo fa mi fece notare che Garibaldi era un massone. Ribadisco che non sono uno Storico e non posso pretendere di esibirmi in un pronunciamento autorevole a riguardo. Sollevo però questa obiezione. Garibaldi ha combattuto (fattivamente, non pro forma) per sostenere i diritti degli umili ed in particolare per creare nell’Italia fino a quel momento autorevolmente definita una ‘espressione geografica’ uno Stato Nazionale Unitario. L’Unificazione Italiana è stata la premessa indispensabile perché si potessero porre le basi per affrontare concretamente la cosiddetta Questione Sociale: ad oggi l’esperienza non ha ancora sortito effetti soddisfacenti anche perché alcuni passi concreti (dovuti ad un Mussolini che forse sotto questo punto di vista andrebbe rivalutato) sono stati cancellati dalle politiche liberiste. Può anche darsi che Garibaldi fosse massone, anche se secondo me il suo carattere era agli antipodi della fredda razionalità che ispira il carattere massonico, ma il suo operato alla fine ha portato a dei risultati in aperto conflitto con le aspettative e le oscure trame massoniche. A riprova del fatto che, come sono e resto convinta, l’invisibile intervento della Provvidenza Divina nella Storia consente di trarre da tutto il meglio ed anche di volgere in bene ciò che in partenza bene non è. Come ribadisce la saggezza popolare, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Posto che sono altrettanto fermamente convinta del fatto che la massoneria abbia collegamenti con le basse sfere più che con le Alte (da un punto di vista teologico) ritengo che una prima seria e concreta opera di normalizzazione del consesso mondiale obiettivamente inquinato da troppi elementi negativi potrebbe consistere in questo: gli Stati, ricuperata la propria sovranità tramite l’operato attivo dei cittadini -non più sudditi di un invisibile potere, ma Uomini capaci di autodeterminarsi- dovrebbero sancire ciascuno nelle proprie costituzioni che la Legge bandisce fattivamente la massoneria e vieta a qualunque suo membro non solo di candidarsi a rappresentare il popolo, ma anche di assumere qualunque ruolo dirigenziale. Se i quadri dirigenti di qualunque livello vengono ripuliti da queste metastasi forse sarà più facile combattere il cancro e magari non ci troveremmo con l’incongruenza di un Centrosinistra che per ultimo, quando fiuta aria di cambiamento, appoggia i quesiti referendari, salvo di fatto fare marcia indietro (piuttosto che addormentarsi sugli allori bisognava fare seriamente opposizione e presentare proposte di legge che concretamente interpretassero l’indirizzo emerso dalle urne!) e poi lasciare a d’Alema il compito di soccorrere un Centrodestra in crisi. Se entrambi sono servi del potere massonico questo atteggiamento non desta alcuna meraviglia.

In uno scenario così apparentemente fosco io, forse ingenuamente, ma non credo, continuo a vedere un elemento positivo di speranza: la Primavera Araba, la Primavera Spagnola e l’Estate Greca sono segni di una rottura importante. Un’assunzione di consapevolezza che, forse lentamente ma inesorabilmente, va dilagando, grazie anche al prezioso contributo di Internet. In questa assunzione di consapevolezza e nelle capacità degli Uomini degni di tale nome che desiderano rimanere tali io vedo la chiave di volta per la salvezza, l’opportunità che dal mio punto di vista è concessa dalla Provvidenza. Riportare l’Uomo al centro del mondo e la Sua Dignità di essere vivente fatto ad Immagine di Dio e non declassato al rango di merce economica è l’unica soluzione dei conflitti e delle crisi che oggi ci tolgono la serenità. La Speranza c’è, esiste, basta essere fermi. Non piacerà alla Massoneria, ma questa, come diceva Falcone della Mafia, è un fenomeno umano (in questo caso direi ispirato da riferimenti diabolici, quindi ancora più vulnerabile) e, come tale, prima o poi avrà una sua inevitabile conclusione. Ultima citazione personale: è inutile che vi agitiate, tanto sempre il Signore vince. Questa volta cito mia nonna.